Cattolici africani in Italia

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Mi ha molto interessato uno studio di Ambra Formenti dal titolo Il cristianesimo africano in Europa e a Torino, tra spinta missionaria e marginalità.

Dall’Etiopia non sapevo quanto fossero presenti in Italia le Chiese africane, ossia le assemblee cattoliche o protestanti frequentate da persone africane, ovvero le Chiese nate da comunità africane.

La fede degli altri

Se, da un lato, stiamo assistendo a uno spostamento del baricentro della manifestazione cristiana dall’Europa e dall’America settentrionale all’Africa, all’Asia e all’America Latina, dall’altro, le sempre più massicce migrazioni hanno portato e stanno portando – ancora – molti stranieri – tra cui, in specifico, africani – in Italia e in Europa.

Questi bussano alle porte delle parrocchie per accedere a spazi di preghiera e di culto, nella loro lingua e secondo le loro tradizioni. Non è forse anche questo un argomento da Sinodo!?

Se in Europa si parla di secolarizzazione e, quindi, di un progressivo allontanamento dalle pratiche e dalla “fede”, il sopraggiungere di persone per le quali la “fede in Dio” non è minimamente in discussione, penso possa divenire una grande opportunità di ri-evangelizzazione dell’Europa e dell’Italia stessa.

Ma è proprio questo che sta accadendo? I cristiani africani che sono già sono in Italia – magari da anni – stanno stimolando le comunità al rinnovamento e alla “riappropriazione della fede”? Non sembra. Almeno per ora.

Un difficile inserimento in parrocchia

Facilmente si osserva la difficoltà di inserimento degli africani nelle comunità cattoliche italiane. Nelle ‘nostre’ celebrazioni non si sentono a ‘casa’. Un solo esempio lo evidenzia: hanno tanti bambini vocianti e festosi, mentre nelle ‘nostre’ chiese durante le celebrazioni e oltre non si può fiatare; per loro, le ‘nostre’ chiese sono dei monasteri ove deve prevalere il silenzio, la compostezza, l’immobilità, piuttosto che spazi familiari in cui possono liberamente esprimere tutti i propri sentimenti, dal dolore alla gioia.

Da qui – dall’Africa – noto ovviamente meglio tutte le differenze. Qui il tempo delle celebrazioni è irrilevante: se fai una messa veloce, come in Italia, puoi trasmettere solo un messaggio di disinteresse e di superficialità. Qui il linguaggio del corpo è di fondamentale importanza: dallo stare appiccicati gli uni agli altri – anziché dispersi nei banchi – al battere le mani per scandire fortemente il ritmo del canto, al danzare all’offertorio e in ogni altro momento buono.

Immagino altresì il disagio – da parte dei cattolici italiani – di partecipare ad una messa africana: non potrebbero ‘stare in pace’, raccolti nei propri pensieri e nelle proprie preghiere, verrebbero necessariamente coinvolti, costretti ad accorgersi degli altri, portati allo sguardo, al contatto reciproco, ad avvertire la “presenza” di Dio in una maniera molto ‘fisica’, del tutto inconsueta.

Per contro, le celebrazioni fatte in Italia per gli africani o le celebrazioni fatte dagli africani da sé stessi, corrono peraltro il rischio di “protestantizzarsi” o comunque di isolarsi dalle comunità e dalla gente del posto, con uno sviluppo autoreferenziale.

Per la messa c’è bisogno di un prete, ma per una preghiera di stampo ‘evangelico’ basta infatti che qualcuno – senza particolari titoli e investiture – guidi la preghiera. Può quindi pure accadere – e accade – che alcuni fedeli cattolici che trovano difficoltà nelle comunità tradizionali, si rifugino in realtà di questo tipo, più piccole, più calde nei rapporti umani, più spontanee e meno diffidenti.

Desiderio di appartenenza

Dallo studio di Ambra Formenti risulta che gli stessi africani, in realtà, non desiderino affatto essere isolati perché considerano le loro celebrazioni quelle veramente cattoliche, ossia ecumeniche, internazionali, non solo ‘africane’. Pure l’uso della lingua inglese – o francese per gli africani che provengono da stati di tale influenza linguistica – riflette il loro senso di apertura al mondo.

Facilitare dunque le celebrazioni africane negli spazi delle ‘nostre’ parrocchie può favorire il mantenimento della identità etnica e di provenienza africana, ma non può certamente favorire uno scambio di opportunità e di ricchezze con le comunità locali.

Chiaramente la condizione economica e sociale incide nella tendenza autoreferenziale: i problemi vissuti riguardo all’accoglienza, all’inserimento, al superamento dei pregiudizi, allo scarto di ceto sociale, portano inevitabilmente le comunità africane a ripiegarsi su sé stesse, aumentando le distanze con le comunità italiane. Non mancano certamente tante domande per cui cercare le risposte.

I casi torinesi analizzati dalla Formenti, riguardano comunità di ispirazione neo-pentecostale e neo-carismatica. Si tratta di comunità con una organizzazione fluida e poco gerarchizzata. A livello dottrinale, sviluppano in particolare la cosiddetta ‘dottrina della prosperità’, quella dei ‘miracoli’, delle ‘guarigioni’, della ‘guerra spirituale globale’. Sottopongo qui alcuni aspetti.

Tra le culture

La conversione e la rottura con il passato, per gli africani, non si risolve – affatto – nel “ritiro” dal mondo, bensì nel raggiungimento di una salvezza tanto spirituale quanto materiale nella vita concreta di tutti i giorni.

Secondo la ‘teologia della prosperità’, Dio non ama mai la povertà: grazie alla fede, ogni cristiano può partecipare alla vittoria di Cristo sul peccato, sulla malattia e la miseria. I miracoli della prosperità e della guarigione eliminano le cause della sofferenza e della disdetta: queste ultime sono attribuite ai poteri occulti e a Satana.

Attraverso una serie di tecniche che canalizzano il potere divino – dall’imposizione delle mani, alla preghiera collettiva, all’esorcismo – il male interiore può essere estirpato. Il fine della adesione a Cristo è la salvezza integrale, il cui segno esteriore è il successo personale. Penso sia interessante notare come il Primo Ministro dell’Etiopia abbia recentemente ‘vinto’ le elezioni proponendosi come capo del “Partito della prosperità”: Abiy è un pastore protestante.

Lo studio mostra la presenza, anche in Italia, di Chiese partecipi di simili caratteristiche ed esperienze. Pensiamo al fenomeno delle Messe di guarigione molto frequentate anche da cattolici italiani.

Domande pastorali

Le ‘nostre’ parrocchie in Italia sono chiamate quindi ad una riflessione a più livelli. Le domande sono tante e sono impegnative. Sono – da posizioni rovesciate – le stesse che mi sto ponendo da missionario in Africa. Quanto la parrocchia italiana è accogliente e riesce a intercettare cristiani provenienti da altre parti del mondo e, segnatamente, dall’Africa?

Quanto sa andare incontro alle diverse esigenze spirituali sulla scorta di una ben diversa storia e cultura? Quanto si lascia mettere in discussione dalle manifestazioni di fede di persone straniere – africane – in questo caso? Quanto sa accogliere la criticità per superare quegli aspetti sicuramente problematici a cui ho accennato?

L’incontro con l’altro è sempre arricchente, ma sempre non è facile. L’Africa è già presente in Italia e in Europa da tempo, ma non sembra incidere nella vita della Chiesa.

Neppure è argomento di discussione. Il Sinodo – universale e particolare della Chiesa Italiana – è l’occasione buona per pensare e per fare. In Italia diciamo che le cose da fare o sono pensate o non sono; in Africa si dice il contrario: le cose pensate, o sono fatte e vissute, oppure semplicemente non sono!

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