Cattolici a Hong Kong: resistenza e collaborazione

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Foto di Frida Aguilar Estrada su Unsplash

Il cardinale Joseph Zen è uno degli ultimi critici della Chiesa di Pechino in grado di parlare a voce alta. Il suo recente arresto (e rilascio) ha messo in agitazione i cattolici di Hong Kong. I fedeli si chiedono come affrontare la crescente pressione. Le loro opzioni sono: tacere, andarsene oppure starsene sommersi.

È incredibile che un esile 90enne con i capelli bianchi e gli occhiali possa rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale cinese, ma l’arresto del cardinale emerito di Hong Kong Joseph Zen (e il rilascio su cauzione) mostra fino a che punto le autorità cinesi si spingono per mettere a tacere i critici.

Il suo temporaneo arresto ha messo in imbarazzo anche il Vaticano, perché Zen è uno degli ultimi esponenti della Chiesa a sfidare apertamente il governo di Pechino. Nello stesso tempo, è uno dei maggiori critici del riavvicinamento tra la Santa Sede e il governo cinese.

Insieme alla critica alle aspre misure per contrastare il Covid-19 e al suo impegno per la liturgia preconciliare, rappresenta una delle figure più controverse della Chiesa cattolica della Repubblica popolare cinese, detta anche Paese di Mezzo.

«L’arresto del cardinale Zen è un duro colpo per l’intera Chiesa di Hong Kong, della Cina e del mondo», afferma il missionario italiano Franco Mella, che da decenni vive nella regione sotto amministrazione speciale cinese. «Si vede chiaramente che c’è una spada di Damocle che incombe su Zen e su altre persone di Chiesa». Non cambia niente che il capo del governo uscente di Hong Kong, Carrie Lam, e anche il suo successore John Lee, siano membri della Chiesa cattolica.

La Chiesa è divisa in due campi.

Da una parte, ci sono i sostenitori di Zen che vogliono contrastare il crescente influsso della Cina a Hong Kong e nel mondo. Nel 2019 molti di loro erano scesi in piazza in difesa della democrazia. Sono persone che non hanno visto di buon grado l’accordo del Vaticano del 2018, che ha concesso al Partito Comunista di intervenire sulle nomine dei vescovi in Cina e che, nel prossimo autunno, sarà prorogato.

Dall’altra parte, ci sono coloro che cercano di salvaguardare le loro precarie libertà religiose senza criticare il governo. Di questo gruppo fa parte il successore di Zen, il card. ora emerito di Hong Kong, John Tong.

Cauta reazione della diocesi

Le autorità stanno indagando su Zen per il suo coinvolgimento in un fondo ormai estinto che ha fornito assistenza finanziaria e legale agli oppositori. Accusano Zen di collaborare con potenze straniere. Per una teologa che vuole rimanere anonima per paura di essere perseguita, questi sono solo dei pretesti: «Aiutare le persone bisognose è una giusta causa», ha dichiarato a katholisch.de. A suo parere, molti cattolici sosterrebbero segretamente Zen.

La reazione della diocesi è stata tuttavia cauta. Essa ha chiesto alle autorità di «trattare il caso Zen in conformità con la legge». E ha aggiunto: «Abbiamo fiducia di poter godere a Hong Kong anche in futuro della libertà di religione in conformità con la Costituzione».

Ma la teologa, che ha svolto un ruolo di primo piano nella diocesi quando era guidata da Zen, sottolinea che le autorità, in seguito all’introduzione – due anni fa – della cosiddetta Legge sulla sicurezza nazionale, potrebbero agire in modo del tutto arbitrario.

Anche padre Mella si aspetta ulteriori arresti. Molti suoi amici sono già in prigione o sono emigrati. Malgrado ciò, egli desidera continuare la sua abituale attività.

Padre Mella è conosciuto tra i sacerdoti di Hong Kong come un “oppositore”. Nonostante le dure misure adottate dalle autorità, egli, 73enne, continua ad organizzare regolarmente iniziative di protesta che suscitano scalpore, attuando, tra l’altro, gli scioperi della fame. Ma alle sue proteste e alle sue messe partecipano soltanto dieci/quindici persone. Ciò è dovuto, a suo parere, alla accresciuta sorveglianza.

Diminuisce l’afflusso ai gruppi cattolici

Anche altri attivisti osservano che la partecipazione ai gruppi cattolici è diminuita a causa delle crescenti restrizioni e della rigida politica imposta dal governo per il Covid. Decine di migliaia di cittadini di Hong Kong – ha affermato la teologa – sono nel frattempo emigrati, tra cui molti giovani, insegnanti e assistenti sociali. L’impegno a favore delle persone socialmente svantaggiate è ancora possibile, ma è molto più difficile difendere i diritti umani.

L’intervento repressivo delle autorità verso la Chiesa era nell’aria. Lo scorso gennaio, un giornale filogovernativo aveva incolpato Zen di sostenere attività “sediziose”. Inoltre, le scuole religiose sono state accusate di aver incitato i propri studenti a partecipare alla “violenza nera”, ossia alle marce di protesta del 2019.

In questo clima si collocano alcune decisioni delle autorità scolastiche di Hong Kong: i genitori possono ora ritirare i propri figli dall’istruzione religiosa e insegnare ai bambini delle scuole la “sicurezza nazionale” anziché “l’istruzione liberale”. Al vertice del progetto scolastico, al posto del pensiero critico figura ora il rispetto della legge.

Per la Chiesa, questi cambiamenti sono di grande rilevanza perché ad Hong Kong, secondo i dati, essa gestisce circa 250 scuole e giardini d’infanzia. A questi sono da aggiungere decine di ospedali e strutture sociali. In questo modo, i cattolici costituiscono un pilastro importante nel tessuto sociale della città, anche se, con 400.000 fedeli su una popolazione di oltre sette milioni di abitanti, rappresentano una piccola minoranza.

Equilibrio tra “risanamento” della società e collaborazione

Alcuni cattolici ritengono che in questi tempi difficili la Chiesa sia più che mai necessaria e debba fare i conti con la realtà politica.

L’attuale vescovo, Stephen Chow, in carica da dicembre, ha proposto come soluzione lo slogan il “risanamento” della società divisa e vuole raggiungere i giovani disillusi. L’anno scorso ha incontrato segretamente i rappresentanti delle autorità religiose cinesi e della Chiesa di stato. È tutto da vedere se questo atteggiamento di equidistanza funzionerà a lungo.

La comunità parrocchiale rappresenta il cambiamento di Hong Kong negli ultimi anni. Si trova nelle immediate vicinanze del distretto governativo; il capo dell’esecutivo uscente, Carrie Lam, vive nei locali d’ingresso. Durante le proteste per la democrazia del 2019, gli attivisti hanno trovato qui rifugio dalla polizia. I fedeli hanno pregato nell’aula della chiesa e i giovani manifestanti hanno riposato nell’atrio e sono stati riforniti di cibo e di generi di primo soccorso dai volontari della comunità.

La vita quotidiana nella chiesa parrocchiale di Nostra Signora del Monte Carmelo di Hong Kong costituisce il simbolo della posizione della Chiesa nella regione a speciale ordinamento amministrativo.

Non c’è più nessun segno delle proteste, anzi. La domenica il servizio liturgico si svolgerà tenendo presenti le prescrizioni delle autorità: testi di vaccinazione all’ingresso e registrazione dei visitatori.

Nonostante il regolamento 1-G, il parroco Thomas Law Kwok-Fai sembra soddisfatto, anche se a nessun credente è stato permesso di andare in chiesa per più di cento giorni. La legge sostiene ufficialmente il provvedimento delle autorità: «Noi come Chiesa dobbiamo fare la nostra parte per combattere i contagi», dice. Law non vuole escludere nessuno. Chi non è vaccinato può seguire il servizio dall’atrio, perché questo spazio non appartiene alla chiesa ed è quindi esente dalle regole. Un’interpretazione creativa della politica di governo.

Un’interpretazione creativa della politica di governo

Prima, durante e dopo il servizio liturgico, Law è assediato dai fedeli che vogliono confessarsi, celebrare i battesimi o programmare i matrimoni. «Muoio di superlavoro» afferma Law con un gesto teatrale. Alla gente, se così possiamo dire, mancavano Law e la chiesa. Durante la messa, nessuno dice una parola sulla dura ma inefficace repressione della pandemia da parte delle autorità o su come hanno affrontato le critiche. I commenti “provocatori” e altri segnali politici sono vietati dai vertici della diocesi.

Pur in presenza di una legge restrittiva, non è diminuito l’impegno sociale della comunità. Durante la messa, una suora informa dell’esistenza di un corso di formazione aziendale per le lavoratrici domestiche filippine, decine di migliaia delle quali lavorano in condizioni precarie a Hong Kong. Dopo la messa domenicale, nell’atrio sono predisposte numerosi cassette con donazioni in natura.

«Il bisogno è aumentato», afferma Law, il quale sottolinea che, anche al culmine della recente ondata di contagi, i membri della comunità non hanno mai smesso di distribuire donazioni ai senzatetto, ai netturbini e ad altri bisognosi.

Nonostante la difficile situazione, Law e la sua comunità appaiono ottimisti. Hanno intrapreso la via della carità cristiana e vogliono diffondere speranza. Altri sono meno fiduciosi.

Prima che la colonia britannica fosse consegnata alle autorità cinesi nel 1997, erano stati compiuti dei tentativi per fondare tante piccole comunità religiose per rendere più difficile l’intervento delle autorità, ma senza molto successo. Ora circolano a Hong Kong voci di voler ricorrere nuovamente a tattiche di guerriglia (KNA 18.05. 2022).

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