La Chiesa, Francesco, le resistenze

di: Daniele Menozzi

– Prof. Menozzi, quali furono i principali cambiamenti avvenuti nel cattolicesimo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo?

Il cattolicesimo del diciannovesimo e del ventesimo secolo si è trovato davanti al problema posto dall’avvento del mondo moderno. Diversamente da quanto accadeva nella società ufficialmente cristiana dei secoli precedenti, gli uomini volevano ora affermare la propria autonomia dall’autorità ecclesiastica nell’organizzare la vita collettiva.

A lungo, fino al concilio Vaticano II (1962-65), la Chiesa ha ritenuto di poter rispondere a questo problema, contrapponendo un ideale modello di società cristiana alle aspirazioni dell’uomo moderno. Ha così proclamato che solo il ritorno ad un regime di cristianità, cioè ad una società obbediente alle direttive ecclesiastiche, avrebbe potuto risolvere ogni problema della convivenza civile. Tuttavia, nel corso del Novecento, divenne evidente che questo orientamento, pur rafforzando le istituzioni ecclesiastiche attorno alla guida romana, finiva per allontanare sempre di più gli uomini dalla pratica cattolica. Per questa ragione la maggioranza dei padri convocati al Vaticano II per discutere sulle difficoltà incontrate dalla Chiesa nel mondo contemporaneo, decise di cambiare rotta.

Per poter comunicare agli uomini moderni il messaggio evangelico, la Chiesa avrebbe dovuto aprire con essi un dialogo basato sul riconoscimento degli aspetti positivi della modernità. Il programma dell’aggiornamento ecclesiale, affidato da Giovanni XXIII all’assise ecumenica, consisteva sostanzialmente in questo. Ma un tale programma generale doveva poi essere tradotto in pratica. Non era un’impresa semplice.

Si apriva, infatti, un problema fondamentale: fino a che punto la Chiesa poteva accettare quella modernità che aveva fino a pochi anni prima combattuto? Alla domanda si sono date, già durante il Concilio, e poi soprattutto nel post-concilio, risposte molto diverse. Queste diverse posizioni sono alla base degli scontri che hanno diviso il cattolicesimo a partire dal pontificato di Paolo VI.

– Quali sono le sfide che s’impongono alla Chiesa nel XXI secolo? In che modo l’attuale pontificato sta rispondendo a queste sfide?

Le sfide con cui papa Francesco ha dovuto confrontarsi si possono collocare su due diversi piani.

A livello più immediato, si situa la pesante eredità ricevuta dal predecessore (che non a caso ha rassegnato le dimissioni).

Da un lato, gli atteggiamenti di Benedetto XVI hanno in genere suscitato sugli organi di comunicazione di massa (ovviamente prescindendo dai media programmaticamente schierati su posizioni apologetiche del Vaticano) reazioni duramente critiche. Ne è scaturita una conseguenza precisa: presso l’opinione pubblica la Chiesa veniva generalmente percepita in termini fortemente negativi.

Dall’altro lato, era evidente la crisi in cui versava sia la curia romana, attraversata da continui scandali a sfondo finanziario e a sfondo sessuale, sia la comunità ecclesiale, disorientata dagli atteggiamenti di papa Ratzinger che, da un lato, ribadiva la fedeltà al concilio Vaticano II, dall’altro, faceva dell’apertura ai tradizionalisti anticonciliari una delle linee portanti del suo governo.

Su queste questioni immediate, legate all’eredità del predecessore, papa Francesco ha cercato di dare alcune risposte incisive: recupero di un rapporto positivo con tutti gli operatori dei mass-media anche attraverso una profonda ristrutturazione del sistema dell’informazione vaticana; avvio di pur cauti passi per giungere ad una riforma della curia romana; decisa affermazione dell’irreversibilità dell’aggiornamento ecclesiale promosso dal concilio.

Ma la sfida più importante che papa Francesco deve fronteggiare si colloca su un piano più generale. Le difficoltà di applicazione dell’aggiornamento ecclesiale sono diventate nel XXI secolo ancora più complicate, perché il pontefice si trova a governare la Chiesa nell’età che, per comodità, possiamo chiamare post-moderna.

Come comunicare il Vangelo ad un uomo che rivendica la propria autonomia non più solamente nell’organizzazione della vita collettiva, ma anche in tutti gli aspetti della vita individuale, anche quelli legati alle più profonde strutture antropologiche, come la nascita, l’identità sessuale, la morte?

Di fronte al dilatarsi delle rivendicazioni di autodeterminazione del soggetto, Bergoglio ha preso atto che le modalità finora messe in campo dalla Chiesa per dialogare con gli uomini contemporanei si sono rivelate scarsamente efficaci e che occorre intraprendere una nuova strada.

– In che modo Francesco comprende il rapporto tra Chiesa e società? E come lo manifesta nel suo pontificato?

Mi pare che il nucleo fondamentale della posizione di Francesco verso la società contemporanea consista nella percezione che il rapporto tra la Chiesa e gli uomini non può essere dedotto da una dottrina stabilita a priori e ritenuta valida in ogni tempo e in ogni luogo. Questo non significa che la Chiesa cada nel relativismo, come ritengono i tradizionalisti che si oppongono strenuamente al pontefice. La Chiesa ha come punto di riferimento ineludibile e assoluto il Vangelo.

Ma Bergoglio ha capito che il Vangelo può essere compreso e comunicato solo nel divenire della storia. La pretesa di stare al di fuori e al di sopra della storia, come la Chiesa ha fatto negli ultimi due secoli, ha significato una sua rinuncia a porsi in sintonia con il mondo coevo. Sono insomma i segni dei tempi che permettono di capire quali siano i tratti del messaggio evangelico che intercettano, in una determinata situazione storica, le domande profonde degli uomini.

Papa Francesco ha colto che, nella condizione della società odierna, la misericordia rappresenta il nucleo profondo del Vangelo che trova risonanza in una vita collettiva segnata dalla diffusione, a livello planetario, di drammatici problemi: la crescente povertà materiale; le incombenti minacce di guerra, anche nucleare; le grette risposte nazionalistiche alle grandi ondate migratorie; un’organizzazione economica segnata dall’idolatria del profitto; un degrado ambientale apparentemente inarrestabile.

– Come si capisce la concezione di Francesco riguardo alla dottrina sociale della Chiesa? Quali sono le novità e le continuità della dottrina sociale in Francesco?

La dottrina sociale ha storicamente rappresentato l’ideologia con cui la Chiesa ha contrapposto un progetto di organizzazione sociale cristiana, inevitabilmente segnato dalla subordinazione della vita collettiva alle direttive dell’autorità ecclesiastica, alle proposte che venivano sia dall’ideologia liberale che dall’ideologia socialista. Il programma di una contro-società cattolica appare perciò difficilmente conciliabile con la visione pastorale della Chiesa che Bergoglio propone all’uomo d’oggi: un ospedale da campo in cui i cristiani cercano di curare con la medicina della misericordia le numerose ferite inferte agli uomini dalla contemporanea organizzazione della vita collettiva.

Mi pare che papa Francesco cerchi, a questo proposito, di operare una prudente transizione dal passato al futuro: intende mantenere la concezione della dottrina sociale, cui è ancora legata larga parte del mondo cattolico ma, al contempo, si sforza di fornire un impulso per avviarne la trasformazione.

Si tratta di fare in modo che l’insegnamento sociale della Chiesa non venga più percepito come uno schema applicabile sempre e dovunque, ma rappresenti la via con cui il Vangelo della misericordia viene variamente messo in pratica nei concreti e specifici contesti storico-culturali in cui i cristiani operano.

In sintesi, adatterei alla questione un’espressione del pontefice: occorre fare in modo che i credenti non si servano della dottrina sociale per occupare spazi, anche di potere, come era accaduto in passato, bensì per avviare processi di cambiamento in dialogo con tutti gli uomini di buona volontà.

– In che cosa consiste la critica di papa Francesco alla ragione moderna? E come lei vede questa critica?

La ragione moderna pretendeva di essere assoluta: la presentazione della legge naturale come norma universalmente valida costituisce il risultato più evidente di questa pretesa. La Chiesa ha a lungo fatto propria questa impostazione, rivendicando di essere la depositaria autentica della verità assoluta cui giungeva la ragione moderna Ad esempio, il papato otto-novecentesco si è autoproclamato custode e interprete della legge naturale.

Papa Francesco non ha abbandonato questa prospettiva sostenuta dei suoi predecessori, ma l’ha ridimensionata. Ha cambiato l’ordine delle priorità. Ai suoi occhi compito primario della Chiesa non è proclamare i principi della legge naturale, ma rendere comprensibile agli uomini il messaggio di salvezza contenuto nel Vangelo. Ora, per comunicare adeguatamente tale messaggio, occorre conoscere gli uomini. Dal momento che la vita degli uomini si svolge nel tempo, la storia viene prima dell’astratta ragione.

Bergoglio insomma non mette in discussione la tradizionale assunzione della ragione moderna da parte della Chiesa, ma privilegia la dimensione storica rispetto a quella dottrinale. A me pare che sia una grande conquista per il cattolicesimo. A lungo la Chiesa ha mostrato verso la storia un sostanziale disinteresse, ma in questo modo ha pagato un prezzo assai salato: una forte diminuzione della sua capacità apostolica e della sua efficacia pastorale.

– Come valuta la ricezione dei documenti apostolici di questo pontificato oltre la comunità ecclesiale?

Mi pare che papa Francesco goda di un largo consenso al di fuori del perimetro definito dall’appartenenza al cattolicesimo. Non si tratta solo del fatto che possiede una forte capacità di comunicazione, non solo verbale, ma anche nei gesti e negli stili di comportamento, che solleva una generale attenzione simpatetica. Né si tratta solo del fatto che il mondo contemporaneo appare sprovvisto di leader mondiali che siano in grado di mettere in risalto i grandi problemi del pianeta cui ogni uomo d’oggi è sensibile.

Certo, Bergoglio attira un’attenzione planetaria perché è uno dei pochi uomini di governo capace di affrontare temi di interesse comune: la globalizzazione guidata dal profitto, l’ecologia, le migrazioni di massa, la terza guerra mondiale a pezzi… Ma non è ascoltato solo per questo motivo.

È ascoltato al di fuori della Chiesa anche per un altro motivo: si è rivolto ai non credenti senza alcuna pretesa di convertirli al cattolicesimo, ma rivolgendo loro, nel pieno rispetto delle convinzioni di ciascuno, l’appello a stabilire un dialogo allo scopo di studiare assieme come risolvere le grandi questioni che toccano la vita di tutti. In questo modo ha incrociato un bisogno profondo del mondo attuale.

– In cinque anni del suo pontificato, Francesco ha tenuto tre incontri con i movimenti sociali – nel 2014 e 2016 a Roma e nel 2015 in Bolivia –. Cosa possiamo dedurre da questi movimenti del papa?

Mi pare che questi incontri manifestino una delle modalità in cui si articola il nuovo rapporto che papa Francesco intende promuovere tra Chiesa e società moderna. Non si tratta di movimenti di carattere confessionale, anzi al loro interno operano anche non credenti. Ma questo non impedisce che il pontefice incoraggi la loro attività.

Francesco riconosce infatti che questi movimenti partono da due atteggiamenti pienamente condivisibili per l’etica cristiana: da un lato, la costatazione che l’odierna organizzazione della vita collettiva non corrisponde alle esigenze della giustizia; dall’altro lato, l’impegno a individuare i modi più idonei per trasformare questa iniqua situazione attraverso processi che favoriscano partecipazione e democrazia.

Bergoglio sostiene, dunque, gli orientamenti di fondo di questi movimenti ma, al contempo, lascia loro piena autonomia nel determinare concretamente forme di azione e obiettivi. Il papa insomma non interviene per limitare, alla luce della dottrina della Chiesa, l’autodeterminazione dei soggetti sociali che si producono nella storia. Li accompagna e li sostiene, in quanto tendono al cambiamento di un assetto sociale giudicato iniquo, lasciando alle loro dinamiche interne il compito di scegliere le opportune strade da intraprendere a questo scopo.

– Tra i tre incontri con i movimenti sociali, il più espressivo è stato quello di La Paz, in Bolivia. Come interpreta il discorso fatto in quell’occasione?

In quell’occasione papa Francesco ha chiarito molto bene quali sono i problemi dell’odierna organizzazione della vita collettiva che si pongono a livello planetario: la mancanza di casa, di terra, di lavoro (le tre “t” dei movimenti popolari), che impedisce il raggiungimento della piena dignità a tanti uomini, è riconducibile ad un fattore unitario: l’idolatria del profitto.

Ma Bergoglio non si è limitato alla diagnosi della situazione attuale: ha anche insistito sul fatto che un cambiamento è possibile e che questo cambiamento è connesso allo sviluppo di una cultura del dialogo fraterno fra gli uomini, in primo luogo fra i poveri, gli esclusi, i disoccupati, i lavoratori sfruttati, insomma fra tutti coloro che sono colpiti dalla globalizzazione economica. I movimenti popolari offrono un esempio di questo incontro fraterno.

Nella circostanza, il pontefice ha anche ricordato che l’unità tra tutti i popoli è una condizione per il raggiungimento di un assetto che sostituisca giustizia e pace al dominio del denaro. Ha affermato che, in passato, la Chiesa non ha sempre saputo promuovere tale obiettivo, ad esempio appoggiando le iniziative coloniali; ma ha aggiunto che oggi essa è arrivata a comprendere che unità non significa uniformità. Ha così proiettato sul piano sociale l’immagine del “poliedro”, che aveva altra volta utilizzato sul piano ecclesiologico: si tratta di realizzare una forma di convivenza tra i popoli che garantisca una unità basata sulla pluralità in modo da consentire ad ognuno di essi di mantenere la propria identità culturale.

– Quali sono le maggiori debolezze e sfide di questo pontificato?

Naturalmente è difficile giudicare un pontificato in corso. Inevitabilmente mancano troppi elementi per formulare un giudizio fondato. Tuttavia molto schematicamente porrei due problemi.

In primo luogo, il papa, come ho detto a proposito della dottrina sociale, ha avviato una transizione dal tradizionale progetto di ricostruzione di una società a guida ecclesiastica ad una presenza dei credenti nella storia basata sulla misericordia evangelica. In questo tragitto restano evidentemente elementi legati al passato. La persistenza di incrostazioni e residui della tradizione otto-novecentesca costituisce una difficoltà che indebolisce il cammino del pontificato.

La seconda questione forse è ancora più rilevante: Francesco propone un nuovo modello di rapporto tra la Chiesa e la storia degli uomini, ma lo fa all’interno di strutture e di istituzioni di una Chiesa legata al precedente modello che si è costituito nel sedicesimo secolo a seguito del concilio di Trento. Certo, il papa punta sulla trasformazione dei cuori più che sul cambiamento istituzionale, ritenendo che quest’ultimo seguirà il primo. Resta tuttavia il problema di una novità che dovrebbero realizzare strumenti ereditati dall’età della Controriforma.

– Che letture si possono fare dalle critiche di Francesco dentro e fuori della Chiesa?

Le resistenze ai mutamenti proposti da Francesco sono di vario tipo. Ovviamente ogni cambiamento determina le resistenze di quanti vogliono conservare la condizione esistente. Ma, al di là degli ambienti cattolici conservatori, mi pare che le resistenze più rilevanti si possano ricondurre a due ambiti, spesso tra loro intrecciati.

Vi sono alcuni (e tra questi persino un paio di anziani cardinali) che accusano il papa di eterodossia, avvicinandosi così alle posizioni dei tradizionalisti anticonciliari. Si tratta di una posizione legata alla proiezione sulla grande Tradizione cattolica delle concezioni maturate dalla Chiesa negli ultimi secoli: si tratta di cattolici sprovvisti di senso storico, perché, anziché vedere il cammino bimillenario del cristianesimo, elevano a valore eterno e immutabile il volto assunto dalla Chiesa di Roma dal concilio di Trento in poi.

La seconda resistenza viene da quanti accusano il papa di aver ceduto al comunismo: sono coloro che, volendo preservare privilegi e interessi, non possono accettare una Chiesa che, anziché difendere, come pure in passato ha fatto, la situazione vantaggiosa in cui essi vivono, intende invece promuovere processi di cambiamento a favore di un’autentica giustizia nei rapporti tra gli uomini.

Occorre qui osservare che, nonostante le ripetute richieste, Benedetto XVI ha finora respinto il tentativo degli ambienti che miravano a farlo diventare il punto di riferimento delle accuse rivolte al successore.

– Lei lavora sul tema del totalitarismo, specialmente nel libro Cattolicesimo e totalitarismo. Chiese e culture religiose tra le due guerre mondiali (Morcelliana, 2004). Oggi, in tutto il mondo, assistiamo ad un’ascesa di prospettive più totalitarie (l’Italia con la Lega, la Francia con il Front National, negli stessi Stati Uniti con l’elezione di Donald Trump, e persino in Brasile dove personaggi come Jair Bolsonaro si lanciano come candidati all’elezioni presidenziali). Come valuta oggi la posizione della Chiesa di fronte a questo scenario?

Più che alla ricomparsa di prospettive totalitarie – che pure non mancano: basta pensare al serpeggiare in diversi paesi, anche europei, di richiami al razzismo e all’antisemitismo –, mi pare che si assista ad un ritorno, nel Vecchio Continente, ma anche al di fuori di esso, di esclusivismi a base nazionalistica.

La Chiesa non ha a questo proposito un passato esemplare: nella prima metà del Novecento ha infatti pensato di controllare i rigurgiti nazionalistici distinguendo tra un nazionalismo moralmente lecito e uno moralmente illecito, senza rendersi conto che in questo modo, fornendo, sia pure indirettamente, una legittimazione alle pulsioni nazionalistiche, allentava nei fedeli la capacità di riconoscere la radicale incompatibilità tra cristianesimo e nazionalismo.

Mi pare che Bergoglio sia estraneo a questa tradizione ecclesiastica. Il suo insegnamento si basa sulla proclamazione della dignità di ogni persona umana in quanto creata a immagine e somiglianza di Dio. Da questa premessa egli fa discendere sia l’uguaglianza tra tutti gli uomini – ai quali perciò spettano identici diritti inalienabili e imprescrittibili, indipendentemente dalle appartenenze religiose, etniche, culturali ecc. – sia la inestinguibile fratellanza tra loro.

Mi pare che si tratti di un antidoto significativo alla riesumazione di risposte nazionalistico-autoritarie a momenti di drammatica crisi economica e sociale, come si è verificato dopo la Grande Guerra (fascismo) o dopo la Grande depressione del 1929 (nazismo). Naturalmente non è detto che tale antidoto sia efficace, perché l’effettiva conoscenza della storia è l’ultima cosa di cui si sono preoccupati, negli ultimi decenni, alcuni governanti caratterizzati da scarso livello politico e culturale. Ma almeno si può pensare che politiche nazionalistiche non siano più condotte al riparo di un sostegno della Chiesa di Roma.

– Vuole aggiungere qualcos’altro?

Soltanto l’auspicio che la linea di rinnovamento ecclesiale perseguita da papa Francesco possa superare le diverse forme di resistenza che incontra a vari livelli, trovando le vie di una compiuta realizzazione.

Questa intervista – curata da Joao Vitor dos Santos – è apparsa su Revista do Instituto Humanitas Unisinos il 21 maggio 2018

image_pdfimage_print
Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedintumblrmail

2 Commenti

  1. Fabrizio Mastrofini 3 settembre 2018
    • Angela 4 settembre 2018

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi