Chiesa tedesca: il trauma degli abbandoni

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L’alto numero degli abbandoni della Chiesa cattolica (ed evengelica) in Germania richiede un profondo ripensamento.

È stato indubbiamente un forte shock per i vescovi tedeschi leggere i dati relativi agli abbandoni della Chiesa cattolica, pubblicati nelle statistiche annuali del 2019 dalla Conferenza episcopale, lo scorso 26 giugno: ammontano a 272.771 coloro che se ne sono andati.

Perché se ne vanno?

«Abbiamo profondamente deluso la fiducia della gente» – ha commentato sconsolato il vescovo di Hildesheim, Heiner Wilmer. E il vescovo Peter Kohlgraf, di Magonza: «L’ovvietà della nostra presenza cristiana nella società sta scomparendo». Da parte sua, il vicario generale di Treviri, Ulrich Graf von Plettenberg, ha aggiunto: «I dati dimostrano dolorosamente che non riusciamo più con le nostre proposte a raggiungere molta gente nella loro situazione di vita».

Cercando le ragioni di questo fenomeno, molti hanno accennato ai recenti scandali degli abusi sessuali, alle ricchezza della Chiesa e alla relativa tassa da pagare (Kirchensteuer), ma soprattutto alle mancate riforme e alla perdita di speranza che esse si realizzino. Ma – ha dichiarato H. Wilmer –  fenomeni come i casi di abuso, la struttura della Chiesa e la tassa sono solo cause superficiali per spiegare questi abbandoni. Il problema è la perdita di rilevanza. «Come Chiesa cattolica, stiamo perdendo importanza nell’interpretare il senso della vita della gente». La Chiesa cattolica rappresenta solo una delle proposte accanto a molte altre alternative nella società.

Per recuperare la fiducia perduta, secondo il vicario generale della diocesi di Fulda, Christof Steinert, negli attuali “tempi di crisi” è importante che la Chiesa sia vicina e presente tra la gente e si interroghi sul significato della fede che si trasmette e che si vive.

Secondo l’ausiliare della diocesi di Rottenburg, Matthäus Karrer, è decisiva l’immagine che la Chiesa offre di sé. A suo avviso, molti se ne vanno perché hanno perso la pazienza e non vedono nella Chiesa alcuna volontà di riforma.

Georg Bätzing, presidente della Conferenza episcopale tedesca, ha sottolineato che «non c’è nulla da dire sulle cifre presentate». La Chiesa deve chiedersi se parla ancora il linguaggio giusto per raggiungere le persone oggi. Dopo una notevole perdita di trasparenza e di onestà, deve ora cercare di recuperare la fiducia ed esplorare nuove forme di trasmissione della fede e di rapporti tra fedeli e sacerdoti. Ha sottolineato, a questo proposito, l’importanza e la sua fiducia nel «cammino sinodale».

Ma, stando alla riflessione – che pubblichiamo dopo i dati statistici – del teologo Von Jan Loffeld, il problema che sta alla base di tante uscite non è solo la mancanza di riforme, ma dipende dal fatto che oggi aumenta sempre più – soprattutto tra i giovani – un atteggiamento di disinteresse per tutto ciò che riguarda la religione e la Chiesa. È questo il punto cruciale.

Jan Loffeld è professore di teologia pratica presso l’università olandese di Utrecht ed esercita il suo sacerdozio in Germania nella diocesi di Münster.

Presentiamo anzitutto il quadro generale degli abbandoni che riguarda non solo la Chiesa cattolica, ma anche quella evangelica. E, di seguito, la riflessione di Jan Loffeld.

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Le due grandi Chiese in cifre

Nel 2019 sono uscite dalla Chiesa cattolica tedesca 272.771 fedeli, circa il 26,2% in più rispetto all’anno precedente (216.078). La Chiesa evangelica, nello stesso periodo di tempo, ha registrato 270.000 abbandoni, ossia il 23,3% in più rispetto al 2018 (220.000)

Attualmente sono 22,6 milioni le persone che fanno parte della Chiesa cattolica facendo capo alle sue 27 diocesi. Esse rappresentano il 27,2% della popolazione totale del paese, calcolata in 83,1 milioni. Nel 2018 i cattolici erano 23 milioni (27,9%). Ciò significa che il numero totale dei cattolici è diminuito di circa 400.000 unità nel 2019.

Le 20 Chiese evangeliche, nel 2019 contavano un totale di 20.713.213 membri, ossia il 24,9% della popolazione globale. Nel 2018 erano poco più di 21 milioni. Il loro numero, perciò, è diminuito anch’esso di 400.000 unità nel 2019.

Complessivamente, alla fine del 2019, 43,3 milioni, ossia il 52,1% della popolazione totale della Germania erano membri di una delle grandi Chiese. Alla fine del 2018 erano il 53,2%.

Secondo le ultime informazioni della Chiesa evangelica (EKD), a questi dati sono da aggiungere, per il 2018, oltre 1,5 milioni di cristiani ortodossi e circa 900.000 aderenti ad altre Chiese e comunità cristiane libere. Il totale dei cristiani in Germania risulta pertanto, nel 2018, di 45,7 milioni, ossia il 55% dell’intera popolazione. Nel 2018 erano il 56,1%.

La frequenza media settimanale alla Chiesa tra i cattolici è diminuita passando dal 9,3 al 9,1%. Ciò significa appena 2,1 milioni di presenze.

La Chiesa evangelica, secondo i dati relativi al 2017, registra in media circa 978.000 frequentanti, ossia il 4,7%.

Anche il numero delle parrocchie cattoliche è ulteriormente diminuito, passando da 10.045 a 9.936. La Chiesa evangelica alla fine del 2018 contava 13.792 comunità.

Per quanto riguarda i matrimoni: nella Chiesa cattolica, il loro numero è diminuito da 42.789 a 38.537. Nella Chiesa evangelica, secondo i dati riferiti al 2017, è stato di 42.987.

È sceso anche il numero annuale dei battesimi passando da 167.787 a 159.043. Il dato è diminuito anche nella Chiesa protestante: da 170.000 dell’anno precedente è sceso a 160.000.

Lo scorso anno la Chiesa cattolica ha registrato 2.330 ingressi (nel 2018, 2.442) e 5.339 ritorni (nel 2018, 6.303) e la Chiesa evangelica ha contato circa 25.000 accoglienze.

È diminuito anche il numero dei funerali cattolici che è passato da 243.705 a 233.937, superando così il numero dei battesimi, delle iscrizioni e dei rientri di circa 67.200 unità. Anche nella Chiesa evangelica il numero dei funerali – circa 340.000 – è stato chiaramente più alto dei battesimi e dell’accoglienza. (KNA, 26.06.2020)

Riflessione del teologo Von Jan Loffeld

Consentitemi una breve introduzione riportando due ricordi personali: nel maggio 2003, un mese prima che il nostro corso di ordinandi a Münster, formato allora da 16 membri, ricevesse l’ordinazione presbiterale, si tenne a Magonza il primo raduno dei seminaristi tedeschi. Nella discussione finale nella Rheingoldhalle (prenotata per l’allora grande numero di candidati), il commento dei partecipanti fu unanime: “Il mondo ha bisogno di assistenza pastorale, ha bisogno di sacerdoti che amministrino i sacramenti, voi vi incamminate verso un futuro promettente”. Consacrati a Dio e inviati era lo slogan dell’incontro di Magonza e ne forniva, nello stesso tempo, la ricetta.

Cambio di scena: lo scorso anno, quando ho iniziato la mia attività qui a Utrecht, la collega di pedagogia religiosa, nell’incontro di presentazione, disse press’a poco così: “Qui in Olanda non ci aspetta nessuno”. Non lo disse affatto con rincrescimento o con un tono particolarmente depresso.

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In questi ultimi decenni la discussione sulla de-culturazione ecclesiale e religiosa sembra muoversi tra queste due prospettive. La prima ha come presupposto la natura religiosa degli esseri umani. Ogni essere umano avverte un bisogno religioso ed è compito delle comunità religiose rispondervi in maniera adeguata. L’attenzione si concentra quindi sull’adeguatezza, la qualità e la comprensibilità della risposta.

La seconda ritiene che il problema religioso non esista più – anche se non per tutti. Ciò non significa che ciascuno non abbia un potenziale religioso, ma che un numero crescente di persone non sente alcun bisogno di attivarlo o di coltivarlo con costanza, nemmeno in tempi di classiche domande di senso e di vita. Molte esperienze pastorali in tempo di coronavirus sembrano andare esattamente in questa direzione.

Essenziale la domanda di riforme 

L’attuale acuta richiesta di analisi del grande numero di domande di uscire dalla Chiesa non è certamente l’unico motivo o l’unica ragione che possa servire a chiarire tutto.

Ed è anche certo che non esiste “la” soluzione. La domanda di riforme, in particolare per la Chiesa cattolica, è imprescindibile. Tuttavia esse non dovrebbero essere strumentalizzate come “performances” della Chiesa e non essere associate assolutamente a qualcosa di “messianico”, nella speranza che la tendenza ad andarsene dalla Chiesa venga totalmente interrotta.

C’è indubbiamente bisogno di riforme, ma per ragioni di giustizia, per un serio discernimento dei “segni dei tempi” e per rispondere meglio all’uomo d’oggi e ai suoi interrogativi in senso evangelico.

Alla luce dei nuovi dati statistici, molte cose stanno a indicare che in essi si riflette anche uno sviluppo, descritto da alcuni settori dell’attuale sociologia internazionale delle religioni come un ritorno ad approcci secolarizzati. Si tratta di una secolarizzazione non come tendenza universale (questa è la differenza dalla tesi classica della secolarizzazione), ma di una megatendenza. Accanto a un (piccolo) «ambito religioso» a volte molto variegato e vivace, cresce un mercato di proposte di senso non religioso o che assomigliano a quelle religiose.

Sono molti coloro che nemmeno si pongono più espressamente la domanda di significato. Lo si può costatare fra le persone al di sotto dei 40 anni: più sono giovani, meno sono toccati da interrogativi religiosi, molto meno dei loro genitori alla loro età. O, come ha detto una giovane insegnante olandese di filosofia ai suoi alunni e alunne: «Qui non esiste alcun problema religioso». Perciò ci troviamo di fronte non solo a un problema riguardante la religione o la demografia, ma anche a un disinteresse di fondo per la religione. Il più delle volte non è dato di sapere se coloro che abbandonano la Chiesa abbraccino poi un’altra pratica religiosa o entrino in un’altra comunità ecclesiale. Semplicemente ad essi non manca niente, anche senza Dio e senza la Chiesa.

L’elenco delle ragioni e delle analisi al riguardo è lunga. E la Chiesa offre una buona dose di motivi di irritazione nei suoi confronti tanto che le persone se ne allontanano. Tuttavia è opportuno anche ascoltare alcuni esperti operatori pastorali. Molti, davanti ai dati di una partecipazione in declino, si chiedono – oltre al problema “Chiesa” – che cosa hanno sbagliato nelle proposte a livello parrocchiale. Pastori d’anime molto apprezzati notano che i “fondamenti” dell’impegno con i giovani nella comunità vengono meno quando, per esempio, i giovani vanno all’università e, quando si trovano a vivere in un contesto cittadino, spesso abbandonano la pratica religiosa fino ad uscire dalla Chiesa.

Ciò, il più delle volte, non significa che non siano grati per i «bei tempi trascorsi nella comunità», ma che la Chiesa e la fede diventano troppo esigenti, così che preferiscono non averne alcuna. Molti pastori d’anime avvertono la loro prassi pastorale come paradossale: anche là dove tutto sembrava andare bene e la Chiesa ha compiuto un buon lavoro, i giovani scelgono qualcosa che li attrae con maggior forza.

Quale risposta pastorale? 

Questi pochi esempi mostrano che dovremmo porci un forte interrogativo sulla Chiesa. Per molti i cosiddetti scandali costituiscono soltanto la goccia che fa traboccare il vaso. Nello stesso tempo, si estraniano anche persone più intimamente unite alla Chiesa perché hanno perso la speranza nei cambiamenti. Ciò deve essere preso sul serio nelle riflessioni sulla riforma.

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Di fronte ai grandi numeri, sembra appropriata la domanda che il settimanale Der Spiegel esprime sinteticamente nelle seguenti affermazioni. «Il prodotto religioso del cristianesimo sembra aver perso la sua attrattiva a 2000 anni dalla sua comparsa». Non viviamo forse oggi una “crisi di rilevanza” del vangelo?

Gli uomini del 21° secolo hanno ancora bisogno di un Dio che ha dato il suo Figlio «per la remissione dei peccati» – per quanto si cerchi di tradurre questo messaggio in termini ragionevoli e comprensibili? Il problema della colpa non viene forse spesso risolto in altre maniere, dicendo “sono innocente” o declinando ogni responsabilità oppure applicando la formula “il fatto non sussiste”? (O. Marquardt). E non è forse l’imperativo del nostro tempo di trovarsi d’accordo in ogni caso? (Parola chiave: cultura-like)?

Lo studioso della cultura Byung-Chul Han interpreta questi fenomeni con il concetto di «società positiva» che cerca di bandire tutto ciò che è negativo, di renderlo facilmente controllabile, o di mascherarlo, e interpretare perfino la morte semplicemente come la «fine muta della produzione sociale». Un compito importante sarebbe quello di offrire la fede come qualcosa che è «più del necessario» (E. Jüngel) e quindi qualcosa di arricchente, anche se un numero sempre minore ne sente il bisogno.

Il teologo pastoralista Ottmar Fuchs ha usato un bel paragone: la nostra pastorale (popolare) è molto modellata sulle immagini bibliche della «primavera galilaica». Si dice: «Tutta la città era riunita davanti alla porta» (Mc 1,33), oppure, «Tutti ti cercano» Mc 1,36). Questo era vero in tempi di effettivo potere pastorale. Notiamo tuttavia che queste immagini, da un lato, sono molto efficaci sul piano pastorale, ma, allo stesso tempo, la realtà parla un altro linguaggio. Non c’è forse bisogno di altre immagini per la nostra pastorale e per le nostre Chiese, anche pensando alla responsabilità di coloro che anche oggi vogliono prepararsi ad una “professione pastorale“?

Vana ricerca di punti fermi 

Il vescovo di Magdeburgo, Gerhard, nel suo libro pubblicato lo scorso anno Anders katholisch (Diversamente cattolico), per la Chiesa della Germania centrale e orientale ha usato l’espressione di «minoranza creativa!». Questo sembra essere un modello adatto anche per l’Olanda e forse anche per altri paesi europei nel medio e lungo termine. Chiunque venga dalle immagini di “pienezza” deve per intanto inghiottire questo boccone amaro. Tuttavia, gli ultimi dati, come anche la ricerca decennale, in gran parte non riuscita, di creare punti fermi, potrebbero costituire l’occasione per affrontare il molteplice dialogo sulle riforme.

Ciò non deve significare né un «piccolo gregge» che, timoroso del mondo, guarda il cielo, forte nella fede e consapevole della propria scelta (così a volte viene compresa l’immagine di “minoranza creativa”), né una specie di «cristianesimo di ritirata», tentato di percorrere la via di un nuovo ruolo nella società. Potrebbe piuttosto significare la gestione aperta e creativa della situazione così com’è, senza paura.

Su questo ci sarebbe da discutere, ponendosi le seguenti domande: per chi dovremmo essere rilevanti? Per un qualsiasi genere di “sistema” o perché crediamo che il messaggio che noi portiamo è realmente un arricchimento? Inoltre, come sono giudicati i cristiani e le cristiane riguardo alla loro “cattolicità”, pur nella loro diversità (anche la Chiesa primitiva conosceva dei cristiani che rimanevano lontani dall’eucaristia), nel loro agire diaconale e nell’intento di intercettare la realtà?

In definitiva, si tratta della sfida di rimanere socialmente significativi ed efficaci anche se numericamente più ridotti e con pochi mezzi finanziari. Sicuramente i processi di trasformazione del ruolo della Chiesa sono accompagnati dalla sofferenza. Slogan come «salvare il salvabile e conservare ciò che può essere conservato» (G. Greshake) non devono costituire l’unica linea guida.

In conclusione: anche il motto della giornata dei seminaristi a Magonza del 2003 potrebbe andar bene per un’immagine futura della Chiesa: “Consacrati a Dio e dediti al mondo” da applicare però a tutto il popolo di Dio.

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2 Commenti

  1. Lorenzo 15 luglio 2020
  2. Bregolin don Adriano 12 luglio 2020

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