Cile: consuntivo della visita di Francesco

di:

papa Francesco in Cile

L’autore di questo articolo, Jorge Costadoat, è un teologo gesuita da diversi anni direttore del Centro Teológico Manuel Larraín (Cile). Ha insegnato per oltre un ventennio presso la Pontificia Universidad Católica di Santiago del Cile, ma, nell’aprile 2015, non è gli è stata riconfermata dalle autorità ecclesiastiche la “missio canonica” per l’insegnamento.

La visita di papa Francesco in Cile incominciò con una boccata d’aria fresca. Fino ad ora la Chiesa cilena ha trovato poca ispirazione da parte dei vescovi. Al contrario, è diventata una specie di Boston, d’Irlanda o di Australia in America Latina. Gli abusi sessuali del clero e la loro copertura hanno scosso il paese e, in modo particolare, i cattolici. I giovani sono arrivati ad associare indissolubilmente la parola “pedofili” ai sacerdoti.

papa Francesco in Cile

La visita del papa con i suoi gesti e parole semplici, con il legame profondo con la realtà delle persone, con il suo avvicinamento ai più poveri (donne detenute, mapuche e “scartati”), ha confermato la convinzione più profonda della Chiesa latinoamericana. È la Chiesa che fa l’opzione dei poveri perché Dio opta per i poveri.

Appello ai laici

Nella zona indigena mapuche, altamente conflittuale, ha fatto appello all’unità del paese. Nel contempo, ha denunciato le manifestazioni di violenza che, fino ad ora, si sono espresse con camion, chiese date alle fiamme e alcuni crimini. Ha affermato: «L’unità, se vuole costruirsi a partire dal riconoscimento e dalla solidarietà, non può accettare qualsiasi mezzo per raggiungere questo scopo. Ci sono due forme di violenza che, più che dare impulso ai processi di unità e di riconciliazione, finiscono col minacciarli». È stato innovativo nel condannare un tipo di violenza di cui si parla poco, ma che è alla base del conflitto: «In primo luogo, dobbiamo fare attenzione all’elaborazione di “bei” accordi, che mai arrivano a concretizzarsi. Buone parole, piani accurati, e anche necessari, ma che, non arrivando a concretizzarsi, finiscono con “cancellare con il gomito quanto scritto con la mano”. Anche questo è violenza, perché? Perché frustra la speranza».

E, senza dubbio, ha condannato pure la violenza ribelle ricordata sopra.

I migranti – haitiani, colombiani, peruviani, venezuelani – li ha incoraggiat come ha fatto in tante altre parti. «Stiamo attenti alle nuove forme di sfruttamento, che espongono tanti fratelli a perdere la gioia della festa. Stiamo attenti alla precarietà del lavoro che distrugge vite e matrimoni. Stiamo attenti a coloro che approfittano dell’irregolarità di molti immigrati perché non conoscono la lingua o non hanno i documenti “in regola”».

Si è incontrato con i giovani usando un linguaggio adatto per farsi capire e per chiamarli ad un impegno cristiano. Li ha spronati a farsi carico del loro paese. Li ha sfidati a interpellare la Chiesa. In una maniera molto simpatica ha dato loro una ricetta per mettersi in contatto con Cristo. Ha dato loro una password da installare nei loro telefoni: “Che farebbe Cristo al mio posto?”. Questo è stato uno degli appelli più comuni di sant’Alberto Hurtado (morto nel 1952) alle persone della sua generazione: atteggiamento che dovrebbero avere i cristiani nelle circostanze più diverse della loro vita.

Per i luoghi dove è passato, ha richiamato i cattolici ad ascoltare, a guardare e a passare all’azione. È stato soprattutto duro con il clericalismo. «La mancanza di coscienza che la missione è di tutta la Chiesa e non del sacerdote o del vescovo, limita l’orizzonte e, ciò che è peggio, coarta tutte le iniziative alle quali lo Spirito può dare impulso nel nostro ambiente. Diciamolo chiaramente, i laici non sono i nostri “peones”, né i nostri impiegati. Non devono ripetere come “pappagalli” quello che diciamo… Il clericalismo, lungi dal dare impulso ai diversi apporti e proposte, poco a poco spegne il fuoco profetico che la Chiesa tutta è chiamata a testimoniare nel cuore dei popoli. Il clericalismo si dimentica che la visibilità e la sacramentalità della Chiesa appartengono a tutto il popolo di Dio (cf. Lumen gentium 9-14) e non soltanto ad alcuni pochi eletti e illuminati».

Ai vescovi, ai preti e ai religiosi/e

A proposito di questo problema, riferendosi ai vescovi, ha richiamato la loro attenzione sul tipo di formazione che ricevono i seminaristi: «I sacerdoti di domani devono formarsi guardando al domani: il loro ministero si svolgerà in un mondo secolarizzato e, pertanto, domanda a noi pastori di discernere come prepararli per compiere la loro missione in questo scenario concreto e non nei nostri “mondi o stati ideali”. Una missione che si compie in unione fraterna con tutto il popolo di Dio. Gomito a gomito, dando impulso al laicato in un clima di discernimento e di sinodalità, due caratteristiche essenziali del sacerdote di domani. No al clericalismo e a mondi ideali che entrano soltanto nei nostri schemi, ma che non toccano la vita di nessuno».

Ai religiosi e religiose il papa ha rivolto parole di coraggio. La situazione della vita religiosa in Cile è molto preoccupante. Le congregazioni religiose femminili praticamente non hanno vocazioni. Le congregazioni maschili, oltre a vedere ridotti i numeri, sono gravate dal sospetto di una omosessualità male assunta. Per tutti i religiosi, il papa ha avuto parole di incoraggiamento. «Il riconoscimento sincero, doloroso e orante dei nostri limiti, lungi dall’allontanarci dal nostro Signore, ci permette di tornare a Gesù sapendo che “lui può sempre, con la sua novità, rinnovare la nostra vita e la nostra comunità e, benché attraversi tempi oscuri e debolezze ecclesiali, la proposta cristiana non invecchia mai… Ogni volta che ci sforziamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo, sgorgano nuovi cammini, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale. Che bene ci fa lasciare che Gesù ci rinnovi il cuore!».

Ai gesuiti ha ricordato l’importanza del concilio Vaticano II e la necessità che ha la Chiesa di imparare a discernere. Come i grandi concili, il recente Vaticano II comincia ad essere recepito, ha detto loro. D’altra parte, i gesuiti sono di aiuto alla Chiesa ad imparare l’arte del discernimento.

papa Francesco in Cile

Papa Francesco e il vescovo Barros

Il caso Barros

I discorsi e le omelie dei papa, brevi e profonde, meritano una rilettura e una meditazione attente. È ancora presto per valutarli in tutta la loro ricchezza. Nonostante la visita sia stata oscurata dal “caso Barros”.

Mons. Barros, nominato, mantenuto e riconfermato come vescovo di Osorno da Francesco, durante la visita del pontefice ha attirato l’attenzione dei mass media oltre ogni aspettativa. Questo vescovo, come i vescovi Valenzuela (Talca) e Kolkjatic (Linares) fece parte del nucleo duro della fraternità di Fernando Karadima, sacerdote e guida spirituale di un gruppo di seminaristi e di sacerdoti di classe alta e conservatrice, di cui abusò psicologicamente e sessualmente.

Un gruppo importante di laici di Osorno si è opposto alla nomina fin dall’inizio. Molti altri cattolici cileni si sono aggiunti a questa opposizione. Per costoro è stato soprattutto irritante che Barros, pur potendo mettersi in un luogo discreto, ha assistito a tutti gli atti che ha potuto, esponendosi alle domande della stampa. Ha potuto comportarsi in questa maniera senza il consenso del papa? Il problema è che, lasciando papa Francesco il Cile, vi è una sensazione di frustrazione enorme in molti cattolici cileni.

Questa sensazione allarga il fossato che c’è nel popolo di Dio tra la gerarchia ecclesiastica e il resto dei fedeli. Tra i due c’è una incomunicabilità che la visita del papa difficilmente avrebbe potuto superare. Mi pare difficile che la sensazione di orfanità e di distanza tra i cattolici cileni e le autorità della loro Chiesa possa sanarsi in breve tempo. Così che le prime parole di Francesco in Cile – “dolore e vergogna” per la condotta di ministri della Chiesa e l’incontro con alcune vittime di abusi del clero e di religiosi, con le quali il papa si è trovato in sintonia con il popolo cileno – non saneranno la ferita. Mantenendo il vescovo al suo posto, Francesco lascia senza risolverlo un problema grave dentro la Chiesa cilena e anche dentro la conferenza episcopale.

Il futuro del cattolicesimo “alla cilena” è a rischio.

Print Friendly, PDF & Email
Facebooktwitterredditpinterestlinkedintumblrmail

2 Commenti

  1. Nicola 22 gennaio 2018
  2. Padre Barracuda 22 gennaio 2018

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi