Cina: lo scenario dell’accordo (possibile)

di: Lorenzo Prezzi

Settimananews ha dato la notizia dell’ordinazione illegittima di un vescovo sotterraneo. Ricostruisce ora, per cenni e riferimenti, il quadro dell’auspicato accordo fra Cina e Santa Sede sulla nomina dei vescovi.

L’ordinazione clandestina e illegittima di un vescovo a Zhengding da parte del vescovo Wang della diocesi di Tengshui è un fatto che richiede interpretazione. Succede che l’interpretazione sia più rilevante del fatto, soprattutto in contesti culturali distanti e con informazioni non univoche. Che il fatto sia grave è indicato dalla censura canonica prevista (scomunica latæ sententiæ), dall’assenza del consenso del papa, con un solo vescovo celebrante (se ne prevedono tre), in un contesto di pericolo scismatico. Il vescovo locale, Giulio Jia Jinguo, appartiene alla Chiesa clandestina e tuttavia è ritenuto da una parte della comunità come troppo accomodante con il governo comunista. Si aggiunge paradosso a paradosso.

Regali e vessazioni

Può essere uno strappo rispetto a Roma, all’Associazione patriottica (la Chiesa ufficiale), alla burocrazia locale, al governo centrale. Ma del fatto può giovarsi l’Associazione patriottica (spaccando la Chiesa clandestina) e lo stesso governo (nel confronto con Roma). L’interpretazione ambivalente è una costante dell’informazione sul caso cinese. Il giudizio richiede quindi tempo. Ne sono una prova la vicenda del “dono” al papa, il richiamo all’obiezione di coscienza, il caso recente della diocesi di Wenzhou.

Nella conferenza stampa sull’aereo al ritorno dal Caucaso il 2 ottobre il papa ha manifestato ottimismo nei rapporto con la Cina e ha accennato a un regalo del presidente cinese. Si tratta di un drappo in seta che riproduce stele di Xian, il primo documento storico della presenza cristiana in Cina, nel 781. Lo ha offerto al papa il segretario generale di una fondazione cinese per la tutela della biodiversità, il cui presidente, Hu Deping, è amico dell’attuale presidente della Repubblica cinese Xi Jinping.

Il regalo può essere attribuito al presidente? Nei complessi rimandi delle gerarchie e delle reti cinesi si può dire di si, perché non c’è stato alcun distinguo da parte governativa e si è registrato un positivo riscontro su alcuni siti controllati dal governo. Questo ha sostenuto Gianni Valente, uno degli esperti più informati sulle vicende dell’Oriente. Su Eglises d’Asie, invece, si tende a dire di no perché Hu Deping non era presente, perché le fonti cartacee più autorevoli non ne fanno cenno, perché altre iniziative culturali sono state bloccate, perché è stato impedito ad un gruppo di giovani di raggiungere Cracovia per la Giornata mondiale della gioventù.

Coscienza e comunione

Più impegnativo e preoccupante il richiamo dal card. Giuseppe Zen Ze-kiun alla resistenza rispetto a un eventuale accordo Cina-Santa Sede. In un messaggio sul suo blog nel maggio scorso affermava una verità condivisa («è la coscienza il criterio ultimo per giudicare il nostro comportamento»), ma aggiungeva: «Quindi, se secondo la vostra coscienza il contenuto di qualsivoglia accordo è contrario al principio della nostra fede, non lo dovete seguire».

Per l’autorevolezza del personaggio – riferimento per le istanze democratiche di Hong Kong – e la sua esibita egemonia nei confronti degli ambienti clandestini, le parole pronunciate sono suonate come un viatico alla consacrazione illegittima registrata un paio di settimane fa e possono diventare un appiglio per una deriva scismatica non più dal versante “patriottico”, ma da quello “clandestino”.

Per altri esse rappresentano invece un contenimento di spinte altrimenti ingestibili. In un saggio apparso su Tripod del sacerdote cinese Yu Heping, morto nel 2015 (suicida secondo le informazioni governative), si teorizza la medesima posizione: «La Santa sede non deve impedirsi di nominare i vescovi della Chiesa in Cina per evitare di irritare il governo … La Santa Sede non ha il diritto di procrastinare o rifiutare la nomina di un vescovo di una Chiesa locale per ragioni di disaccordo ideologico o politico con il governo cinese. La persecuzione politica non deve impedire la nomina di vescovi da parte del papa». Viceversa, «un prete, qualsiasi siano i suoi valori morali e le sue capacità di governo, che abbia partecipato alla messa in opera dei principi (della triplice autonomia: indipendenza da Roma, autogestione, amministrazione democratica in capo all’associazione patriottica, ndr), non dovrebbe potersi candidare all’episcopato».

Il 3 settembre scorso è morto il vescovo emerito di Wenzhou, V. Zho Weifang. Alcuni giorni dopo muore il vescovo A. Xu Jiwei, proveniente dai preti patriottici, ordinato nel 2010 col consenso di Roma e Pechino. Contestualmente viene ordinato vescovo coadiutore il giovane prete clandestino Shao Zhumin. Toccherebbe a lui gestire il funerale del suo predecessore e succedergli nel governo della diocesi, ma disposizioni amministrative lo allontanano dalla sede, passando l’amministrazione ordinaria in mano a un prete patriottico. Entra in grave difficoltà un cammino progressivo di intesa fra le comunità di diverso orientamento. Ma, nello stesso tempo, non si registrano ordinazioni episcopali illegittime dell’Associazione patriottica e non è stata ancora convocata la prevista Assemblea nazionale dei rappresentanti cattolici, massimo organo di governo dell’Associazione patriottica e massima espressione della posizione anti-papale.

Regolamenti e dialogo

L’8 settembre vengono resi noti i nuovi regolamenti sulle attività religiose che sostituiscono quelli del 2004. Distribuiti in 9 capitoli sono composti da 78 articoli (cf. AsiaNews 23 settembre). Proposti come bozza sono in realtà già decisi. Essi prevedono un controllo ancora più ossessivo della vita dei credenti: dalla costruzione degli edifici alla legittimazione delle comunità, dal personale estero (missionari) alla censura sull’informazione religiosa, dalla proibizione ai membri di partito di partecipare ad ogni tipo di credenza all’abnorme multa pecuniaria per le attività non permesse (27.000 euro).

Al di là del pesante contesto normativo si registra un crescente affanno pastorale delle comunità cattoliche. A. Lam Sui-ky (Tripod, ripreso da AsiaNews il 23 agosto) parla di un «fenomeno del Plateau» e cioè di un processo di decompressione e di sfinimento di una comunità che non riesce più a crescere. Contrariamente per quanto succede alle comunità protestanti, quelle cattoliche vedono da un decennio circa un calo sia dei battesimi (circa 210.000 all’anno), che rappresentano soltanto il ricambio per i circa 10-12 milioni di cattolici, sia per le vocazioni presbiterali (erano 2.300 nel 1996 e 1.260 nel 2014) e le ordinazioni (134 nel 2000, 78 nel 2014), sia per le suore (in formazione si registravano 2.500 suore nel 1996 e 156 nel 2014).

Una condizione che per alcuni esigerebbe l’interruzione di ogni dialogo fra Santa Sede e governo, candidando i cattolici cinesi  a una vita sotterranea e al martirio. La realtà sembra dire il contrario. Solo accelerando il processo di unificazione delle comunità previsto già nella Lettera ai cattolici cinesi di Benedetto XVI nel 2007, solo con un accordo anche limitato con il governo, solo con una responsabilizzazione delle Chiese locali si può lasciare alle spalle la stagione delle catacombe e aprirsi alle sfide religiose, culturali e sociali dell’enorme sviluppo del paese.

A questo è finalizzato il dialogo fra Santa Sede e Cina. Si deve difendere la libertà religiosa e i diritti umani, ma è irrealistico porli come pre-condizione di ogni accordo. Anche il tema del riconoscimento diplomatico passa in seconda fila. Poco interessa ormai al governo e non è al cuore della preoccupazione del papa. Vi sono molti altri elementi che esigerebbero una regolamentazione (dall’inaccettabile intrusione di una burocrazia esterna nella vita della Chiesa alla definizione dei confini delle diocesi, dall’autonomia dei seminari al riconoscimento delle attività religiose anche pubbliche, dalla fine delle vessazioni sul personale ecclesiale al libero annuncio della fede ecc.), ma l’essenziale è custodire l’apostolicità della Chiesa.

Per questo il dialogo ormai sistematico fra le due commissioni (vaticana e cinese) in atto dal 2014, si è concentrato sulla nomina dei vescovi. E, per la prima volta, il governo riconosce il diritto del papa alla nomina. Acconsentire che vi siano percorsi di indicazione che passano per strutture assembleari e attraverso gli organi episcopali, è sul limite della tradizione, ma non costituisce una contraddizione. Soprattutto per chi conosce gli infiniti meandri della storia della Chiesa. Il centinaio di vescovi è per il 70% sul lato della Chiesa “legale” e circa 30 per le comunità clandestine. La Santa Sede chiede la piena legittimazione dei “clandestini” ed è disposta a riconoscere gli 8 vescovi “scismatici” (ordinati senza consenso papale), anche se ne esclude 2 per evidente immoralità.

Canali e cuori aperti

Il dialogo avviene in un comprensibile riserbo e con una crescente fiducia reciproca. «I canali di contatto e di dialogo fra le due parti – ha detto il portavoce del ministro degli esteri cinese – sono aperti ed efficaci». Succede che ne diano informazioni gli attori più schierati per invalidarlo e metterlo in difficoltà. Assumendosi responsabilità gravi, anche solo indirette, come la nomina illegale di un vescovo clandestino mostra.

Di certo si registra l’apertura cordiale del papa verso la cattolicità cinese e il suo futuro, come anche la convinzione del segretario di stato, card. P. Parolin, in ordine a un accordo coerente a tale intento. «Se io ho voglia di andare in Cina? Ma sicuro: – ha detto il papa sorvolando lo spazio aereo cinese il 18 agosto 2014 – domani! Soltanto, la Chiesa chiede libertà per la sua missione, nessun’altra condizione».

Concetto ripetuto nella già citata intervista del 2 ottobre: «I rapporti tra Vaticano e cinesi … Si deve fissare in un rapporto, e per questo si sta parlando lentamente … Le cose lente vanno bene, sempre. Le cose in fretta non vanno bene. Il popolo cinese ha la mia più alta stima». «Ci sono buone relazioni».

In una relazione a Pordenone in memoria di Celso Costantini, che fu nunzio a Pechino negli anni drammatici della rivoluzione, il card. Parolin ha detto:«Considero importante sottolineare con forza questo concetto: le auspicate e nuove buone relazioni con la Cina – comprese le relazioni diplomatiche, se così Dio vorrà! – non sono fine a se stesse o desiderio di raggiungere chissà quali successi mondani, ma sono pensate e perseguite, non senza timore e tremore perché qui si tratta della Chiesa, che è cosa di Dio, solo in quanto funzionali – ripeto – al bene dei cattolici cinesi, al bene di tutto il popolo cinese e all’armonia dell’intera società, in favore della pace mondiale».

Ne è convinto anche il card. J. Tong, attuale vescovo di Hong Kong. Per questo ha parlato di tre modelli in auspicabile successione: quello delle persecuzioni del passato, quello attuale del controllo e quello desiderabile della piena libertà.

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