Cina – Santa Sede: disaccordo sull’accordo

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Recentemente, e ne abbiamo già parlato su SettimanaNews, il cardinale Zen ha sollevato nel suo blog varie questioni a proposito della trattativa, in corso ormai da circa 20 anni, tra Santa Sede e Cina. Viste da Pechino, oltre a tutte le domande sulla peculiarità dell’intervento, le parole di Zen sollevano due ordini di problemi, uno di ordine logico e l’altro di ordine empirico. Non sono teologo né mi sognerei mai di affrontare in tal senso simili questioni delicate. Ma questi non sono problemi teologici bensì domande di senso comune.

È opportuno forse affrontare le due questioni di petto, perché tali ambiguità creano ulteriori ambiguità riguardo al contesto più ampio delle trattative in corso.

Senza nemmeno pensare di entrare in questioni teologiche, l’argomento sembra deviato da una serie di tautologie improprie.

Il blog dice: la Santa Sede, che firmasse eventualmente l’accordo, non rappresenta il papa; e poi se anche il papa lo approvasse, ogni fedele è libero di agire secondo coscienza e un prete che non si ritenga in coscienza “rappresentato” dall’accordo ritorni a coltivare la terra. In linea di principio ciò è giusto ma “quanto” è giusto? Cioè la Chiesa permette distinzioni tra Santa sede, papa e coscienza, ma “quanto”? Il quanto è questione sostanziale perché su questo Lutero, Calvino e poi gli altri della riforma protestante hanno spaccato la Chiesa. Senza entrare nel merito quindi possiamo dire che il “quanto” della continuità tra papa, Santa Sede e coscienza del prete è molto più debole tra i protestanti che tra i cattolici.

Nella Chiesa cattolica esiste una continuità forte tra Santa Sede, papa e sacerdote. Tale continuità, se pure (vogliamo mettere un numero per capirci?) non sia al 100%, è al 90%. Quindi, è vero, c’è un 10% di discontinuità teorica tra Santa Sede e papa, e poi, tra sacerdote e papa, dovrebbe forse esserci un 1% di discontinuità. Quindi sì, il sacerdote può non sentirsi rappresentato dall’accordo del papa ma in una percentuale logica molto piccola. Ciò potrebbe e dovrebbe avvenire se il prete pensa in piena coscienza che il papa non sappia assolutamente cosa stia avvenendo in Cina e che l’accordo abbia completamente accecato la Santa Sede.

Certo la Santa Sede sarebbe presuntuosa a pensare di sapere tutto e meglio del “particulare” di ciascun sacerdote. Ma forse è altrettanto presuntuoso che ciascun sacerdote pensi di sapere sulla Cina più della Santa Sede. Qui sembra esserci sotto traccia un vecchio “trucco” xenofobo dei comunisti cinesi che dice grosso modo: la Cina è difficilissima; io sono cinese; ne so più di te non cinese, che nemmeno parli il cinese, o almeno non lo parli bene come me. Questo è un vecchio trucco che si basa sul senso di profondo straniamento che sentono gli stranieri davanti alla Cina e che spesso, in effetti, hanno conoscenze grossolane o errate sul paese.

Ma il ragionamento di per sé è falso. Se la conoscenza del dialetto di Pechino fosse il criterio per giudicare un “esperto di Cina” un “zhongguo tong”, allora qualunque venditore di spiedini per i vicoli di Houhai sarebbe un esperto migliore di ogni professore di Cambridge. Ma con tutto il rispetto dei venditori di spiedini, forse nessuno fra loro parla in un colloquio vero con il Politburo del partito e certo nessuno ha alcuna speranza di influenzarlo. Viceversa, esperti stranieri, senza sapere una parola di cinese, hanno parlato con membri del Politburo, della repubblica di Chiang Kai Shek o con l’imperatore e li hanno influenzati.

Quindi, non è presuntuoso per un sacerdote della campagna cinese, che fa il suo lavoro certo benissimo, mettere in dubbio il giudizio della Santa sede su questi colloqui? Perché il singolo sacerdote (che certamente fa il suo lavoro benissimo nella sua parrocchia) dovrebbe però presumere di saperne di più sulla Cina, e sui problemi che la Cina apre sul mondo, della Santa Sede? Una cosa sono i problemi del singolo sacerdote, altra sono quelli generali di Cina e mondo. Se c’è un problema generale, lo si segnali, certo, ma la diffidenza non specificata fa pensare a problemi più generali. Non è stata forse accettata l’evoluzione della Cina dagli anni ’50 ad oggi? Eppure questa evoluzione non è storia di oggi, ma è iniziata da Giovanni XXIII passando per Paolo VI e Giovanni Paolo II, il quale iniziò a trattare con la Cina.

Certo, c’è la questione dell’Associazione cattolica patriottica. Essa, in una nota a piè di pagina della lettera di Benedetto XVI, viene precisata come estranea alla Chiesa cattolica, il che è in molti sensi ovvio, perché appunto Roma non l’ha istituita. Ma perché non aderirvi in senso assoluto? Sacerdoti, vescovi e cardinali aderiscono ad associazioni di tutti i tipi che non hanno niente a che fare con la Chiesa cattolica. Molti sono appassionati di calcio e perché no? Molti Stati vogliono registrare i sacerdoti e ciò è comunemente accettato. Certo va salvato un principio: l’Associazione non deve entrare nella vita della Chiesa, ma se non è così si entra in una zona grigia, non necessariamente cattiva, anche se cattiva lo può essere. Quindi forse occorre precisare un principio: la non ingerenza nella vita interna della Chiesa e poi valutare caso per caso. Ma perché fare una crociata contro l’Associazione ed esigere dai sacerdoti di non entrare nell’Associazione?

Qui dalla logica si passa ai problemi più concreti: il rapporto con lo Stato cinese e la questione Cina in generale. Certo, ci saranno coloro che hanno interessi da tutelare, funzionari protervi e corrotti, i quali cercheranno di usare l’accordo per i loro scopi. Ma questo succede con ogni accordo e sarebbe forse presuntuoso e arrogante pensare che solo i funzionari dello Stato cinese siano cattivi e nessuno tra i preti cattolici cinesi sia una pecorella smarrita. Quindi diventa una questione concreta, e forse non di principio.

Detto ciò, possiamo scendere ancora più nel concreto e parlare di numeri. La ragione del contendere è: quanti sono i preti ostili a un accordo? Quindi c’è la domanda relativa: quanti sono poi i cattolici cinesi, quanti, infine, i cinesi e le persone al mondo interessate più o meno direttamente all’accordo tra Santa Sede e Cina?

I numeri dei preti cinesi ostili all’accordo non si conoscono. Poi cosa significa “ostili all’accordo”? A questo accordo? Ma non se conoscono i contenuti quindi essi a cosa sono ostili? Si può pensare a essere ostili a un accordo in generale? Se c’è qualcuno ostile a qualunque accordo con la Cina, ebbene essi vogliono il confronto duro. Forse è anche una posizione legittima, ma di certo costoro non avranno paura del regime comunista e potranno essere coraggiosi così tanto da dichiararsi. Di certo finora dei circa 120 vescovi in Cina nessuno ha alzato la voce per dirsi contrario all’accordo, e molti hanno sofferto anni di persecuzioni per non rinunciare alla fede. Quindi se non parlano non è certo per mancanza di coraggio, ma perché non c’è un pregiudizio ostativo all’accordo tra Santa Sede e Pechino.

È possibile che ci siano dei preti che invece lo siano, che parlino apertamente e argomentino il loro dissenso. Finora nessuno lo ha fatto, ciò non vuol dire che in assoluto tale dissenso non esista, ma certo manca la materia prima con cui lavorare.

Altro è la diffidenza di molti cattolici verso il regime, la chiusura. Ma questo è un problema generale. Non solo i cattolici diffidano di Pechino, è così anche per molti cinesi. Ciò non ha impedito comunque una convivenza e un progresso finora. Né si capisce perché un accordo dovrebbe peggiorare le cose. Un accordo al massimo non fa niente, nella migliore delle ipotesi migliora la situazione, o no?

Comunque, senza dei numeri precisi e posizioni precise sul dissenso, tale dissenso rischia di essere la famosa notte dove tutte le vacche sono nere. Certo nessuno ama il sistema cinese, nemmeno il presidente Xi Jinping, che non lo ama al punto da annunciare un giorno sì l’altro pure varie riforme. Ma una cosa è il “dissenso”, l’insoddisfazione generale; altra cosa è volere tagliare i ponti, invece di cercare di costruirli. Certo, se i ponti ci fossero, non ci sarebbe stato un problema, tanto per cominciare.

Inoltre c’è certo il problema cruciale di ritessere tutta la maglia strappata della Chiesa cinese. Ma questo è forse un problema che non si risolve trattando tra Roma e Pechino o con grida di sofferenza urlate da Hong Kong, ma con una presenza concreta in Cina. Da qui quello che si vede è una debolezza profonda della Chiesa in Cina. In Cina i cattolici erano più dell’1% della popolazione nel 1949, più dei protestanti, meno dell’1%. Oggi i protestanti sono circa il 10%, i cattolici meno dell’1%. Questi numeri sono imprecisi e inaffidabili, certo sono stime. Ma fra i circa 300.000 cinesi immigrati in Italia forse oltre la metà sono evangelici o testimoni di Geova, perché non sono cattolici? Perché i preti cattolici cinesi in Italia non lavorano presso la loro comunità come fanno invece i pastori cinesi protestanti? Qui non c’è nessun partito che rende loro la vita difficile.

Perché i cinesi di Singapore, Indonesia, Malesia si convertono in misura relativa al cattolicesimo ma non fanno così i cinesi di Hong Kong e Taiwan, dove i numeri rimangono minuscoli? Sicuramente ci sono tante questioni storiche e sociali, ma forse c’è anche qualcosa con la Chiesa di queste zone.

Poi forse il problema non è quello dei convertiti, da esibire quasi come scalpi alla contabilità generale dei battezzati. Il problema, come ha sottolineato il papa, è il bene del mondo, il quale è preoccupato dello sviluppo cinese, e dei cinesi, i quali sono a loro volta preoccupati del proprio sviluppo e della loro trasformazione. Forse è qui che la Chiesa può dare un contributo eccezionale e fondamentale in questo momento storico. Mentre, quanto al dissenso sulla trattativa stiamo parlando di qualche centinaio di preti al massimo, quanto alla preoccupazione per lo sviluppo cinese stiamo parlando di 7 miliardi di terrestri. Naturalmente ogni vita è fondamentale e, come raccontava un vecchio film cinese di Zhang Yimou, Yige bu neng shao, nemmeno uno deve mancare all’appello. La partita che la Santa Sede sta giocando riguarda tutte le dimensioni, ogni singolo fedele, a cominciare da sua eminenza Zen, e i 7 miliardi di terrestri che direttamente o indirettamente sono preoccupati dalla crescita cinese.

Su entrambi i fronti credo fermamente che solo la Chiesa possa essere di aiuto, e forse tutti i fedeli qui sono chiamati come non mai a chiedere di compiere la propria promessa, avere fiducia che Roma sappia quello che fa.

Anche qui non c’è, forse, da pensare a complicate teologie. In ogni rapporto umano, per costruirlo e mantenerlo, non si può pensare solo a una parte. Chi lo fa perde non solo gli altri ma se stesso. Forse allora questo dovrebbe essere un gioco al rialzo e non al ribasso. Tutti dovremmo tenere in mente che i cattolici in Cina, pur pochi, possono essere fermento di molto e per molti. Questa sembra la partita a cui è più interessato il papa.

Testo raccolto da Francesco Strazzari.

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