Clero coniugato: necessità e virtù

di: Mauro Castagnaro

Tre anni fa, discutendo con dom Erwin Krautler, vescovo dello Xingu, su come risolvere il problema delle comunità cattoliche dell’Amazzonia, che nella stragrande maggioranza celebrano l’eucaristia solo due o tre volte l’anno a causa della scarsità di clero, papa Francesco si è riferito alle centinaia di diaconi indigeni sposati della diocesi messicana di San Cristóbal de Las Casas, che già guidano le proprie comunità e cui manca solo l’ordinazione presbiterale per poter presiedere anche la messa, e alle “tesi interessanti” di mons. Fritz Lobinger, vescovo emerito di Aliwal, in Sudafrica, che propone di ordinare equipe di viri probati come “preti di comunità”, in qualche modo ripristinando la distinzione esistente nella Chiesa primitiva tra presbiteri “paolini” (come Paolo celibi, itineranti e fondatori di comunità) e “corinziani” (sposati, stanziali e responsabili di comunità come gli anziani di Corinto). Quindi ha aggiunto che le conferenze episcopali dovrebbero accordarsi su proposte di riforma, facendo intendere che la Santa Sede le approverebbe. Subito quella brasiliana ha messo al lavoro un’apposita commissione.

Preti sposati per garantire l’eucaristia

In America latina la questione è stata posta, fin da quando, al Concilio Vaticano II, dom Pedro Paulo Koop, vescovo di Lins, in Brasile, propose di «introdurre al più presto tra noi il clero coniugato», per far fronte «all’incremento demografico e agli attacchi dell’ateismo, delle sette e della grandi religioni non cattoliche», conferendo «il sacro ordine del presbiterato a laici idonei, sposati da almeno 5 anni», che esercitassero «il ministero pastorale a titolo di supplenza e di aiuto, nel tempo libero, a vantaggio almeno delle comunità più piccole». Anche dom Francisco Austregésilo de Mesquita, vescovo di Afogados da Ingazeira, sollecitò l’ordinazione presbiterale di diaconi sposati, spiegando che alcuni potevano riconoscere il carisma celibatario senza sentirsi chiamati al ministero presbiterale e, viceversa, esistere zelanti preti che non si ritenevano vocati al celibato.

In vista del Sinodo dei vescovi del 1971, dedicato al «sacerdozio ministeriale e la giustizia nel mondo», a favore dell’ordinazione presbiterale di uomini sposati si espressero gli episcopati di Bolivia, Brasile, Paraguay e Uruguay, e poi nel 1974 l’Incontro di teologia e pastorale dei ministeri promosso a Quito dal Consiglio episcopale latinoamericano. Ma senza esito.

Nei decenni successivi la proposta è periodicamente riemersa. Per esempio, al Sinodo del 1990, dedicato alla «formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali», dom Valfredo Tepe, vescovo di Ilheus – da tempo sostenitore di «un duplice tipo di prete: il prete che ha una propria professione, sposato e serve solo una piccola comunità, e il prete a tempo pieno, celibe, con una buona formazione, una teologia profonda, per supervisionare tutte queste comunità» – sottolineò che in Brasile ci sono parrocchie anche di 100.000 abitanti, per cui molti preti «lavorano sotto stress, ma non riescono a prestare adeguata assistenza pastorale». Tuttavia Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno bloccato ogni discussione.

Clero uxorato per le comunità indigene

Nel frattempo il problema è tornato a proporsi in varie parti del continente a partire dallo sforzo di inculturazione del Vangelo nelle tradizioni indigene, che considerano il celibato un segno di immaturità.

Così, nel 1972 mons. Edward Fedders, vescovo di Juli, in Perù, scrisse a Roma chiedendo di poter ordinare preti alcuni catechisti aymara sposati, con alle spalle anni di preparazione all’evangelizzazione ed esperienza pastorale, nonché una vita cristiana e matrimoniale impeccabile. Tra gli aymara, infatti, il celibe non può possedere terre né ricoprire cariche comunitarie. Per cui ci si domandò se i preti celibi sarebbero stati in numero sufficiente, se  sarebbero stati accettati dalle comunità e se avrebbero dovuto «vivere di sacramenti». La Congregazione per l’educazione cattolica respinse la proposta adducendo la scarsa «istruzione europea» dei catechisti indigeni, il rischio di avere «presbiteri di seconda classe» e l’impossibilità di «resistere alle pressioni esistenti in altri luoghi per analoghe ordinazioni», soprattutto nelle periferie urbane povere.

L’anno dopo mons. Adhemar Esquivel, primo vescovo aymara in Bolivia e all’epoca ausiliare di La Paz, propose di «creare un sacerdozio familiare residente nella comunità indigene», che avrebbe affiancato «sacerdoti itineranti e celibi, animatori e coordinatori delle diverse comunità locali».

Alla stessa conclusione arrivò negli anni ’80 mons. Samuel Ruiz, vescovo di San Cristóbal de Las Casas, diocesi per due terzi composta da nativi, il quale più volte rivolse questa richiesta a Roma, spiegando che «dopo 500 anni di evangelizzazione non c’è nel continente una sola Chiesa autoctona perché mancano sacerdoti indigeni. Ci sono indigeni ordinati, ma sono ormai preti occidentali, perché sono passati da un processo di transculturazione che si chiama Seminario. La Chiesa esige che abbiamo frequentato la scuola superiore e qui a fatica finiscono le elementari. Esige il celibato e nelle comunità indigene essere presbitero (anziano, uomo maturo) significa essere capofamiglia. Non si tratta di permettere ai sacerdoti di sposarsi, ma di poter ordinare laici sposati». In seguito rivelò che una trentina di vescovi latinoamericani «eravamo disposti a ordinare sacerdoti indigeni nelle nostre diocesi, d’accordo con Roma. Lo stesso giorno, alla stessa ora, in tutto il continente, come un gesto di unità. Ma abbiamo perso quell’opportunità storica, perché alcune comunità non erano mature. Ora un’ordinazione di questo tipo sarebbe giudicata un gesto di ribellione».

Il problema resta, dunque, aperto, e secondo dom Edson Tasquetto, vescovo di São Gabriel da Cachoeira, l’unica diocesi brasiliana a maggioranza indigena, creare una Chiesa «con volto  amazzonico», implica, prima di tutto «valorizzare i leader indigeni. Io vorrei poter dare loro una formazione maggiore, nella speranza che la Chiesa non aspetti troppo ad aprire il presbiterato a uomini sposati, perché abbiamo già diaconi che potrebbero essere ordinati preti. D’altro canto, qui la cultura indigena non concepisce il celibato».

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