Quando una comunità può dirsi “cristiana”?

di: Alessandro Castegnaro

comunità cristiana

1. La comunità tra desideri e realismo sociologico

Nel linguaggio ecclesiale “comunità” è concetto sempre positivo, solo positivo. Ci si immagina di essere una comunità o che si dovrebbe diventarlo. Fa piacere definirsi comunità, è desiderabile diventarlo… sentire che non si è soli, che si viene aiutati, che c’è qualcosa in comune. Ne vediamo soltanto ciò che ci pare bello.

Di questa parola ne facciamo un uso estensivo. Applichiamo il concetto a gruppi molto diversi, anche per dimensioni: è comunità un gruppo religioso di base, la comunità capi dell’Agesci, un movimento, una congregazione religiosa, una parrocchia di 500 abitanti, e una di 8.000. Lo è la Chiesa italiana, come la Chiesa universale.

In realtà, noi usiamo questa parola non in modo sostantivo, ma in forma allusiva, metaforica, desiderativa. Sappiamo di non essere proprio una comunità, ma immaginiamo che, se lo fossimo davvero, sarebbe molto bello e i nostri problemi sarebbero risolti. Ma non è proprio così.

Dal punto di vista sociologico, la comunità è semplicemente una delle forme che può assumere una collettività sociale, né peggiore, né migliore di altre, che va valutata per quello che dà e per i rischi in cui incorre.

Una comunità è una sorta di “organismo” sociale in cui prevalgono la volontà comune e gli interessi collettivi, la solidarietà è globale e spontanea, i membri sono scarsamente individualizzati. La comunità ha un carattere sovra-individuale; il singolo conta poco. Tutte caratteristiche che si manifestano di norma in gruppi relativamente ristretti.

Il tipo ideale di questo tipo di comunità è il borgo contadino nella società rurale europea, idealizzato nella nostra nostalgia. È quel tipo di relazioni sociali che abbiamo visto magistralmente rappresentato ne L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi. Una rappresentazione dimentica però delle divisioni, le interminabili controversie, i rancori, le faide che lo inquinavano, per non dire dei rapporto tra classi e ceti ecc.

2. Quando si può parlare di comunità

Perché esista una comunità sono necessarie alcune condizioni ben precise, alcune delle quali facilmente identificabili che possono essere utili per valutare in quale misura la parrocchia nella quale viviamo o il gruppo a cui apparteniamo siano realmente una comunità:

  • I membri, tutti, non solo gli “eletti” e gli attivi, sentono di condividere alcuni aspetti simbolico-culturali rilevanti, hanno usi e costumi comuni, in una parola un’identità propria e distinta
  • Essi percepiscono di avere una storia in comune
  • Ci si conosce, prevalgono le relazioni faccia a faccia
  • La comunità ha dei confini ben definiti, vi è chi appartiene e chi non appartiene. Le comunità dividono il mondo in un “noi” e un “loro”.
  • Vi sono meccanismi chiari e cogenti di entrata e uscita. Diversamente da quanto accade nelle nostre parrocchie, l’arrivo di uno straniero o di un nuovo membro non passa inosservato, come la partenza di un appartenente o il suo rientro. Decidere chi è dentro e fuori può essere oggetto di discussione e può essere doloroso, sia per chi ha la responsabilità di decidere sia per chi è oggetto della decisione.
3. I rischi in cui incorrono le comunità

Questo tipo di organizzazione sociale presenta alcuni aspetti attraenti: il senso di protezione (solidarietà) e di integrazione sociale-culturale, ma manifesta anche due grossi problemi.

Dal punto di vista dell’individuo.

Le comunità sono poco tolleranti nei confronti della diversità. Tendono ad essere un po’ (o anche tanto) soffocanti. Abituati come siamo al rispetto della libertà individuale, noi faremmo molta fatica a vivere in una comunità come quelle che ho provato a tratteggiare. Noi siamo abituati a vivere non in comunità ma in “società”, in collettività cioè regolate da ordinamenti e rapporti contrattuali. Cose un po’ freddine, ma liberanti, anche se insufficienti.

Nel rapporto con altre comunità.

Se si percepiscono deboli, le comunità tendono a chiudersi, a porsi sulla difensiva, a settarizzarsi. Il dialogo, l’apertura è per esse una minaccia. I matrimoni, ad esempio, meglio che siano endogamici (moglie e buoi…).

Se si percepiscono forti, le comunità tendono ad assumere un atteggiamento aggressivo, di conquista, espansionista. A pochi decenni dall’Egira, l’Umma (la nascente comunità musulmana) ha già unificato la penisola arabica e conquistato la Persia. Lo fa perché ritiene che la comunità coincida con dar al-Islam (il regno della pace), mentre fuori di esso vi è dar al-Harb (il regno della guerra). Secoli dopo, i cristiani conquisteranno le Americhe e lo faranno anche in nome della superiorità del “loro” cristianesimo.

Le comunità non sono poi sempre tutto quel bello che amiamo pensare…

4. Rapporti fraterni. Una concezione più debole di comunità

Propongo, perciò, un modo di utilizzare la categoria di comunità in forma più soft, una concezione meno forte. A partire dalle seguenti considerazioni:

  • In certi momenti anche collettività molto ampie possono costituirsi come comunità. Quando vi sono pesanti sfide esterne (ad esempio, una catastrofe naturale, un’aggressione di altri popoli). Possiamo, cioè, concepire la comunità come uno stato particolare che ogni collettività può assumere temporaneamente e parzialmente.
  • Relazioni di tipo comunitario esistono in determinate condizioni entro qualsiasi tipo di collettività. Quando alcune persone di una nostra parrocchia si prendono cura (classicamente) della vedova e dell’orfano, o dell’ammalato e del disabile, anche se non sono propri familiari, costruiscono questi legami. Che possiamo chiamare comunitari, ma che io preferirei chiamare fraterni. Non si tratta infatti di costruire una comunità, si tratta di rafforzare la fraternità, verso l’interno e verso l’esterno, come poi dirò.
  • La prima domanda che dobbiamo farci dunque non è se siamo una comunità, difficilmente lo saremo in senso forte, e non è nemmeno detto che sia un bene esserlo, ma quale diffusione e qualità manifestano questo tipo di legami fraterni. Noi tendiamo a delegare questi compiti a soggetti specializzati (la Caritas). Ma qui non è questione di funzioni, è questione di essere, è questione di quello che siamo. Non è la Caritas con la C maiuscola, ma la carità, come concreto modo quotidiano di operare tra e con le persone.
  • Fare memoria degli eventi che una collettività ha vissuto e vive è utile per rafforzare i legami sociali. Celebrare è anche questo. Noi tendiamo a espungere la storia dalle nostre comunicazioni festive, sia quella macro, che quella micro. Ma se non ci diciamo, se non ci comunichiamo gli eventi che ci hanno interessato, la nostra storia cioè – quella piccola e quella grande – se non ci riflettiamo insieme, se non li “esorcizziamo” quando è necessario, fatichiamo a riconoscere di avere qualcosa in comune. Mi chiedo sempre perché sembriamo dimenticare che la Bibbia è essenzialmente la storia di un popolo, che, proprio in virtù di quel testo, si è costituito in quanto tale.
  • Una collettività può rafforzare i legami fraterni se ha, se si dà uno scopo esterno. Se non si limita allo scopo, pur lodevole e necessario, di far vivere meglio i propri membri. Nell’Evangelii gaudium (n. 25) troviamo un’indicazione che mi pare utile: «non lasciare le cose come stanno», non limitarsi alla «semplice amministrazione», costituirsi in «uno stato permanente di missione». Ma, cosa vuol dire oggi essere in stato permanente di missione? Direi così:

– Non essere alla conquista di nuovi adepti, non essenzialmente questo. Piuttosto, essere impegnati nella produzione di relazioni fraterne, nella lotta (anche) contro le relazioni inique, violente, di sfruttamento dell’uomo e del creato, dentro e fuori la comunità cristiana. Operare perché tutti possano accedere a una vita salvata, cioè riuscita, bella, buona. «Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro», ma una Chiesa inquietata dal fatto che «tanti nostri fratelli vivano senza un orizzonte di senso e di vita» (EG 49).

– Una Chiesa in uscita (missionaria) non è una Chiesa che vuole necessariamente allargarsi, far entrare altri che sono fuori e apparentemente lontani (ma lo sono realmente?). È una Chiesa che vuol far prevalere la giustizia e la carità e che è capace di aiutare le persone nel loro desiderio di venire alla vita.

5. Comunità + cristiana. Tre contraddizioni di termini.

Parlare di comunità cristiana sembra ovvio, ma, dal punto di vista qui sostenuto, non è per niente ovvio, anzi rappresenta una sfida e una contraddizione. Per ameno tre ragioni.

1. Non è tipico delle comunità essere «in uscita». In genere, quando sono in uscita, è per conquistare (come già detto). E vi è tra di noi ancora questo modo di pensare l’uscire. È un uscire, su un territorio dove ci sono “i nemici”, per “portare dentro”, non per mettersi al servizio. Per essere positivamente in uscita, ci si deve concepire ed essere – uso una parola tratta dall’ecclesialese – una comunità “diaconale”, non per conquistare, ma per servire. E questa è una prima contraddizione di termini. Positiva contraddizione, stimolante.

2. Le comunità tendono a presidiare i confini, sviluppano procedure per definire chi sta dentro e chi sta fuori. Questo è un problema che finora noi qui in Italia non abbiamo avuto molto – perché cristianità e società coincidevano –, ma che cominciamo ad avere, per il crescere del pluralismo religioso esterno ed interno.

Dovremo chiederci con calma come si identificano i confini e se questo oggi – in una fase di rapida evoluzione come quella che stiamo vivendo – sia un problema cruciale, da chiudere subito trovando risposte nette. Perché i meccanismi con cui definiamo chi sta dentro e chi sta fuori influenzano l’immagine dei cristiani e della Chiesa. è la questione (e il rischio) a cui si riferisce papa Bergoglio quando dice «ci comportiamo come controllori e non come facilitatori della grazia» e poi aggiunge «la Chiesa non è una dogana» (EG 47).

Stiamo attenti perché, in assenza di una riflessione adeguata, rischiano di essere i meccanismi automatici a definire i confini; in pratica, il Codice di diritto canonico, giuristi e cancellieri. E così i cristiani finiscono per essere: quelli che non permettono ai divorziati risposati di fare i padrini o di ricevere la comunione, quelli che guardano male i conviventi e negano loro la possibilità di assumere qualche ruolo attivo in parrocchia, quelli che dicono che non si deve fare sesso prima del matrimonio, anche se sanno che tutti lo fanno, quelli che dicono che la cremazione è ammessa, ma non tenere le ceneri in casa o riporle in giardino. Veniamo cioè definiti da una serie di norme specifiche che hanno a che fare per lo più con la morale sessuale e familiare. Ma è questo ciò che veramente definisce i cristiani? Non c’è anche qui una contraddizione di termini tra esigenza di definire chi siamo e necessità di “tenere le porte aperte”?

3. Non è tipico delle comunità essere aperte, essere accoglienti, un’urgenza a cui ci ha giustamente richiamati il vescovo Beniamino Pizziol nel suo messaggio di Natale. Basterebbe pensare all’atteggiamento degli apostoli, in particolare nel Vangelo di Marco: vanno avanti e indietro per il mare di Tiberiade, spostandosi dalla sponda giudea a quella pagana, e non capiscono perché Gesù abbia interesse anche per i pagani; mentre lui moltiplica i pani e i pesci anche in mezzo a questi, fatto che gli apostoli sembrano proprio non cogliere, tant’è vero che ogni volta ripartono con la domanda: cosa gli daremo da mangiare? Gesù stesso sembra, a un certo punto, incerto sul da farsi, come attesta l’episodio della donna Sirofenicia (Mc,24-31). Tanto è forte il richiamo etnico-religioso della comunità di origine. Forse che noi non ne saremo attratti? Non illudiamoci.

«Avere dappertutto chiese con le porte aperte» (EG 28) è un compito difficile. Noi ci chiudiamo non perché non siamo una comunità, non perché siamo individualisti, ma perché troppo spesso essere (o far finta di essere) una comunità vuol dire chiudersi: noi, le nostre cose, il nostro “territorio”, i nostri costumi… Lo scopo però non è costruire la “nostra comunità”, in cui appartarci a vivere la nostra vita e magari tenere “gli altri” lontani; lo scopo è coltivare relazioni fraterne nel mondo. Un compito davvero grande da cui siamo sfidati qui e ora.

Tertulliano diceva che quello che caratterizzava le comunità cristiane dei suoi tempi era il legame fraterno che univa le persone: «Vedete come si amano» dicevano i pagani dei cristiani. Questo però, anche se è molto, non basta. Noi dovremmo, vorremmo sentir dire anche «vedete come ci amano».

La radicalità con cui il Vangelo chiama a questo non potrebbe essere più grande. Gesù, infatti, non ha semplicemente detto «amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi» (Gv 13,34-35). Ha anche detto: «amate i vostri nemici; fate del bene a quelli che vi odiano» (Lc 6,35). Ripeto, «fate del bene a quelli che vi odiano».

Dovremmo ricordarle queste parole oggi, di fronte alla questione dei profughi e degli immigrati, una sfida decisiva per il futuro del cristianesimo europeo. È o non è vero che proprio su questo papa Francesco incontra le maggiori difficoltà, anche tra di noi? Tant’è vero che lui stesso ha creduto opportuno attenuare la radicalità del suo messaggio iniziale? Abbiamo finito per sentirci tranquillizzati dal fatto che i governi europei stipulano accordi con la Turchia o con la Libia per bloccare i profughi prima che giungano alle nostre frontiere. Preferiamo non vedere che ne va dei nostri stessi principi giuridici, dei valori che professiamo, oltre che della vita di tanta povera gente.

Forse qui, di fronte a persone che, tra l’altro, non rientrano nemmeno nella categoria dei nostri “nemici”, misuriamo più che altrove la distanza tra quelle che amiamo chiamare “comunità cristiane” e il Vangelo.

Perché operare per una comunità aperta, accogliente, in uscita, ospitale, diaconale, preoccupata più del cosa facciamo che del chi siamo, è qualche cosa di molto simile a inverare il regno di Dio in mezzo a noi.

Testo dell’intervento all’incontro del Consiglio pastorale diocesano (Vicenza, 20 febbraio 2017).

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