Il concilio tarragonese: collegialità e autonomia

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Lo scorso 21 gennaio, ricordando il giorno della sua inaugurazione, benché con un mese di ritardo a causa della pandemia, la Conferenza episcopale tarragonese, ha commemorato nella cattedrale metropolitana di Tarragona il 25° anniversario del concilio provinciale tarragonese.

Un concilio molto importante, definito «profetico» dalla rivista Focnov di Barcellona, voce ed espressione del progressismo catalano.

Quando fu indetto, nell’ottobre 1992, suscitò un’ondata di perplessità e anche di scetticismo. In tutte le chiese della provincia ecclesiastica tarragonese, da gennaio fino a giugno ’94, si svolse la fase preparatoria di riflessione. Si costituirono 4.300 gruppi, ai quali diedero il loro apporto circa 60 mila persone.

Quattro nuclei fondamentali

Dopo 238 anni, la Provincia ecclesiastica tarragonese tornava a celebrare un concilio di portata storica, alla ricerca di nuove vie per evangelizzare una società caratterizzata sempre più dall’indifferenza, dal secolarismo e dal pluralismo.

Discussioni molto accese fin dall’inizio, proposte di temi che coinvolgessero la base, ricerca di motivazioni forti e profonde per dare coraggio, fino alla scelta di quattro nuclei fondamentali, attorno ai quali avviare un dibattito sereno e costruttivo per l’elaborazione di una nuova strategia pastorale di presenza della Chiesa in una società inquieta anche dal punto di vista dell’autonomia politica:

  • annunciare il Vangelo nella società;
  • la parola di Dio e i sacramenti nelle Chiese della Catalogna;
  • sollecitudine per i più poveri e gli emarginati;
  • comunione ecclesiale e coordinamento tra le otto diocesi.

Vi parteciparono 175 persone e si tennero otto sessioni, che impegnarono i partecipanti, ogni 15 giorni, da venerdì fino alla domenica. Ottocento gli interventi.

Scriveva su La Vanguardia José Marti Gomez: «La libertà di espressione che c’è stata nel concilio ha consentito di porre i vescovi di fronte a una realtà che pareva non conoscessero: o non sapevano come la pensavano i fedeli o non credevano che fossero capaci di dire a voce alta determinate cose».

Il vescovo ausiliare di Barcellona, Joan Carrera, che godeva di grande stima, era invece del parere che i vescovi conoscessero bene le voci critiche e scomode del cattolicesimo catalano. Per la verità, era stato tolto dalla lista il nome del grande e noto teologo Gonzalez Faus, ritenuto scomodo.

Si diede comunque atto ai vescovi di avere ascoltato la base: consigli pastorali e presbiterali, gruppi di impegno socio-politico, movimenti, contatti personali, rapporti scritti, mozioni, documenti. «Sono sfinito – mi confessò l’arcivescovo di Tarragona Ramon Torrella –, ho bisogno di riposo».

All’inizio si faticò non poco a trovare la strada giusta. Saltava spesso lo schema iniziale e ci furono momenti di tensione. Fu messa in discussione la procedura, che non prevedeva i lavori di gruppo. Infine, si arrivò a un accordo: la presidenza accettava che si desse spazio all’approfondimento dei temi in gruppi liberi.

A mano a mano che il concilio avanzava, andava emergendo un’infinità di questioni e si decise di articolare una serie di proposte per evitare la dispersione e per impedire che magari passassero sotto silenzio quelle più importanti e urgenti.

Argomenti scottanti

Sull’evangelizzazione la discussione fu accesa. Ad alcuni non appariva del tutto chiaro o per lo meno non era così evidente che si fosse di fronte a una società pluralistica e secolarizzata. Non appariva chiara la volontà della Chiesa di farla finita con un certo monopolio o potere culturale.

E si era ben lontani dall’accettare il pluralismo. Al tema dell’evangelizzazione fu aggiunta una nota esplicativa di notevole importanza, che portò a una votazione quasi unanime. Vittoria del dialogo.

Ma non era finita: furono messe sul tappeto alcune posizioni volte a cambiare la disciplina vigente della Chiesa in punti importanti. Ad esempio, si fece circolare un documento sul conferimento del sacerdozio agli uomini sposati e alle donne e sull’abrogazione del celibato obbligatorio. I vescovi dissero che tali questioni esulavano da un concilio provinciale e assicurarono che avrebbero informato la Santa Sede e che anche le istanze più critiche sarebbero state trasmesse a Roma.

Altro argomento rovente: l’autonomia della Conferenza episcopale catalana rispetto alla Conferenza episcopale spagnola. Il problema divenne incandescente fin dalla fase preparatoria e andò progressivamente prendendo consistenza. Appariva chiaro che l’unità pastorale delle otto diocesi catalane mirava a una unità giuridica «affettiva ed effettiva».

Esplicito l’arcivescovo Torrella, con il quale mi intrattenni: «Non vogliamo l’indipendenza, ma un’autonomia la più larga possibile com’è in campo politico. Dal 1969 esiste la Conferenza episcopale tarragonese con il suo statuto, i suoi incontri periodici, i suoi programmi, le sue direttive. Adesso si deve andare oltre».

Il concilio votò a larga maggioranza tre punti fondamentali: la riaffermazione dell’unità pastorale delle diocesi catalane, l’intento di arrivare al riconoscimento giuridico della Conferenza dei vescovi della Catalogna e la costituzione di una commissione che trovasse la via per raggiungere l’obiettivo. Sulla via alcuni avrebbero preferito esprimersi con un voto. Tensione alle stelle, ma poi si lasciò correre.

L’arcivescovo Torrella si sarebbe al più presto recato a Roma per presentare le 170 “proposizioni”. Avrebbero informato la Congregazione dei vescovi e la Segreteria di stato. Volutamente lasciato in disparte il nunzio Tagliaferri, in Spagna da dieci anni, che non era né amato né apprezzato.

Ramon Torrella mi diede una valutazione coraggiosa: «Non un concilio per una Chiesa più forte, meglio organizzata, potente, ma umile, nella convinzione che il nostro è un tempo di grazia. Perché non approfittarne? Grazie allo Spirito, persevereremo nella fedeltà al Vangelo e nella fedeltà al nostro popolo».

L’assemblea conciliare sceglieva di percorrere la strada di un lavoro creativo, fiducioso e tenace. Riguardo alla richiesta che il concilio provinciale tarragonese avesse una propria personalità giuridica (risoluzione 142), dopo 25 anni non si è fatto nulla, nonostante che il cardinale Martinez Sistach, arcivescovo di Barcellona, ora emerito, noto canonista, avesse proposto il modello italiano, che contempla le Conferenze episcopali regionali.

A Roma dissero di no, perché poteva creare confusione con la Conferenza episcopale spagnola.

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