Contro xenofobia e intolleranza

di: Nunzio Galantino

Lunedì 7 novembre, mons. Nunzio Galantino è stato invitato dalla presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, per un’audizione davanti alla Commissione sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio. Di seguito il testo del suo intervento.

Premessa

Ringrazio l’onorevole Laura Boldrini, presidente della Camera dei deputati, per l’invito a questa audizione, che ho accolto con particolare interesse in considerazione dell’importanza del lavoro della Commissione sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio. Insieme alla presidente, ringrazio e saluto i deputati presenti per i diversi gruppi politici, i rappresentanti di organizzazioni sopranazionali, di istituti di ricerca e di associazioni nonché gli esperti intervenuti.

Le cronache recenti documentano la persistenza nelle nostre società di forme di intolleranza, xenofobia,  razzismo che feriscono la dignità della persona e mortificano la convivenza civile: si tratta di manifestazioni di odio tanto violente quanto ingiustificabili.  Il carattere non episodico di questi fenomeni – e talvolta la non pronta e chiara riprovazione di essi – impone una seria riflessione e un comune impegno, finalizzati a elaborare proposte di prevenzione e contrasto efficaci a livello istituzionale, sociale e culturale. Questa riflessione, da un lato, non può essere limitata all’ambito nazionale ma deve aprirsi a una dimensione più ampia, con particolare attenzione all’orizzonte della casa europea. D’altro lato – sottratta a letture e derive ideologiche – può rappresentare un fertile terreno di incontro e di dialogo fra diverse forze politiche, fra credenti e non credenti, fra società civile e comunità ecclesiale.

… parole autorevoli per impegni comuni

In tale prospettiva, non spetta certo a me soffermarmi in questa sede sull’impegno profuso a livello nazionale ed europeo dai rappresentanti delle istituzioni. Pare sufficiente in proposito, per il periodo più recente, richiamare il messaggio (21 marzo 2015) inviato dal Presidente della Repubblica on. Sergio Mattarella al sottosegretario di stato con delega all’integrazione, Franca Biondelli, in occasione della Giornata mondiale contro il razzismo,  nel quale si rileva che: «Dopo tanti anni dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo focolai di intolleranza permangono nella nostra società. In tempi di crisi economica, quali stiamo vivendo, può crescere in modo sensibile il rischio del contagio xenofobo e razzista. Occorre pertanto educare e vigilare. Particolare attenzione deve essere data al mondo di internet, che si dimostra il campo privilegiato per predicatori di odio…». Il Presidente addita così l’impegno a diffondere e rafforzare «la cultura dell’accoglienza e della solidarietà, patrimonio e ricchezza del nostro paese».

In senso analogo, ho condiviso quanto la presidente della Camera, in occasione dell’insediamento di questa Commissione (10 maggio 2016), ha dichiarato circa la necessità di un’alleanza con cui contrastare le diverse forme di razzismo, a fronte del diffondersi nel discorso pubblico, e in particolare sulla rete internet, di un linguaggio intollerante, che incita a comportamenti ispirati a forme d’odio. Questo impegno risponde agli auspici e all’azione del Consiglio d’Europa – la cui Assemblea parlamentare ha sollecitato un ruolo attivo dei Parlamenti nazionali in questa materia – come pure ai ripetuti inviti dei competenti organismi dell’Unione Europea, a partire dalle Risoluzioni del Parlamento europeo sulla situazione dei diritti fondamentali.

Il contributo della Chiesa

La Chiesa segue questi sviluppi con particolare attenzione, cercando di offrire un contributo fondato su principi ispiratori, che risultano chiaramente enunciati anche in alcuni recenti interventi della Santa Sede.

Nel discorso alla delegazione del Simon Wiesenthal Center del 24 ottobre 2013, papa Francesco ha sottolineato come il problema dell’intolleranza «debba essere affrontato nel suo insieme: là dove una minoranza qualsiasi è perseguitata ed emarginata a motivo delle sue convinzioni religiose o etniche, il bene di tutta una società è in pericolo e tutti dobbiamo sentirci coinvolti». A tale riguardo, il papa ha fatto esplicito riferimento «alle sofferenze, all’emarginazione e alle autentiche persecuzioni che non pochi cristiani stanno subendo in diversi paesi del mondo». Ne sono personalmente testimone, nelle molteplici missioni compiute a nome dei vescovi italiani in Medio Oriente, con particolare attenzione ai profughi iracheni e siriani, come a tante situazioni che feriscono la pace e la convivenza in Terra santa.

Nel decennio in corso la Chiesa italiana ha assunto l’opera educativa come ambito prioritario di impegno, con l’attenzione a «superare i confini parrocchiali e ad allacciare alleanze con le altre agenzie educative» (CEI, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’episcopato italiano per il decennio 2010-2020, 42), cercando insieme di formare alla cittadinanza responsabile (ivi, 54) con, in particolare, l’impegno esplicito a superare «ogni forma di intolleranza e di conflitto», come pure «paure, pregiudizi e diffidenze», promuovendo la mutua conoscenza, il dialogo e la collaborazione» (ivi, 14).

Vanno in questa direzione numerose iniziative in essere, assunte con convinzione e continuità dalle comunità ecclesiali. Spaziano dalle proposte di percorsi di volontariato e di servizio civile in Italia e all’estero, all’accoglienza di decine di migliaia di immigrati, rifugiati, richiedenti asilo e vittime della tratta; di pari passo, vanno le centinaia di progetti sostenuti nel Sud del mondo e rivolti allo sviluppo integrale della persona. Sul fronte dell’impegno culturale, sottolineo le iniziative di dialogo interreligioso con ebrei e musulmani, come il sostegno alla campagna per la riforma della legge di cittadinanza, così da riconoscerla alle centinaia di migliaia di bambini e ragazzi figli dell’immigrazione e nati o comunque cresciuti nel nostro paese: per molti di loro gli oratori e la sale della comunità sono luoghi di incontro e di effettiva integrazione.

Su un altro piano, ricordo pure la campagna di comunicazione «Anche le parole possono uccidere», voluta per superare ogni forma di intolleranza e aggressività. Da ultimo, non posso non citare – all’indomani dell’evento giubilare – l’attenzione per la promozione della dignità dei carcerati, a partire dall’impegno a rendere i luoghi di detenzione italiani degni di uno stato di diritto.

Una politica comune per formare alla «cultura dell’incontro»

In sintonia con quanto affermato dal santo padre nell’intervento citato, per costruire «una cultura dell’incontro, del rispetto, della comprensione e del perdono reciproco», è di particolare importanza la formazione: «Una formazione che non è solo trasmissione di conoscenze, ma passaggio di una testimonianza vissuta, che presuppone lo stabilirsi di una comunione di vita, di una “alleanza” con le giovani generazioni, sempre aperta alla verità. Ad esse, infatti, dobbiamo saper trasmettere non solo delle conoscenze (…), dobbiamo soprattutto essere in grado di trasmettere la passione per l’incontro e la conoscenza dell’altro, promuovendo un coinvolgimento attivo e responsabile dei nostri giovani».

Collocandomi in questa prospettiva, nell’intervento del 24 febbraio 2015 alla Camera dei Deputati per la presentazione dell’ottavo Rapporto sulla sicurezza e l’insicurezza sociale in Italia e in Europa, osservavo che «i nazionalismi e i localismi minacciano l’Europa. Anziché crescere in percorsi di inclusione sociale ed economica in Europa si rischia di chiudersi. I pericoli all’europeismo più che da fuori (immigrati, islam, terrorismo) vengono da dentro».

Con questa consapevolezza – volta a reagire ai rigurgiti di una retorica nazionalista, che rischia di veicolare pericolosi atteggiamenti di razzismo e xenofobia – ribadisco l’importanza di fare ogni sforzo per rafforzare la sicurezza sociale in Europa, attraverso «una politica comune, un’organizzazione più forte, una difesa condivisa, una politica dell’immigrazione aperta alle identità molteplici e a condividere l’accoglienza di chi chiede una protezione internazionale».

La risposta alla disgregazione, che ieri nasceva dalla guerra e oggi dai conflitti sociali, passa da una capacità di unione all’interno di un quadro europeo e internazionale di tutela del bene comune. È questa, del resto, anche l’unica strada con la quale tutelare e promuovere al meglio gli stessi interessi delle singole nazioni.

L’antidoto necessario alla diffidenza e alla paura, nonché alle regressioni difensive che ingenerano, rimane l’educazione al rispetto dell’altro, il richiamo inesausto alla dignità assoluta di ogni persona umana, senza opzioni parziali inevitabilmente falsificanti e non di rado strumentali. È il lavoro culturale che mira a costruire ponti, capaci di superare gli abissi dell’esclusione, della xenofobia e della violenza. Su questa prospettiva di impegno, si possono realizzare forme di dialogo e di incontro fra credenti e non credenti feconde per il bene comune.

La responsabilità da esercitare nell’attuale clima culturale

A una condizione, però: che tutti ci sentiamo impegnati a non arrenderci di fronte ad alcune derive che sembrano caratterizzare l’attuale clima culturale e che, non di rado, scoraggiano anche i bene intenzionati. L’attuale clima culturale infatti è più propenso a livellare le differenze che ad armonizzarle, a globalizzare (nel senso deteriore del termine) piuttosto che a comporre. Ciò accade spesso in sordina: la logica del confronto, tanto rivendicata negli slogan della politica e dei talk-show, si riduce spesso a un semplice rimescolamento delle prospettive, a un appiattimento di voci e differenze da cui è possibile desumere soltanto due cose: l’autoreferenzialità del singolo, sempre più solo e abbandonato a sé, e la frammentazione del vissuto, mancante di mappe e princìpi guida.[1] Questi aspetti dell’attuale clima culturale sembrano giustificare, se non proprio sostenere, atteggiamenti che vanno nella direzione opposta agli obiettivi che questa Commissione si è data.

[1] «In questa fase di grandi cambiamenti culturali assistiamo […] non semplicemente al confrontarsi, e a volte al confondersi, di molte prospettive sull’umano, bensì anche al frantumarsi o allo smarrirsi dello sguardo. Il crollo di ideologie totalizzanti lascia il posto a nuove visioni e all’affermarsi di nuovi saperi che pretendono di descrivere e spiegare i comportamenti umani tramite automatismi o processi calcolabili. Nel modo di vivere, prima ancora che sul piano teorico, si diffonde la convinzione che non si possa neppure dire cosa significhi essere uomo e donna. Tutto sembra liquefarsi in un “brodo” di equivalenze. Nessun criterio condiviso, per orientare le scelte pubbliche e private, sembra resistere e tutto si riduce all’arbitrio e alle contingenze. Esistono solo situazioni, bisogni ed esperienze nelle quali siamo implicati: schegge di tempo e di vita, spezzoni di relazioni da gestire e da tenere insieme unicamente con la volontà o con la capacità organizzativa del singolo, finché ce la fa» (Traccia  di preparazione al V Convegno ecclesiale di Firenze, 9-13 novembre 2015).

Mons. Nunzio Galantino, vescovo emerito di Cassano all’Jonio, è segretario generale della Conferenza episcopale italiana (CEI).

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