Covid-19: Panamazzonia in emergenza

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Lo scorso 18 maggio la Rete Ecclesiale Panammazonica REPAM ha lanciato un grido di allarme per l’emergenza sanitaria legata alla diffusione del Covid-19 in Amazzonia, che sta colpendo in modo particolare le popolazioni autoctone, più indifese, i loro territori e le loro culture. Lo ha fatto attraverso un comunicato nel quale vengono evidenziate situazioni particolarmente critiche che toccano i paesi interessati (Brasile, Venezuela, Colombia, Bolivia, Ecuador, Perù). Di seguito riprendiamo il comunicato della REPAM in una nostra traduzione.

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Esortiamo le popolazioni autoctone dell’Amazzonia, la società civile di Panama e del mondo, la Chiesa cattolica e tutte le confessioni religiose che hanno a cuore il bene della creazione, i governi, le istituzioni internazionali dei diritti dell’uomo, la comunità scientifica, gli artisti e ogni persona di buona volontà a unire gli sforzi per la difesa dell’«amata Amazzonia con tutto il suo splendore, il suo dramma, il suo mistero» (QA, n.1).

Il territorio, che comprende 9 paesi collocati intorno al Rio delle Amazzoni e ai suoi affluenti, conta 33 milioni di abitanti, di cui circa 3 milioni appartenenti a popolazioni indigene autoctone, circa 400 diverse popolazioni delle quali più di 120 si trovano già in isolamento volontario o sono a inizio contagio.

In questo momento i numeri della Panamazzonia sono profondamente drammatici. Sabato 16 maggio, secondo i dati della REPAM, i dati ufficiali e le nostre quotidiane cartografie, vi erano oltre 70 mila persone infettate e oltre 4 mila morti. Quanto maggiormente ci inquieta è che questi numeri non riflettono la realtà. Abbiamo una evidente mancanza di segnalazioni di contagio, in particolare in Brasile, dove si tende a negare la realtà della malattia così come in Venezuela e in altri paesi. Difficile confermare i dati, anche perché non vi è alcun modo di raggiungere i luoghi dove vivono le comunità che dovrebbero essere controllate. Si tratta di una situazione di emergenza molto preoccupante.

Una mappa realizzata di recente dall’equipe di cartografia della REPAM mostra che la pandemia avrebbe già toccato tra le 500 e le 550 persone tra le popolazioni autoctone e che i decessi tra gli abitanti dei villaggi autoctoni avrebbero già superato il numero di 120, considerando i circa 40 villaggi interessati dal contagio. Il monitoraggio viene fatto in collaborazione con il Coordinamento delle organizzazioni autoctone del bacino dell’Amazzonia (COICA). È un esercizio congiunto basato sullo spirito del Sinodo, il quale ci ha invitato a formare alleanze e a difendere i territori e la vita insieme alle popolazioni locali e autoctone. È uno degli esiti della prospettiva del camminare insieme. Benché i numeri siano difficili da confermare, le popolazioni autoctone hanno un tasso di mortalità molto più elevato che nel resto del mondo e della stessa regione, perché hanno una memoria immunitaria breve avendo molto meno accesso ai sistemi di sanità e di igiene e sono abbandonati sotto molti aspetti dagli Stati della regione.

È per tale ragione che la REPAM prende posizione attraverso questa dichiarazione firmata dal Comitato direttivo, preparata grazie al Comitato di crisi e alle informazioni che quotidianamente giungono, la quale segue simili dichiarazioni già preparate in altri paesi. Le informazioni su cui ci basiamo ci giungono dagli uffici nazionali della REPAM, ma anche dalle organizzazioni delle popolazioni autoctone, dalle loro Chiese e dalle conferenze episcopali.

Vi sono state dichiarazioni profetiche e di ferma denuncia da parte delle Chiese amazzoniche in Brasile, Venezuela, Colombia, Bolivia, Perù ed Ecuador. Esse riflettono la posizione chiara della Chiesa alla luce dell’impegno del Sinodo dell’Amazzonia ma anche alla luce di un impegno di diversi decenni davanti a una crisi di ampiezza ormai senza precedenti.

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Registriamo situazioni decisamente drammatiche, come a Manaus, divenuto il centro della pandemia a Panama, dove l’atteggiamento quasi criminale dei rappresentanti del governo incoraggia in qualche modo le persone a non seguire le indicazioni delle agenzie internazionali di sanità e delle organizzazioni dei diritti dell’uomo, ponendo le comunità in una vulnerabilità ancora maggiore.

Si registra una mancanza di controllo degli accessi ai territori delle popolazioni autoctone, soprattutto di coloro che praticano attività estrattiva delle risorse naturali. Si tratta di una invasione… la violenza contro i dirigenti locali continua. Non vengono messi in quarantena i villaggi colpiti dal contagio. Si assiste a un aumento degli incendi in Brasile e in Bolivia; a una intensificazione della violenza contro i dirigenti autoctoni in altri territori del Brasile e della Colombia, non solo in Amazzonia. Insieme alla CIDH sono stati creati dei forum e degli spazi virtuali per dare voce alle popolazioni autoctone; ma questo non è ancora sufficiente.

In Ecuador le autorità sono accusate di aver mancato alle loro responsabilità davanti alla rottura di un oleodotto, che ha compromesso il diritto e l’accesso al cibo e all’acqua potabile per oltre 100 mila famiglie.

I casi di cui non ci si preoccupa a sufficienza sono i focolai di contagio a più alta virulenza che si trovano a Leticia, in Colombia, alla frontiera tra Brasile e Perù. Qui i villaggi non hanno possibilità di accedere alle risorse sanitarie che sarebbero necessarie. L’idea di militarizzare i territori in caso di necessità rappresenta una ulteriore violazione delle condizioni di vita della popolazione.

Stesso discorso per Iquitos, in Perù, dove, benché il governo abbia preso misure a livello nazionale, la situazione resta molto difficile. Il fatto che le famiglie non possano cessare il lavoro (per affrontare i bisogni quotidiani); le condizioni meteorologiche avverse; la mancanza di accesso all’acqua potabile: sono tutti fattori che rendono difficile il rispetto delle misure stabilite. Anche a Loreto la popolazione è entrata in una fase di contagio e di epidemia comunitaria; ma questo è vero per diversi altri territori, dove si sono accesi focolai di contagio inquietanti.

In Brasile il numero di contagiati aumenta a motivo dell’inazione, ma anche per la complicità delle autorità, che approfittano della situazione per promuovere leggi mediante le quali si favorisce ulteriormente la «cattura» di territori ancora in fase di «titolazione» (attribuzione del titolo di proprietà per territori e terreni fino ad ora rimasti senza attribuzione).

In Colombia si vorrebbe attivare una consultazione virtuale dei luoghi difficilmente raggiungibili per favorire l’«estrattivismo» (sfruttamento massivo delle risorse naturali e della biosfera) e i gruppi di pressione interessati. Nella regione dell’arco minerario del Venezuela la violenza sulle persone e la vulnerabilità delle popolazioni sono aumentate, così come lo sfruttamento minerario illegale. Il governo ha proposto proprio la intensificazione dello sfruttamento minerario quale via per una rapida uscita dalla crisi, ma al prezzo di rendere le popolazioni e le comunità ancora più vulnerabili.

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La REPAM e la Chiesa, fedeli all’appello del Sinodo e all’esortazione del papa, si sentono chiamate a difendere la vita e i territori, i diritti delle popolazioni autoctone, le loro culture, la loro diversità. Sogniamo un’Amazzonia che sia il canto della vita, che sia un mistero, ma che si dia pensiero anche del grido dei poveri e della nostra sorella, la Madre Terra.

Vi ringraziamo del sostegno nella diffusione di questo messaggio. Inviamo i saluti di tutti coloro che formano la REPAM: il cardinale Hummes, presidente della Rete, il cardinale Barreto, vice presidente, il Comitato di crisi, l’equipe di comunicazione e la segreteria esecutiva, oltre che i diversi uffici nazionali della stessa REPAM. Risponderemo insieme, con audacia e fermezza, alla nostra condizione di estrema fragilità forti di una indignazione piena di speranza.

Mauricio López O.
Segretario esecutivo

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