Cristiani e politica oltre i “movimenti”

di: Domenico Rosati

Le riflessioni di Lorenzo Prezzi sulla vicenda dei “movimenti” nella Chiesa, con particolare attenzione ai Neocatecumenali e a Comunione e Liberazione, invita a rimettere a fuoco alcuni passaggi dell’esperienza dei laici in politica, nella varietà delle sue espressioni e nel rapporto di queste con l’impulso gerarchico: che in Italia non è mai mancato.

È alla metà degli anni 80 che l’indirizzo della Chiesa in Italia vira decisamente dalla preferenza tradizionalmente accordata alle “associazioni” all’esaltazione del ruolo dei “movimenti”, a partire da Cl. E non è soltanto un’opzione di tipo organizzativo ma un profondo mutamento dell’approccio cattolico con la politica.

La fase delle associazioni

Per comprendere la differenza è necessario analizzare la fase precedente, che va dalla Liberazione all’avvento della Repubblica con la relativa Costituzione e con l’opzione della Chiesa per la democrazia, attuata – nella visione di allora – con l’investitura a favore della Democrazia Cristiana. Pur nell’orizzonte del “comando” unitario, tuttavia, si ritenne allora di sostenere (anche… fisicamente) le vecchie associazioni testé rigenerate, come l’Azione cattolica con la sua costellazione di presenze, sia quelle nuove, come le Acli, e altre sorte in quel periodo. Alle quali, accanto ad un ruolo di animazione cristiana dei rispettivi ambienti (e in un primo tempo, per le Acli, anche di proiezione sindacale) si riconobbe anche un compito di trasferimento in politica, e precisamente nella Dc, dei contenuti fondamentali del messaggio cristiano in ordine ai temi della giustizia sociale e dell’inclusione dei lavoratori nello stato democratico. L’anticomunismo “competitivo” che anche le Acli praticavano era un corollario della loro presenza, non l’essenziale. Ci disse una volta Pio XII: non siete in campo perché esiste il “nemico” ma perché c’è da promuovere la giustizia.

Segnali di diffidenza

Le Acli – ma anche nel loro ambito la Coldiretti e la Cisl di Pastore, altre filiali del “collateralismo” – impararono ben presto a inserirsi anche nelle dinamiche elettorali, funzionando spesso come autentiche macchine del voto, ossia della preferenza. Penso alle elezioni del 1953 quando, a Milano, l’allora pressoché sconosciuto Alessandro Buttè risultò eletto al primo posto lasciando indietro figure importanti dell’area cattolica come Piero Malvestiti o Dino Del Bo.

Già sul finire degli anni 50, tuttavia, cominciò ad addensarsi attorno alle Acli il malumore di una parte della gerarchia, alimentato spesso dalle doglianze di settori conservatori dell’economia e della politica e anche dell’Azione cattolica di stampo geddiano. Si giunse persino a ipotizzare una “diocesanizzazione” dell’associazione, mettendola sotto la direzione dei vescovi e sopprimendo così l’ordinamento democratico interno che fin dalle origini l’aveva contraddistinta.

Dalla controversia si uscì allora introducendo la separazione tra ruolo dirigente associativo e ruolo parlamentare, ma i sospetti non furono fugati, tanto più che nell’organizzazione si andò affermando, con la presidenza di Livio Labor, una capacità d’elaborazione culturale e di pressione sociale racchiusa nella formula di un “movimento in movimento”.

Quando poi il concilio riconobbe l’autonoma responsabilità dei laici nelle cose del mondo, consegnando loro – come si scrisse – «le chiavi di casa», le Acli diventarono un polo d’attrazione di molte energie cattoliche e non, soprattutto giovanili, che ritenevano il quadro economico e politico inadatto a rispondere alla domanda di cambiamento che prorompeva dal sommovimento sociale: il ’68 studentesco e il ’69 sindacale.

La Democrazia Cristiana, intorpidita dall’egemonia “dorotea” e dalla pratica del potere, si rivelò incapace di assorbire la spinta sociale (la manovra politica di Moro per il dialogo col Pci sarebbe venuta più avanti). E se ne trasse l’idea di tentare una sortita “in campo aperto” che offrisse anche un’alternativa elettorale alla conclamata inquietudine di molti.

Quell’annus horribilis

L’episodio dell’annus horribilis delle Acli – tra il marzo del 1970 e il giugno del 1971 – meriterà di essere ricostruito analiticamente quando saranno note le fonti storiche necessarie, comprese quelle dell’Archivio segreto vaticano. È certo infatti che allora, in sede Cei e in Segreteria di stato, fu aperto, per dirla in termini giudiziari, un “fascicolo” sulle Acli che veniva continuamente aggiornato e era quotidianamente sottoposto all’apprensiva attenzione di papa Paolo VI, legato all’associazione dalle motivazioni delle origini, ma assai preoccupato della deriva “dottrinale e pastorale” in senso “socialista” che gli veniva illustrata.

Non è questa la sede per addentrarsi sull’argomento. Si può solo affermare che, con la “deplorazione” pontificia della “dirigenza” delle Acli, giugno 1971, si interrompe un ciclo fiduciario con la più vitale delle associazioni di allora e, per connessione, con tutte le altre presenze cattoliche che più risultavano sensibili al richiamo del concilio, come l’Azione cattolica di Vittorio Bachelet attestata sulla “scelta religiosa” e sulla pratica delle “mediazione culturale”. Non ebbero peraltro esito rilevante le alternative di nuove associazioni che pure ebbero forti incoraggiamenti ecclesiastici e istituzionali.

La prova negativa del referendum sul divorzio (1974) offrì, viceversa, l’opportunità di compiere un riesame della condizione cattolica in Italia, il che avvenne con il grande convegno Evangelizzazione e promozione umana (1976) che esplorò senza reticenze i territori del legittimo pluralismo politico dei credenti e cercò i criteri per l’attuazione, anche in Italia, di quella che i vescovi francesi avevano chiamato «una pratica cristiana della politica», come il contrario di una “politica cristiana” cioè confessionale.

Per avere il mutamento di scena che la parte soccombente del convegno auspicava, bisognò attendere il cambio di pontificato del 1978. Fino ad allora Comunione e Liberazione si rivelò tanto animosa nel confronto quanto… ragionevole nel dialogo.

Ma l’elezione di Karol Wojtyla fu accolta dai suoi responsabili come il segnale di un cambio di rotta. Ne ebbero diretta testimonianza quei dirigenti cattolici che frequentavano da più di un anno gli incontri promossi da padre Sorge per verificare le condizioni di una «ricomposizione dell’area cattolica» possibilmente attraverso quel «luogo d’incontro e di dialogo» che il convegno aveva auspicato e che i vescovi avevano negato. In quella sede i delegati di Cl fecero verbalizzare che non avrebbero più frequentato le riunioni perché ormai – dissero in sostanza – «abbiamo il papa nostro».[1]

Il fronte dei movimenti

Non è arbitrario ritenere che, da quel momento, cominciò a dispiegarsi un’azione articolata di alimentazione e sostegno di atteggiamenti ritenuti congeniali al sentire di Giovanni Paolo II in un processo di incubazione della svolta che si manifesta in modo – a dir poco brusco – nel convegno di Loreto, 1985. Preparato sulla pista della “mediazione” esso si concluse, dopo una memorabile irruzione papale, sull’approdo della “presenza” e della Chiesa “forza sociale”.

La vocazione egemonica di Comunione e Liberazione si manifesta in tutta la sua portata negli anni successivi anche nella dimensione politica a sostegno delle posizioni più lontane dallo spirito della “solidarietà nazionale” e più contigue alla vocazione craxiana della grande riforma.

In ambito cattolico si guarda all’affermarsi di questo movimento come ad una rinnovata garanzia per l’accreditamento delle istanze di fedeltà ai principi, opportunamente bilanciata da una generosa comprensione per i noti comportamenti che porteranno a tangentopoli. Dopo la quale non sembra sorprendente il riposizionamento degli uomini e degli interessi di Cl attorno alla piattaforma berlusconiana, del resto prodiga di concessioni per chi garantisca al leader comprensione e immunità sul versante penale e del costume.

È questo il culmine politico della Compagnia delle Opere come braccio pratico di una “mente” spirituale pur sempre evocata. Ed è anche il momento in cui, all’esperienza di Cl, si affiancano altre realtà in emersione come i Neocatecumenali, il Rinnovamento nello Spirito e, su un piano distinto, la Comunità di Sant’Egidio. Sono entità similari dall’impianto carismatico e dalla capacità di mobilitazione intransigente, specie – i primi due – sui temi della famiglia e della vita, cari al corso pastorale della CEI sotto il papato di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI.

Sembra configurarsi così all’inizio del nuovo secolo un “fronte di movimenti” pronto ad uniformarsi agli appelli dei vescovi e a dare a molti l’impressione di un risveglio cattolico sia pure privo di un’elaborazione culturale suscettibile di alimentare una visione politica, se si astrae dall’enunciazione degli obiettivi legati ai “valori non negoziabili”.

Contemporaneamente, all’ascesa dei movimenti si consuma – e andrà indagato con quali connessioni – il declino delle forme propriamente associative; e ciò sia sul terreno delle adesioni che su quello della presenza sui temi politici. Là dove, in precedenza, si erano tentate sintesi plausibili su questioni cruciali come il lavoro, la pace, la difesa della democrazia, subentra un evidente ristagno propositivo; e alle manifestazioni di una domanda-rivendicazione di autonomia nella valutazione delle scelte politiche subentrava un diffuso costume per cui si attendeva che i vescovi si pronunciassero per stabilire se emettere o meno un giudizio di parte su un determinato tema.

Il riferimento di papa Francesco ai “vescovi-pilota” non lascia indenni i “laici-pilotati”, come protagonisti di quel “peccato a due mani” che integra – sempre secondo Francesco – la fattispecie del clericalismo.

Con… laico discernimento

Con papa Francesco, appunto, il quadro cambia ancora. La stagione dei movimenti sembra volgere al termine, come mostrano anche i processi di riallineamento o di ripensamento che sono in corso in vari settori e che l’analisi di Lorenzo Prezzi puntualmente descrive.

Ma non sarà un processo lineare e dall’esito scontato. Non è detto, ad esempio, che sia indolore il ritorno di Cl alla matrice spirituale delle sue origini, né promette qualcosa di simile l’atteggiamento del “popolo del Circo massimo” sia nella parte che preannuncia la ritorsione sul referendum costituzionale contro il “tradimento” del Presidente del Consiglio sulle unioni civili, sia quell’altra parte che si sta già schierando sotto La Croce (inteso giornale) per il prossimo cimento elettorale amministrativo.

Il discorso, a questo punto, deve necessariamente sospendersi. Con una sola notazione finale. Non è che, disattivata la “falange” dei movimenti, sia possibile ripristinare, in qualche modo, il ruolo di un mondo associativo che ha esaurito progressivamente la propria capacità di spinta.

Sembra più logica, a questo punto, l’idea di far leva sulle comunità cristiane in quanto tali per una finalità di rianimazione culturale e sociale, magari nel segno della misericordia, da esercitare mediante un rilancio della funzione pedagogica della Caritas, secondo l’intuizione di Paolo VI, mai compiutamente esplorata.

Ma il cammino è impervio e l’esito non è garantito, soprattutto se s’immagina di rifiutare l’indispensabile discontinuità con le esperienze passate e consumate. Il discernimento necessario può attuarsi in modo proficuo solo se ci si confronta con i nodi delle esperienze compiute; e lo si fa – passi il termine – con spirito… laico, nel senso di non condannare nessuno, ma con la saggezza di non rimettere i piedi dove si è già passati. Tale vorrebbe essere lo scopo di queste note.

23 marzo 2016


 

[1] Testimonianza dell’autore

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