La croce di Nagasaki

di: Antonio Dall'Osto

Il 9 agosto 1945 la cattedrale di Nagasaki fu distrutta. Si salvò una croce, recuperata da un marine. È stata restituita il 9 agosto di quest’anno.

Nella storia dell’umanità ci sono delle date che rimarranno per sempre impresse nella memoria dei popoli come macchie nere che non potranno mai più essere cancellate. Tra queste il 6 e il 9 agosto 1945 quando, sul finire della seconda guerra mondiale, due Boeing B-29 Superfortress‎ americani sganciarono due ordigni atomici, denominati, come fosse un gioco divertente, “Little Boy” (il bambino) sulla città giapponese di Hiroshima; e “ Fat Man” (il grassone) su Nagasaki: si parla di 250 mila morti, quasi tutti civili e due città ridotte a un cumulo di macerie.

Nel bombardamento di Nagasaki fu ridotta in un cumulo di macerie anche la cattedrale cattolica situata nel sobborgo di Nagasaki Urakami.

Nagasaki e i suoi dintorni sono stati considerati, fin dall’arrivo dei primi missionari gesuiti nel XVI secolo, un centro del cattolicesimo in Giappone. Oppressi per secoli, i fedeli, nel 1895, dopo aver ottenuta la libertà religiosa, iniziarono a costruire una cattedrale. Ideata in stile neoromanico, fu completata nel 1925.

Nel bombardamento atomico del 9 agosto 1945 fu completamente distrutta. Si salvò miracolosamente una croce in legno, ornata a strisce dorate, molto cara ai fedeli: un manufatto di circa un metro di altezza che ha dietro di sé una storia che merita di essere raccontata, anche perché se ne erano perse le tracce e ora, dopo 74 anni, ha fatto ritorno a Nagasaki.

A recuperarla tra le macerie della cattedrale distrutta era stato un marine cattolico americano di nome Walter Hooke, di stanza a Nagasaki. Con il consenso dell’allora vescovo della città, la portò con sé in America per farne un dono a sua madre. Nel 1982 fu consegnata al Peace Resource Center, di cui è direttrice la dr. Tanya Maus, con sede presso il Wilmington College, nell’Ohio, in cui sono custoditi alcuni reperti di Nagasaki e Hiroshima.

Il Centro lavora per la promozione della pace attraverso la testimonianza dei sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki e l’eredità di attivisti nonviolenti toccati dagli orrori della guerra nucleare. I quattro impegni fondamentali che informano il lavoro del Centro sono: impegno per la nonviolenza, il disarmo, l’indagine sulla pace e la coscienza e, appunto, la pace.

Hooke morì all’età di 97 anni, nel 2010. In Giappone un’associazione per la pace di Nagasaki per 30 anni aveva cercato invano questa croce. Fu ritrovata lo scorso mese di febbraio quasi accidentalmente nel Peace Resource Center dall’antropologo di Nagasaki, Miyazaki, che si trovava in America, nell’Ohio, per compiere delle ricerche.

Immediatamente il Peace Resource Center decise di restituirla alla Chiesa giapponese come segno di pace e di riconciliazione. «Si tratta di un manufatto – ha dichiarato Tanya Maus – che incarna le sofferenze dei cristiani di Nagasaki che sono morti in seguito al bombardamento atomico, ed è sacra a coloro che fanno capo alla cattedrale Urakami, per questo deve essere riconsegnata». Maus informò l’arcivescovo di Nagasaki, Mitsuaki Takami, che non sapeva nulla dell’esistenza della croce.

La cerimonia della riconsegna ha avuto luogo il 9 agosto scorso, nel 74° anniversario del bombardamento di Nagasaki. La croce – ha affermato l’arcivescovo Misuaki Takami, durante una messa per la pace nella cattedrale – «ci mostra la brutalità e la pazzia della guerra. È un segno permanente del lancio della bomba atomica».

Croce della cattedraleLa croce è ora tornata a casa. I cristiani di Nakasaki l’hanno accolta con grande gioia e torneranno a venerarla vedendo in essa un segno indistruttibile di pace e di riconciliazione e il trionfo dell’amore sull’odio.

Il cristianesimo ha solo un piccolo ruolo in Giappone. L’idea di un unico Dio onnipotente ha poco in comune con le credenze religiose tradizionali shintoiste e buddiste. Attualmente, l’uno per cento dei cittadini (un milione di persone) professa una confessione cristiana. Dei 62 primi ministri giapponesi finora avuti, sette furono di fede cristiana, l’ultimo dei quali il cattolico Taro Aso (2008/09).

Tra il 1614 e il 1873, la diffusione del cristianesimo in Giappone fu proibita con pene molto severe. Al ritorno nel paese della libertà religiosa, la maggior parte dei pochi cristiani occulti rimasti aderivano alla Chiesa cattolica.

Attualmente la Chiesa conta circa 440.000 cittadini giapponesi registrati, ma con il crescente numero di lavoratori cattolici stranieri provenienti dalle Filippine, Corea e Brasile dovrebbe superare il mezzo milione.

Oggi l’arcidiocesi di Tokyo conta 90 parrocchie con circa 90.000 cattolici, assistiti da 78 sacerdoti diocesani e da circa 250 sacerdoti religiosi. Di questi, un centinaio sono gesuiti.

Il fiore all’occhiello della presenza dei gesuiti in Giappone è l’università Sophia, diventata in circa 100 anni di esistenza un grande campus universitario, con circa 13.000 studenti. Il prossimo dicembre sarà inaugurata la Sophia Tower una torre di 17 piani. L’edificio ha suscitato l’interesse anche dell’imperatore, che passa frequentemente da quelle parti non lontano dal palazzo del principe ereditario. Akihito si è informato personalmente della costruzione.

Attualmente, sono 49 i gesuiti che insegnano alla Sophia. Ma hanno il medesimo problema di molti altri ordini religiosi: l’invecchiamento, mentre sta diventando sempre più difficile avere accademici di talento.

Il ritorno della croce a Nagasaki costituisce un segno, non solo simbolico, di fiducia e di speranza per tutto il Giappone. Il cammino di questa piccola Chiesa prosegue e tutto è nelle mani di Dio.

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