Dismettere le chiese: un caso

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belgio1

Sono parroco di quelle che un tempo erano sette parrocchie, adesso confluite in unità pastorale, con sette chiese parrocchiali e numerose altre chiese e cappelle (di diversa proprietà: ecclesiastica, privata, dello stato).

Una delle chiese parrocchiali, in cui si celebrava una messa festiva con una partecipazione spesso inferiore alle dieci persone, ha subito il crollo di una porzione di tetto il cui ripristino (oltre all’intera revisione della copertura) comporta una spesa notevole, per la quale la diocesi chiederà di accedere ai fondi CEI “otto per mille” che coprono il 70% dei lavori da eseguire. La restante parte resta da trovare.

La comunità di riferimento di tale parrocchia è composta di circa trecento persone; per metà si tratta di persone straniere o comunque in buona parte estranee all’appartenenza comunitaria. La chiesa è posta in posizione irraggiungibile con le auto, il parcheggio più vicino dista settecento metri di strada in salita.

Se si riuscirà a completare i lavori, quando nell’unità pastorale ci sia un solo prete (per ora siamo in due, parroco e vice-parroco), nella chiesa riaperta si potrà celebrare la messa al massimo per Natale, per Pasqua e per la festa patronale.

Confrontandomi con l’esperienza belga (qui), mi pongo una domanda: in quante parrocchie o ex parrocchie si verificano situazioni analoghe? Ha senso sobbarcarsi spese e impegni notevoli, che assorbono energie da sottrarre ad altre attenzioni pastorali, nella quasi certezza della inutilizzabilità di molti edifici sacri a causa del prevedibile e progressivo calo numerico sia di clero sia di fedeli?

Pur essendo lontani e diversi rispetto alle situazioni dei territori a cui il testo fa riferimento, sono tuttavia convinto che la CEI dovrebbe studiare seriamente la questione, arrivando a esprimere linee-guida che prevedano e programmino il da farsi, verificando una serie di condizioni:

  • edifici di culto posizionati in centri abitati in via di spopolamento
  • vicinanza di altre chiese aperte al culto
  • scarso valore storico/artistico
  • carenza di clero nella diocesi
  • insostenibilità degli oneri di gestione da parte delle rispettive comunità.

Qualora le suddette condizioni si sommino, di dovrà seriamente, serenamente e razionalmente, verificare l’opportunità o la necessità di prendere la decisione di dismettere, avendo come prospettiva l’alienazione della chiesa perché sia destinata ad altro uso (sala riunioni, biblioteca, centro sociale, spazio di accoglienza e simili, puntando al rispetto dell’originaria destinazione dell’edificio); o anche, in casi estremi, l’abbattimento offrendo così al territorio uno spazio verde e/o un parcheggio. Sempre previo accordo con l’Ente locale (di regola il Comune).

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