Dismissione chiese: linee guida

di: Lorenzo Prezzi

La dismissione e il riuso ecclesiale di chiese. Linee guida: è il titolo di una dichiarazione del Pontificio consiglio della cultura a conclusione di un convegno del 29-30 novembre scorso («Dio non abita più qui? Dismissioni di luoghi di culto e gestione integrata dei beni culturali ecclesiastici»; http://www.settimananews.it/chiesa/delle-chiese-dismesse/).

Il documento, pubblicato con apprezzabile tempestività (17 dicembre 2018), diventerà un punto di riferimento. Il problema del riuso delle chiese fin’ora avvertito soprattutto in Occidente (appositi documenti sono già pubblicati dalle conferenze episcopali di Germania, Belgio, Svizzera, Italia e Gran Bretagna) conoscerà uno sviluppo in altre aree del mondo.

L’organica presentazione del problema è svolta in cinque punti: contesto socio-pastorale della dismissione delle chiese; l’alveo del diritto canonico; spunti di riflessione del quadro normativo internazionale sul patrimonio culturale; criteri guida per il patrimonio immobiliare; linee guida per il patrimonio mobile; raccomandazioni finali.

Prassi insufficienti

Le indicazioni del contesto socio-pastorale partono dai processi di secolarizzazione avanzata per poi sottolineare la nuova mobilità delle persone, la contrazione demografica in particolare dei centri storici, la desertificazione dei paesi di campagna e montagna, il calo del clero. Cambiamenti che non inficiano il valore di edifici nati come auto-rappresentazione di strutture sociali e politiche (si pensi alle chiese comunali o di confraternite). Conseguentemente, una chiesa abbandonata e cadente è avvertita come contro-testimonianza.

Non sempre le decisioni più comuni (destinarla ad uso non liturgico, vendita a privati, demolizione) sono condivise. La ridefinizione dello spazio urbano e ancora più della cultura urbana, l’umanizzazione della città e del territorio, suggeriscono un riuso che prevede il restauro, la rigenerazione, il riciclo.

Sono numerosi i canoni del Diritto canonico che stabiliscono i responsabili dei beni ecclesiastici e i loro doveri. Il Pontificio consiglio, d’intesa con le conferenze episcopali d’Europa, Canada, Stati Uniti e Australia, richiama alcuni comportamenti censurabili:

* riduzione ad uso profano di una chiesa senza gravi cause;

* destinazione ad uso improprio («sordido»);

* identificare la soppressione di una parrocchia con la cessione ad altri della chiesa;

* sopprimere una parrocchia per poter vendere una chiesa;

* smettere il culto per favorire la vendita;

* aprire a comunità non cattoliche per smettere il culto cattolico;

* ridurre a uso profano una parte dell’edificio;

* destinare la chiesa ad attività profane contraendo il culto.

Coerentemente, si suggerisce di impedire un utilizzo improprio e prevenire situazioni che offendano il sentimento religioso, curando la collocazione degli addobbi e dei manufatti.

Le preoccupazioni della comunità scientifica

Assai meno noti sono i documenti e le riflessioni che, a livello internazionale, sono stati fatti sul patrimonio culturale, di cui le chiese sono parte significativa. Dalla Carta internazionale per la salvaguardia delle città storiche (Washington 1987) alla Carta di Cracovia del 2000, fino alle raccomandazioni dell’Unesco (2011) e alla risoluzione del Consiglio d’Europa (1989).

Il Centro internazionale di studi per la conservazione e il restauro dei beni culturali (ICCROM) vi ha dedicato un importante convegno nel 2003. Altri testi vengono dal Consiglio d’Europa (Faro 2005) o da altre istituzioni internazionali riunite a Xi’an – Cina nel 2005, nel Quebec nel 2008, a Kiev nel 2010, in Australia nel 2013.

La comunità scientifica riconosce il diritto-dovere di custodire il patrimonio edilizio-simbolico alle comunità religiose, promuovendo la consapevolezza di governi e delle popolazioni rispetto a un patrimonio che è, ad un tempo, materiale e immateriale. Tre le linee di sviluppo più promettenti:

– collocare ogni singole elemento del patrimonio ecclesiastico nel sistema urbano;

– il valore materiale custodisce un patrimonio immateriale che lo interpreta;

– il coinvolgimento delle comunità locali, civili e religiose, in ordine al riuso delle costruzioni.

Gli edifici sono il segno visibile della presenza di Dio nella città secolare e mantengono la loro leggibilità evangelizzante, anche quando sono piegati ad altro uso. In essi è contenuta una promessa abitativa che ha già vissuto trasformazioni importanti: dalla plantatio ecclesiae alle modifiche delle molte stagioni ecclesiali. Anche la dismissione si inserisce come tassello di una storia di identità che continua e si adatta alle nuove città.

Quattro i criteri con cui leggere la trasformazione o la vendita degli edifici.

Il primo è la resilienza, cioè la capacità di un patrimonio di mantenere la propria riconoscibilità, nonostante i mutamenti subiti.

Il secondo è la sostenibilità dell’edifico trasformato, almeno per il medio periodo.

Il terzo è la corresponsabilità, sia in ordine a soggetti diversi che si assumono la gestione (pastorali specializzate, movimenti, aggregazioni laicali ecc.) sia in ordine all’apertura come spazi di silenzio e di visita turistica.

Il quarto è la necessità che ogni intervento venga collocato dentro una pianificazione dell’uso del patrimonio immobiliare ecclesiastico.

Undici raccomandazioni

Una chiesa è un luogo colmo di manufatti: quadri, vasi sacri, ambone, pulpito, confessionale, crocifissi, statue ecc. Cosa fare di tutto questo? Non possono essere abbandonati a se stessi con la vendita o la demolizione. Oggetti, reliquie, arredi, vetrate, campane ecc. vanno collocati in altro edificio o presso i musei, dopo una accurata catalogazione. C’è uno specifico problema per gli altari: se non vengono riutilizzati in altre chiese andrebbero distrutti, sempre che le leggi civili lo permettano.

Undici le raccomandazioni finali che possono essere così sinteticamente presentate.

  • La cura del patrimonio grava su tutta la comunità.
  • Preti e vescovi devono essere abilitati a trattare i beni ecclesiastici.
  • Ogni ente ecclesiastico abbia un inventario dei propri beni immobili e mobili.
  • Ogni decisione va collocata nella visione territoriale complessiva in accordo con le normative giuridiche.
  • La decisione di cambiare la finalità degli edifici coinvolge tutti i soggetti ecclesiali implicati.
  • Negli atti di alienazione si introducano clausole a difesa degli edifici sacri.
  • È auspicabile che un edificio religioso prima di essere venduto passi ad altro rito compatibile con la sua originaria destinazione.
  • Prima del riuso va scritta una storia dell’edificio che faciliti ulteriori trasformazioni coerenti.
  • Conservare la leggibilità planimetrica dell’edificio.
  • Gli arredi e le suppellettili debbono avere una continuità d’uso.
  • Gli arredi vanno rimossi prima del cambio d’utilizzo.
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