Don Davide e la continuità con il Vaticano II

di: Andrea Grillo

Credo che si debba ringraziare l’abbé Davide Pagliarani, superiore generale della Fraternità San Pio X, per la lunga intervista che si può leggere qui. L’importanza di questo lungo testo può essere racchiusa in una frase: sia pure da un punto di vista radicalmente critico, e per me del tutto inaccettabile, apprezzo la chiarezza con cui Don Davide riconosce con estrema chiarezza la logica di continuità tra il Concilio Vaticano II e il magistero di papa Francesco, così come si è espresso in Amoris titia e nel Sinodo sull’Amazzonia.

Ovviamente si tratta di una lettura “catastrofica”, che legge le tappe del pontificato di Francesco come “bombe atomiche”, come distruzioni della tradizione, come negazioni dell’identità cattolica. Ma il valore esemplare dell’intervista consiste nel ricondurre, con estrema linearità, tutta questa vicenda attuale alla sua vera radice, ossia al Vaticano II, alla sua ecclesiologia e alla sua teorizzazione del rapporto col mondo.  Non si tratta della stravaganza di un papa originale, ma della lineare conseguenza del Vaticano II.

Di qui deriva il tono reciso e duro di negazione di ogni pluralismo, di ogni dialogo, di ogni aggiornamento. Per questo, in Don Davide appare del tutto comprensibile che il simbolo del Concilio e di tutti i suoi “errori” sia la riforma liturgica. Per questo, nella parte conclusiva della sua intervista, dopo aver enumerato tutte le catastrofi che discendono dall’ecclesiologia e dalla liturgia conciliare, egli fa della “messa tridentina” il principio di una resistenza ad oltranza. E dice così:

«Concrètement, il faut passer à la Messe tridentine et à tout ce que cela signifie; il faut passer à la Messe catholique et en tirer toutes les conséquences; il faut passer à la Messe non œcuménique, à la Messe de toujours et laisser cette Messe régénérer la vie des fidèles, des communautés, des séminaires, et surtout la laisser transformer les prêtres. Il ne s’agit pas de rétablir la Messe tridentine, parce qu’elle est la meilleure option théorique; il s’agit de la rétablir, de la vivre et de la défendre jusqu’au martyre, parce qu’il n’y a que la Croix de Notre-Seigneur qui puisse sortir l’Eglise de la situation catastrophique dans laquelle elle se trouve».

La lettura dell’intervista aiuta a comprendere in modo più chiaro la sequenza argomentativa: i disastri attuali hanno la loro radice nel Concilio Vaticano II, il cui emblema è la riforma liturgica. Perciò, per resistere nella “Chiesa di sempre”, per contestare ogni pluralismo, ogni democrazia, per opporsi al cedimento al divorzio di Amoris lætitia e per non cadere nel paganesimo del Sinodo sull’Amazzonia occorre “passare alla messa tridentina” e fare del Vetus Ordo la linea di resistenza contro il Concilio e contro la sua attuazione in mezzo a noi.

A leggere queste parole non si può non guardare all’ingenuità di una Chiesa così tiepidamente conciliare, da aver permesso di fare di questo programma reazionario una “possibilità pastorale” aperta ad ogni parrocchia. Solo quando avremo capito la gravità dell’errore commesso nel 2007, con una “liberalizzazione del rito di Pio V”, sapremo correre ai ripari e rispettare quella riforma liturgica che costituisce parte integrante del nostro rispetto verso il Concilio Vaticano II.

Forse proprio questa intervista di Don Davide, con tutta la sua prepotente anticonciliarità, saprà aprire gli occhi di chi non vuol vedere e le orecchie di chi non vuol sentire.  A Don Davide va dato atto di dire con estrema durezza le cose “da fuori”. Sorprende molto che  le stesse parole noi stiamo ascoltando da 12 anni sulle bocche di uomini delle istituzioni, di preti giovani, di preti anziani dalla memoria corta, di qualche vescovo, addirittura di alcuni cardinali. La differenza è che Don Davide ha il coraggio di identificare nel Vaticano II il suo nemico, mentre gli altri preferiscono “dimenticarlo” o “rimuoverlo”. Credo che dopo Amoris titia e dopo il Sinodo sull’Amazzonia si dovrà fare chiarezza sulla liturgia. Il piede non si può tenere in due scarpe. Soprattutto il magistero “dei sommi pontefici” non può restare ambiguo sul piano della liturgia. Perché questa ambiguità, questa imparzialità tra vecchio e nuovo, questa indifferenza verso le scelte conciliari paralizza tutto il sistema. Per questo, in modo opposto e contrario rispetto a lui,  apprezzo molto la lucidità consequenziale e senza fronzoli dell’Abbé Pagliarani. La liturgia è davvero decisiva, come fonte e culmine del sistema. Se siamo ambigui sulla liturgia, tutto è compromesso.  Una delle condizioni per l’attuazione di Amoris titia, e per la buona gestione del Sinodo sull’Amazzonia, è il superamento della ambiguità reazionaria e anticonciliare di Summorum pontificum. Ora questa evidenza, dopo le parole di Don Davide, è diventato molto più chiara.

Pubblicato il 21 settembre 2019 nel blog: Come se non.

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2 Commenti

  1. Giuseppe Del Vecchio 28 settembre 2019
  2. Claudio Bargna 21 settembre 2019

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