Le donne e il clericalismo

di: Blase Cupich

Siamo fortunati ad avere un numero di commissioni e di consigli laici, sui quali faccio affidamento per ricavarne consigli e sostegno. Considero la loro collaborazione come la chiave per una governance condivisa, necessaria oggi nella Chiesa. Uno dei gruppi cui faccio riferimento è il Comitato arcidiocesano delle donne. Questo organismo consultivo è rappresentato dalle donne di tutti e sei i vicariati e si incontra durante tutto l’anno.

Ho chiesto loro di consultare le donne dell’arcidiocesi sul tema del clericalismo. Esse hanno interpellato 1.500 donne, ponendo tre domande: com’è il suo modo di comprendere il clericalismo? ha mai sperimentato personalmente il clericalismo? in che modo i laici possono cooperare a mettere fine al clericalismo?

I risultati sono importanti per tutti noi per una giusta comprensione del problema.

Mentre quasi la metà delle donne intervistate sono state aiutate a capire cosa si intendesse per “clericalismo”, una volta spiegato cosa si intendeva con quella parola, quasi due terzi di esse ha affermato di averne avuto personalmente l’esperienza.

Molte hanno associato il clericalismo con gli abusi sui minori e sul loro occultamento negli ultimi anni, poiché è lì dove gli effetti del clericalismo e le sofferenze inflitte per tutta la vita sono più visibili. Ciò che maggiormente ha turbato le donne è stata la ricorrente mancanza di risposte alle vittime da parte della gerarchia, e molte di loro si sono dette convinte che questa crisi avrebbe potuto essere evitata se le donne fossero state coinvolte nel contrastare efficacemente il triste fenomeno. Questa percezione è indubbiamente vera e dovrebbe rimanere un punto di riferimento per procedere in qualsiasi caso di abuso riguardante i chierici, compresi i vescovi.

Oltre alla crisi degli abusi, molte donne hanno parlato della loro esperienza in fatto di clericalismo nel non essere ascoltate o essere state ignorate dalla Chiesa nella vita di tutti i giorni. Alcuni preti – hanno dichiarato – sono ben disposti all’ascolto, altri no. Hanno detto che questi preti:

* vogliono avere l’ultima parola anche nei minimi dettagli della vita della parrocchia;

* pretendono di essere la persona migliore di tutti oppure squalificano la conoscenza che le donne hanno dei problemi della Chiesa;

* ragionano autorevolmente di argomenti di cui non sanno nulla;

* usano la loro autorità per negare i sacramenti oppure

* per favorire quei parrocchiani che trattano il clero come se avesse sempre ragione.

Le intervistate hanno espresso a più riprese il loro punto di vista dicendo che, siccome le donne non hanno autorità nella Chiesa, a nessun livello, la loro sapienza acquisita e i loro talenti non sono impiegati a beneficio della Chiesa. Questa emarginazione è avvertita in maniera più acuta dalle donne che fanno parte del personale pastorale, come coloro che sono inserite nell’ambito amministrativo, oppure dalle donne che fanno opera di volontariato o che sono laureate.

Riassumendo questo modello di disuguaglianza circa il modo con cui i preti trattano le donne, una di esse notava: «Anche se ho avuto alcuni pastori meravigliosi che hanno sostenuto e accolto bene i miei doni e mi hanno dato ogni possibilità di contribuire alla vita della parrocchia, ne ho incontrato anche altri che preferivano che io fossi invisibile».

Per porre fine alla cultura del clericalismo, molte hanno sottolineato che bisogna cominciare con l’ascoltare i laici e con il dare credito alle loro voci a lungo ignorate, in particolare a quelle delle donne e dei giovani adulti. Ma significa anche finire di trattare i preti come una casta privilegiata, e invece rispettarli come persone umane fallibili che condividono la nostra condizione umana e si sintonizzano con i bisogni della comunità, al punto che tutti capiscano che siamo qui per aiutarci vicendevolmente ad avvicinarci a Dio e gli uni agli altri.

I preti dovrebbero essere disposti a parlarne nelle loro omelie – hanno affermato le intervistate – e i pastori dovrebbero riesaminare il modo con cui valorizzano i talenti dei laici così che le decisioni siano condivise. Inoltre, hanno sottolineato che il ruolo verticistico del pastore deve essere ripensato e ristrutturato.

Dovrebbe anche essere preso in considerazione il fatto di istituzionalizzare la partecipazione delle donne – hanno detto altre –, affermando di seguire con interesse lo studio che il papa ha intrapreso sul diaconato femminile. Un passo del genere, secondo molte delle inchiestate, dovrebbe coinvolgere le donne nei battesimi e nella predicazione e anche il riconoscimento della loro posizione di competenza nella vita quotidiana della Chiesa.

Le donne che hanno partecipato a questa inchiesta erano salde nel loro amore alla Chiesa e nella speranza di migliori relazioni con il clero. Esse desiderano che i loro preti camminino accanto a loro e a tutti i laici così da mostrare che tutti i battezzati condividono l’invito a partecipare all’unico sacerdozio di Gesù.

Il Comitato arcidiocesano delle donne ha affermato quanto esse siano state rincuorate da papa Francesco che ha spesso parlato della necessità di sradicare il clericalismo, sia che abbia origine dall’immagine che il clero ha di stesso sia dall’atteggiamento di deferenza di altre persone verso di esso. Si sentono incoraggiate quando il papa, i vescovi, i preti, i diaconi e i laici riconoscono il clericalismo come un peccato che mina la missione della Chiesa di essere nel mondo un “ospedale da campo”. Il comitato ha concluso il suo rapporto affermando: «Se insieme rifiutiamo la cultura tossica del clericalismo, potremo lavorare insieme in quell’ospedale da campo, sanando le ferite e riscaldando i cuori dei fedeli».

Sono riconoscente per l’inchiesta effettuata nell’arcidiocesi dal Comitato delle donne. Hanno reso un grande servizio alla nostra Chiesa locale e non vedo l’ora di continuare a dialogare con loro mentre intraprendiamo il rinnovamento della Chiesa a cui Cristo ci invita in questo nostro tempo.

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