“Dottore” e “patrono”? Non ancora

di:

giovanni paolo

Il presidente della Conferenza episcopale polacca, Stanislaw Gadecki, vescovo di Poznan, ha reso pubblica la risposta, per ora negativa, della Santa Sede alla richiesta di riconoscere a san Giovanni Paolo II il titolo di «dottore della Chiesa» e di compatrono d’Europa. Lo ha fatto il 9 di ottobre in un convegno a Varsavia per celebrare i 100 anni dalla nascita di Karol Wojtyla (18 maggio 1920).

Il simposio ha visto l’intervento di Piotr Glineski, ministro della cultura, a nome del primo ministro, Mateusz Morawiecki, dell’arcivescovo Stanislaw Budzik (i temi del magistero), del cardinale Stanislaw Dziwisz (il suo ruolo nella recezione del concilio), mons. Grzegors Rys (la nuova evangelizzazione), p. Mciej Zieba (dialogo ecumenico).

Wojtyla: non “dottore” e co-patrono d’Europa

L’intervento del vescovo di Gadecki è stato dedicato a giustificare il senso della richiesta dei titolo di dottore della Chiesa e di compatrono d’Europa, approvata dalla conferenza episcopale (ottobre 2019). Per i vescovi polacchi la figura di Wojtyla onora tutti i requisiti richiesti per il titolo di dottore: la dottrina eminente, la santità di vita, l’ampiezza della missione evangelizzatrice. Quelli già proclamati dalla Chiesa sono 36. L’ultimo è l’armeno Gregorio di Narek e, prima di lui, Ildegarda di Bingen.

La seconda richiesta riguardava l’Europa, la nomina a co-patrono del continente. Tali riconoscimenti sono sei, molto più recenti. Il primo fu quello di Paolo VI a Benedetto da Norcia, poi i santi Cirillo e Metodio, santa Brigida di Svezia, santa Caterina da Siena e santa Edith Stein. Il riferimento ai santi del continente ha lo scopo di indicare alcuni valori spirituali ispiranti l’orizzonte di civiltà. «Oggi vediamo pericolose tendenze a discostarsi dai valori cristiani e costruire l’integrazione europea su basi filosofiche estranee, con un chiaro privilegio al solo progresso economico e sociale, a scapito della sua identità. L’idea dei patroni suggerisce una riflessione più alta» ha detto Gadecki. Ha riportato le cinque ragioni suggerite da George Weigel, scrittore e opinionista statunitense:

  • Giovanni Paolo II ha dato alla Chiesa le chiavi per interpretare e recepire l’insegnamento del Vaticano II. Lo ha fatto attraverso le encicliche, le esortazioni e l’insieme del suo magistero. In particolare con il sinodo del 1985.
  • Ha sviluppato in termini nuovi e culturalmente appetibili l’insegnamento tradizionale della Chiesa, rileggendo i classici come Tommaso attraverso la lente fenomenologica.
  • Ha avvertito la crisi antropologica del XX secolo risolvendola nella proposta rinnovata dell’incarnazione.
  • Ha rinnovato la dottrina sociale della Chiesa dando una base morale al sistema economico prevalente.
  • Con l’invito alla nuova evangelizzazione ha superato la tradizione controriformista aprendosi alla dimensione mondiale della Chiesa.
Solo 7 su 150

A questi se ne potrebbero aggiungere molti altri: «l’insegnamento sul rispetto della vita di ogni essere umano, il ruolo della donna, del matrimonio e della famiglia, l’annuncio del Vangelo al mondo intero, il rinnovamento dell’unità delle Chiese, il dialogo interreligioso, l’accento alla misericordia». «I ventisette anni di pontificato di Giovanni Paolo II sono stati cruciali per la Chiesa e per il mondo, sia per quanto riguarda il suo insegnamento che per l’impatto nel contesto sociale». Da questo punto di vista il papa polacco «è già diventato un vero dottore della Chiesa e patrono dei valori europei». Si deve a lui il riconoscimento dei paesi dell’Europa centrale come appartenenti all’Europa. A questo si aggiunga l’aver partecipato personalmente e direttamente al dramma storico di milioni di persone e delle nazioni nel ventesimo secolo. Nonostante lo stop di Roma, «il seme è stato gettato, ci vuole solo un po’ di pazienza e del tempo perché dia i suoi frutti».

L’invito a firmare l’appello al papa per questi riconoscimenti era stato sottoposto alle 150 conferenze episcopali mondiali. Solo 10 hanno risposto. 7 positivamente: in particolare i paesi dell’Europa centrale Slovacchia, Ungheria, Cechia, oltre alla Germania, Filippine, Cile, Ucraina. 3 in forma interlocutoria, non ritenendo questo il momento adatto (Francia, Svizzera e Austria).

Dal Vaticano è stato fatto notare che sono numerose le richieste per riconoscimenti similari. Fra queste quelle del cardinale John Henry Newman.

giovanni paolo

I santi e l’inquietudine

In Polonia il culto dei santi, in particolare del Novecento, è un elemento costante e sostanziale dell’ethos. «I santi sostengono lo sforzo – tipicamente polacco – di sopravvivere nonostante ogni avversità, ogni sconfitta … I santi sono un elemento dinamico della coscienza e della tradizione nazionale» (Ludmila Grygiel).

La cultura polacca ha ripreso molti valori dei suoi santi, soprattutto la sovranità e l’indipendenza dal potere politico, elaborando l’idea di nazione, più profonda dello stato. Su questo patrimonio religioso e valoriale si àncora la richiesta dei vescovi, in concomitanza con le celebrazioni per la beatificazione del card. Wyszynski, programmata per il 7 luglio scorso e slittata a data da destinarsi a causa della pandemia. Contestualmente si è aperto anche il processo diocesano per il riconoscimento delle virtù eroiche dei genitori di Giovanni Paolo II, Karol ed Emilia. Se Wyszynski rappresenta la chiave di lettura per la vicenda storica del ’900 in Polonia, il riconoscimento del titolo di dottore della Chiesa e di compatrono d’Europa richiesto per papa Wojtyla proietta sul continente una singolare vocazione del paese e sull’intera Chiesa una proposta teologico-magisteriale fortemente segnata dall’identità cattolica.

Il tema della santità si intreccia con la coscienza inquieta di una Chiesa chiamata a definire il suo futuro dopo la grande stagione di Solidarnosc e di Giovanni Paolo II. «Fino a trent’anni fa la Chiesa era la sola forza indipendente della Polonia sul piano spirituale, accademico, culturale e politico rispetto alla lotta contro il comunismo – ha detto Grzegorsz Rys, vescovo a Lódź. Il problema è che molti uomini di Chiesa pensano che dobbiamo continuare a occupare tutti questi ruoli». D’altra parte, non si accetta di essere spinti verso valori e prassi che non appartengono alla storia del paese da un’Europa che «ha cessato di interrogarsi sul proprio destino, quel destino che trascende l’attualità degli eventi» (Stanislaw Grygiel). «Ciò che l’Europa centro-orientale  vuole – ha detto l’ex nunzio in Russia e Polonia, mons. Migliore – è di potersi sentire un membro a pari dignità nel club europeo, senza doversi adeguare a un nuovo livellamento culturale».

Un difficile equilibrio

Si comprende il difficile equilibrio delle forze in campo cattolico, sollecitato da rigurgiti antisemiti (il padre-padrone dell’impero mediale attorno a Radio Maria polacca, Tadeuz Rydzyk, è stato impedito di parlare in pubblico dal vescovo canadese Richard Smith, nella sua diocesi di Edmont, per le sue posizioni antisemite), da rigidismi omofobi (lo stesso Gadecki ha impedito l’azione Stop LGBT nella sua diocesi che prevede la raccolta delle firme per una legge contro ogni manifestazione pubblica a difesa degli omosessuali), da collocazioni pubbliche troppo schierate sull’attuale governo di destra: «In questi ultimi anni è stato propagato un discorso pericoloso, sia dai responsabili ecclesiastici sia dal potere attuale. E cioè che un buon cattolico non può votare che il PiS» (partito attualmente al governo).

L’opposizione, da parte sua, è catalogata come quella che promuove la secolarizzazione e la lotta contro la Chiesa. L’appropriazione dell’identità cattolica da parte di una opzione politica è molto grave per l’unità nazionale. Il discrimine politico diventa il discrimine religioso» (p. Jacek Prusak).

A questo si aggiungano le accuse di coperture di comportamenti pedofili di una parte del clero che hanno lambito il cardinale Dziwisz, già segretario di Giovanni Paolo II, e costretto alle dimissioni vescovo di Kalisz, Edward Janiak.

Non casualmente i cinque gruppi di lavoro dell’ultima assemblea della conferenza episcopale (5-6 ottobre) riguardavano la Chiesa e i cambiamenti culturali, la comunicazione dentro e fuori le comunità ecclesiali, la presenza della Chiesa in ambito socio-politico, oltre alla pastorale parrocchiale e alle prassi ecclesiali nella pandemia. Riunione che, purtroppo, sembra aver favorito la diffusione del virus a una decina di vescovi, segretario e presidente compresi.

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8 Commenti

  1. Franco 29 ottobre 2020
  2. Pietro 27 ottobre 2020
  3. Adelmo li Cauzi 23 ottobre 2020
  4. Joseph 22 ottobre 2020
  5. Gianpietro Cannella 22 ottobre 2020
  6. Pietro Salvatore Morelli 22 ottobre 2020
  7. Irene 22 ottobre 2020
    • William 22 ottobre 2020

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