Due papi: armonizzare a tutti i costi?

di: Giuliano Zanchi

I due papi

I due papi di Fernando Meirelles, comparso in qualche sala cinematografica prima della sua emissione su Netflix, è un film fatto per piacere a tutti. È fatto per piacere ai semplici fedeli che non hanno mai perso il desiderio di vedere il cattolicesimo come una grande famiglia nella quale due papi non possono essere che variabili espressioni personali di un sentire comune per definizione immutabile e uniforme.

Ha tutto per piacere anche a quelli che, dentro la Chiesa, si sentono scossi dai cambi di passo e hanno sempre avuto il bisogno di lavorare, più o meno pacificamente, a una composizione delle differenze.

Era stato così nel 1985 quando, vent’anni dopo un concilio che aveva lasciato la Chiesa alle prese con diverse visioni della realtà, in Italia era cominciato a diffondersi un nervoso bisogno di unità, secondo un criterio di comunione che non sempre è stato facile distinguere dall’uniformità.

Tutti d’accordo

Quel bisogno di accordo tra diversi, se non di conciliazione degli opposti, non ha mancato di riproporsi dopo il rocambolesco avvicendamento sul soglio di Pietro fra il dimissionario Benedetto XVI e il nuovo papa Francesco. La recente diatriba sulle due ermeneutiche del concilio è sembrata personificarsi nel confronto (e nella compresenza) fra il papa emerito e il pontefice argentino. È dunque buono quanto contribuisce alla narrativa di quella “continuità” che, dai primi istanti del nuovo pontificato, molti si sono sentiti in dovere di costruire.

Il film ha molto per piacere persino a quanti fuori dalla Chiesa non credono per niente all’anomalia di Francesco e restano convinti che quella delle riforme sia solo una trovata estetica. Notisti, osservatori, corsivisti e saggisti di vario tipo, per i quali il declino della Chiesa è prima un auspicio che un’analisi, una speranza personale più che il frutto dell’osservazione, e cui quindi piace vedere Francesco come una mera prosecuzione del solito tran tran curiale, solo più dissimulata nell’agitazione del folklore sudamericano.

Questo film mette a tema una convergenza di fondo che li rassicura. Gli unici a cui questo film non può piacere più di tanto sono quelli che in Francesco vedono invece una novità non del tutto assimilabile, un autentico contropiede carismatico che ha ravvivato in modo irreversibile lo spirito del concilio e che, pur nella trincea di una resistenza dell’apparato strenua e sleale, sta lentamente mettendo le basi per una vera riforma della Chiesa. Ma questi sono quei soliti cattoprogressisti che nella Chiesa sono in profondo recesso e quindi non hanno i numeri per fare veramente audience.

Meglio: “Habemus Papam”

La narrazione procede avvincente dall’inizio alla fine. Si fonda su un incontro, realmente avvenuto, fra Benedetto XVI e il card. Bergoglio a Castelgandolfo nell’estate precedente il conclave del 2013, che la sceneggiatura (Antony McCarten) trasforma in un teso colloquio sulla natura della Chiesa e in un confronto senza schermi tra due personalità.

La ripartizione equanime delle luci e delle ombre, nelle rispettive biografie, sembra davvero pesata col bilancino. I movimenti di macchina, oscillanti come nelle riprese delle moderne serie televisive, conferiscono al racconto un’immediatezza quasi documentaristica. Antony Hopkins, che, pur non avendo la fisionomia volpina di Joseph Ratzinger ne offre un’interpretazione di spirito più che fedele, resta la prova attoriale più formidabile.

Il misto di tensione dialogica e di concitazione storica rende il racconto avvincente, anche se sui fatti prevale il romanzo e sulla realtà vince l’immaginazione.

La scena dei due papi che ballano in un finto cortile di San Damaso, nella sua plateale inverosimiglianza, allude a un dibattito su carisma e istituzione che sentiamo ormai logoro e superato. Ma è il culmine di un racconto che declina in chiave ecclesiastica la storia/tipo del personaggio A, aperto e disinvolto, che empatizza col personaggio B, introverso e schematico, fino ai germi di una quasi amicizia. Tipo A spasso con Dasy in Vaticano.

Resta un film “che fa riflettere”, come si dice di quelle opere che non convincono del tutto, ma che, volendo enfatizzare una tesi, rende, almeno a occhi attenti, sempre più evidente quella contraria. Era assai più preconizzatore Habemus Papam di Nanni Moretti.  E penso che, per trovare stimoli più incisivi e aderenti in materia, bisognerà aspettare The New Pope di Paolo Sorrentino. Mancano pochi giorni.

Prima pubblicazione: L’Eco di Bergamo (5 gennaio 2020).

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