Europa: gesti di dialogo, reazioni di chiusura

di: Maria Teresa Pontara Pederiva

L’arcivescovo emerito di Milano, il card. Dionigi Tettamanzi che accoglie nella sua residenza in Brianza (Villa Sacro Cuore a Triuggio) venti profughi nigeriani, uomini tra i 18 e i 47 anni perlopiù di religione musulmana; la diocesi di Trento che, ancora sotto la guida dell’arcivescovo oggi emerito, mons. Luigi Bressan, ha accolto dal mese di marzo, presso la residenza vescovile di San Nicolò in destra Adige a Trento, 29 profughi siriani originari di Homs giunti in Italia con un corridoio umanitario dopo 4 anni di sosta in Libano: un elenco che potrebbe continuare perché lungo l’intera penisola italiana; sono tanti gli esempi di accoglienza, senza distinzioni. E l’elenco è destinato ad allungarsi dopo il rientro da Lesbo di papa Francesco con alcune famiglie di profughi al seguito.

Ma l’esempio da seguire non si ferma qui. Un pontefice che promuove e condivide incontri, discorsi e testi scritti con i suoi «fratelli» patriarchi ortodossi, che si reca alla sinagoga di Roma per incontrare il «fratello» rabbino capo o a Caserta il suo amico pastore protestante non lascia indifferenti, anzi induce a fare altrettanto. Del resto è la scuola dei gesti su cui tanto si è già scritto, e commentato, in molte sedi.

Così è accaduto, senza troppo rumore di cronaca, che il nuovo arcivescovo di Bologna, mons. Matteo Maria Zuppi, si sia recato di recente a far visita – prima volta per un pastore bolognese – alla moschea della città, ricevuto sulla porta con un abbraccio dall’imam Emran Hossain. «Ho accolto subito questo invito – ha detto il presule ai giornalisti presenti insieme al sindaco Virginio Merola – perché conoscersi fa bene: dobbiamo preoccuparci se non ci conosciamo. La solitudine e l’individualismo rendono la vita di una città pericolosamente poco umana».

Un gesto di pace, un ponte gettato che lascerà il segno in una città che ha vissuto talvolta contrapposizioni laceranti.

Un gesto che, a distanza di chilometri, è stato compiuto, in ideale comunione d’intenti, in un’altra città già testimone di un aspro conflitto, dall’arcivescovo di Berlino, mons. Heiner Koch che si è recato il 19 aprile al Collegio Abraham Geiger, sede del prestigioso e storico seminario rabbinico all’università di Postdam (chiuso dai nazisti nel 1942 e riaperto solo nel 1999). L’obiettivo in terra tedesca va ben oltre il dialogo perché l’incontro ha posto le basi per una collaborazione di tipo educativo-accademico: su proposta del rabbino, e rettore, Walter Homolka, si apre infatti la possibilità di istituire corsi di formazione teologica cattolica presso l’università, così da integrare la preparazione della Hochschule. Lo stesso Istituto superiore che a Berlino sta realizzando il sogno della Casa dell’Uno: un luogo di preghiera per le tre religioni monoteistiche, cristianesimo, ebraismo e islam.

Un progetto osteggiato con determinazione dai membri delle organizzazioni xenofobe che in Germania stanno creando non pochi problemi anche per l’ordine pubblico, ma non solo. Una figura di spicco, presa di mira ormai da mesi da questi sedicenti “difensori dell’integrità della nazione tedesca”, è il predecessore di Koch a Berlino, il cardinale Rainer Maria Wölki, ora arcivescovo di Colonia. Come se non bastassero le ingiurie e i gesti di rappresaglia che han fatto seguito alla sua decisione di spegnere le luci della cattedrale (e di conseguenza dell’antistante Piazza Duomo), in occasione di una manifestazione dell’organizzazione di estrema destra Pegida, in questi giorni l’offensiva si è rafforzata per via di alcune espressioni da lui pronunciate con la sola intenzione di ribadire alcuni principi irrinunciabili per ogni cittadino.

Interrogato in merito alle recenti prese di posizione dell’AFD, il Partito alternativo di destra für Deutschland (che in precedenza aveva richiesto anche il divieto di minareti e burqa) che ora avanza la pretesa che «la religione islamica non è compatibile con la Costituzione tedesca», l’arcivescovo Rainer Wölki ha risposto prima a parole, poi con un video pubblicato on-line per sostenere che, per ogni persona di fede, le moschee sono paragonabili alle chiese cattoliche o protestanti.

«Chiunque denigra i musulmani, come fa la leadership AFD, dovrebbe considerare che sale di preghiera e moschee sono garantite dalla nostra Costituzione alla stregua di chiese e cappelle», ha detto Wölki nel video. «Chi dice “sì” a campanili deve anche dire “sì” ai minareti», ha aggiunto.

Contro quanto affermato da Beatrix von Storch, vicepresidente del movimento al quotidiano Frankfurter Allgemeine, secondo la quale l’Islam sarebbe una «ideologia politica» non compatibile con la costituzione tedesca, Wölki ha quindi indicato con chiarezza come l’Islam è perfettamente compatibile così come ogni altra religione. Anzi, ricordando la drammatica storia vissuta dalla Germania nel secolo scorso con la Shoah, ha affermato come nessuno in terra tedesca dovrà mai più essere perseguito per motivi di religione o etnia.

Il Manifesto anti-Islam del partito alternativo in oltre 1.700 pagine dice esattamente il contrario.

Chi pensa in quella direzione non è cristiano, afferma il cardinale, spiegando il significato della libertà religiosa. E la lotta continua, purtroppo un po’ in tutta Europa. Quella stessa Europa “cristiana” cui si rivolgerà papa Francesco il prossimo 6 maggio in occasione della consegna del Premio Carlo Magno a lui assegnato nell’autunno scorso.

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