Francesco ai diplomatici: costruite cattedrali

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Sono 183 i paesi che hanno rapporti diplomatici con la Santa Sede (all’ONU sono 193). Il discorso per gli auguri del nuovo anno al corpo diplomatico (8 gennaio) costituisce un riferimento per identificare i territori “febbricitanti” del mondo e per capire gli indirizzi del “potere leggero” del Vaticano rispetto al “potere pesante” degli stati.

Nelle parole di papa Francesco di quest’anno vi sono alcuni elementi “notarili” e tre dimensioni prospettiche: la questione dei diritti, il tema della pace e della guerra, le migrazioni.

Sono sempre presenti le annotazioni relative a nuovi patti sanciti dalla Santa Sede (Repubblica del Congo, Russia, la firma del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari) e ai paesi visitati durante l’anno (Egitto, Portogallo, Colombia, Myanmar, Bangladesh). Così pure il richiamo ai paesi più esposti ai pericoli come la penisola coreana, la Siria (con il ritorno dei profughi da Giordania, Libano, Turchia), l’Iraq, lo Yemen e l’Afghanistan.

Su Gerusalemme, nel contesto dello scontro fra israeliani e palestinesi, e dopo la decisione di Trump (USA) di riconoscere la città come capitale di Israele, si riconferma la posizione tradizionale: rispettare lo status quo della città e prevedere due stati indipendenti entro confini internazionalmente riconosciuti.

Per l’America Latina il riferimento è al Venezuela.

Per l’Africa: al Congo, al Sud Sudan, alla Somalia, alla Nigeria e al Centrafrica.

Per l’Europa, all’Ucraina.

discorso per gli auguri del nuovo anno al corpo diplomatico

Papa Francesco posa con i diplomatici accreditati presso la Santa Sede durante la tradizionale udienza per lo scambio di auguri per il nuovo anno. 8 gennaio 2018 (ANSA/Osservatore romano)

Aggressioni ai diritti

Prospettica è invece la memoria della firma della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (avvenuta nel 1948). Su di essa si formula la denuncia di una duplice aggressione: dal versante dei diritti umani non rispettati e da quello opposto, cioè la formulazione di “nuovi diritti” che invalidano l’universalità, l’indivisibilità e l’interdipendenza dei primi.

I diritti non rispettati in varie parti del mondo sono relativi alla vita e alla libertà: dall’aborto all’eutanasia, dalla tratta delle persone alla violenza, in particolare sulle donne.

Non a tutti è dato accesso alle cure mediche e il diritto al lavoro è troppo condizionato.

Anche la «libertà di pensiero, di coscienza e di religione, che include la libertà di cambiare religione» non è sempre rispettata. Nei confronti delle fedi hanno preso giustificazione «nuove forme di estremismo» e vere e proprie persecuzioni.

Ha detto Zeid Ra’ad Al Hussein, alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite: «Le tensioni fra coloro che sostengono l’universalità dei diritti dell’uomo e coloro che la negano sono sempre più evidenti. Il congresso del partito comunista cinese ha fatto propria una posizione ostile all’universalità dei diritti dell’uomo. La retorica che promana dalla Casa Bianca (USA) va nello stesso senso» (La Croix, 18 dicembre 2017).

Ma il pericolo viene anche da “nuovi diritti”. Se non ci sono resistenze relativamente all’estensione di diritti dei fanciulli, degli handicappati, delle donne, dei migranti ecc., fa problema la rivendicazione di diritti sessuali e riproduttivi, espressivi di un individualismo che è proprio dell’Occidente, incapace di valorizzare legami fondamentali come la generazione, la famiglia e la società. Col paradosso che, mentre i primi (quelli riconosciuti nel 1948) sono limitabili in particolari condizioni, questi ultimi hanno la pretesa di essere comunque inviolabili. Nozioni controverse «che contrastano con la cultura di molti paesi, i quali non si sentono perciò rispettati nelle proprie tradizioni socio-culturali, ma piuttosto trascurati di fronte alle necessità reali che devono affrontare».

Se ne vede l’esito sul fronte della famiglia. Per una parte del pensiero occidentale è un istituto superato, non avvertendo che, senza questa «comunione di amore, fedele e indissolubile», espressione di una bellezza austera, di un carattere sacro e inviolabile e di una funzione naturale nell’ordine sociale, ci si condanna a un «vero inverno demografico».

Pace e migrazioni

Di rilievo anche il richiamo alla guerra. Esso parte dal centenario della fine della prima guerra mondiale e sviluppa un duplice monito. Anzitutto «vincere non significa mai umiliare l’avversario sconfitto». In secondo luogo: «la pace si consolida quando le nazioni possono confrontarsi in un clima di parità».

I gravi conflitti in atto e le sordità di molti sembrano invalidare le implorazioni alla pace di uomini e responsabili. Ma i dati di fatto ripropongono la necessità del disarmo integrale, per evitare che la proliferazione delle armi, nucleari e no, dia ulteriore fiato alla «terza guerra mondiale a pezzi» a cui stiamo assistendo.

In una lectio magistralis del card. Pietro Parolin, Segretario di stato vaticano, si ricordava che l’idea di pace promossa dalla diplomazia ecclesiale non si ferma alla pur apprezzata sicurezza internazionale. Essa significa: «prevenire le cause che possono scatenere un conflitto bellico, come pure di rimuovere quelle situazioni che possono riaprire guerre sanguinose appena concluse, favorendo la riconciliazione fra le parti, che siano Stati, attori non statali, gruppi di insorti o altre categorie di combattenti» (Università Gregoriana, 11 marzo 2015). Oltre allo ius ad bellum (diritto alla guerra) e allo ius in bello (diritto nella guerra), vi è uno ius post-bellum (diritto dopo la guerra) e, più in generale, uno ius contra bellum (scongiurare il ricorso alle armi).

Significativa è anche l’insistenza di papa Francesco sulle migrazioni. La fuga dalla povertà, dalle guerre e dalle conseguenze dei cambiamenti climatici smuovono «paure ancestrali», oscurando la considerazione essenziale «che davanti a noi ci sono innanzitutto persone».

Conferma il messaggio per la pace del 2018 (Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace) e le sue quattro pietre miliari: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.

Ringrazia «non pochi paesi in Asia, Africa e nelle Americhe» per la loro generosità di accoglienza e assistenza. Per l’Europa cita espressamente e positivamente la Grecia, la Germania e l’Italia. Ammonendo tutti i paesi europei: «L’Europa deve essere fiera di questo suo patrimonio (valoriale), basato su certi principi e su una visione dell’uomo che affonda le basi nella sua storia millenaria, ispirata dalla concezione cristiana della persona umana».

Fa grande affidamento su due importanti patti mondiali, propiziati e in via di adozione dall’ONU, rispettivamente sui rifugiati e sui migranti.

Non manca il richiamo ai doveri «particolarmente impellenti» per la cura della terra e del bene comune.

I numerosi ambasciatori presenti sanno di non vivere tempi propizi. Non solo per la moltiplicazione dei conflitti locali e per la scarsa efficacia dei compromessi raggiunti, ma anche per l’esplicita svalutazione del loro lavoro. Ne è un esempio l’America di Trump che affida i rapporti internazionali a Twitter. Allarga la borsa del Pentagono (ministero della difesa) di 80 miliardi di dollari e restringe le spese del Dipartimento di stato di 37 miliardi di dollari. C’è una fuga dei cervelli che interessa  il 60% degli ambasciatori, il 42% dei ministri plenipotenziari, il 15% dei ministri consiglieri. Il taglio delle sovvenzioni all’ONU induce un analogo processo. La diplomazia europea sa di potere far conto sulla Russia e sulla Cina piuttosto che sugli USA. In tale contesto il discorso del papa costituisce un momento di respiro e un segno di valorizzazione.

Confrontarsi con gli indirizzi di Francesco vuol dire, tuttavia, essere consapevoli di non poter vedere vedere il compimento del proprio lavoro a breve termine. Operare come i costruttori delle cattedrali medioevali − il paragone è del papa − che si sentivano parte di un progetto di bellezza e di fede di cui avrebbero goduto non loro, ma i figli e i figli dei figli.

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