Francesco missionario in Giappone

di: Andrea Bonazzi

Un primo risultato positivo, anche se (apparentemente) insignificante, la visita lo ha già raggiunto due giorni prima di cominciare: il governo giapponese ha deciso di cambiare la parola ufficiale che si usa per dire papa in giapponese. La parola usata finora era ricavata dalla versione cinese della Sutra del Loto, “il Re del Dharma”, potrebbe essere tradotta.

Questo termine, mentre ne riconosce il carattere religioso, inserisce il papato in un universo interpretativo di tipo buddista, con un effetto molto fuorviante. Il cambiamento potrebbe essere un segnale che il governo prende sul serio il visitatore. In una cultura dove a dare l’essere alle cose sono le parole (umane) può significare che hanno sentito una Parola da altrove. Erano decenni che la conferenza episcopale chiedeva di cambiare, questa volta è stata ascoltata. È il caso di dirlo, se son rose fioriranno!

Sul versante politico

Un impiegato locale della nunziatura di Tokyo rivela a un quotidiano che il papa si aspetta dal governo un più attivo coinvolgimento sui temi del disarmo nucleare. C’è da sapere che il governo sta tenendo il piede in due scarpe: sulla scena nazionale da ad intendere di essere antinucleare, ma in campo internazionale, per motivi di Realpolitik, non ha firmato nessun trattato di non proliferazione. Stiamo parlando del governo dell’unico paese che finora ha subito un attacco nucleare che continua a far soffrire.

missionario in giapponeC’era molta aspettativa per le parole del papa su questi temi e il papa non ha deluso. Il severo monito sull’“immoralità” non solo dell’uso ma anche del possesso delle armi nucleari non poteva essere più chiaro e provocatorio.

Fino a Giovanni Paolo II, in clima di guerra fredda e nel contesto di trattative in corso, si potevano tollerare, anche se a mala voglia. Adesso la situazione è radicalmente cambiata e la posizione del magistero si è evoluta. Come c’è un prima e un dopo Cristo, ci può essere anche un prima e un dopo Hiroshima nella storia dell’umanità. Questa presa di coscienza obbliga anche la Chiesa a riconsiderare il tema del conflitto atomico con una nuova mentalità.

«L’orrore indicibile» delle atomiche è una minaccia che incombe più che mai sull’umanità e rende insensata ogni logica di deterrenza: «La pace e la stabilità internazionale sono incompatibili con qualsiasi tentativo di costruire sulla paura della reciproca distruzione o su una minaccia di annientamento totale». Nessuno può essere cieco davanti alle rovine di una cultura incapace di dialogo.

L’impressione dell’opinione pubblica è stata ottima, ed è riuscito a coinvolgere i media locali, che non è cosa scontata. Qualcuno ha fatto notare la “convinzione” con cui ha parlato. All’imperatore, poi, ha confidato di essersi emozionato perché porta ancora in cuore il ricordo dei suoi genitori quando lui aveva 9 anni e li ha visti piangere alla notizia della bomba su Hiroshima.

Si prevede che il governo non cambierà la propria posizione realista, però si dice che apprezzi molto questa dichiarazione “idealista”, perché bilancia le posizioni in gioco.

Una fiamma arde giorno e notte a pochi metri dal centro dell’esplosione a Hiroshima. Il braciere è posto su un basamento a forma di mani umane. Il fuoco resterà acceso fino al giorno in cui l’umanità non avrà definitivamente rinunciato all’uso bellico dell’energia atomica.

Sul versante ecclesiale

missionario in giapponeSubito dopo la visita al memoriale della bomba atomica, papa Francesco va al memoriale di san Paolo Miki e compagni, uccisi nel XVI secolo, e li unisce idealmente ai martiri del XXI secolo; chiede di alzare la voce perché «la libertà religiosa sia garantita a tutti e in ogni angolo del pianeta», ma anche contro la manipolazione delle religioni.

L’esempio dei martiri – continua papa Francesco – ci aiuta a rinnovare il nostro impegno e a vivere «il discepolato missionario che sa lavorare per una cultura capace di proteggere e difendere sempre ogni vita, attraverso il “martirio” del servizio quotidiano e silenzioso verso tutti, specialmente i più bisognosi».

A Nagasaki Francesco celebra la prima messa dal suo arrivo in Giappone allo stadio del baseball. Dalle ferite del passato e dall’esperienza di dolore qui vissuta, si leva il suo invito a non cedere all’indifferenza, bensì ad alzare la voce in difesa di tutti i sofferenti, delle vittime innocenti delle guerre di ieri e di oggi. La compassione – dice – costruisce la storia, e la salvezza di Cristo è offerta a tutti.

A fianco dell’altare, come simbolo della sofferenza patita dai giapponesi a seguito del bombardamento atomico, è posta la testa della statua lignea di Maria Vergine: unica parte rimasta intatta e recuperata dalle macerie di quel terribile scempio del 1945.

Il giorno dopo, nella cattedrale di Tokyo, incontra un migliaio di giovani di diverse religioni. Si tratta – forse – dell’evento più interessante di tutta la visita. Nonostante la differenza di età, di cultura, nonostante la barriera linguistica, il papa riesce a imbastire un vero dialogo su problemi reali.

Se Bergoglio da giovane fosse stato inviato in Giappone, si può ragionevolmente pensare che avrebbe fatto successo. In questo incontro ha mostrato di avere tutte le qualità del missionario.

Tanti sono stati gli spunti molto interessanti emersi dalla conversazione ma in particolare vale la pena soffermarsi sul tema della paura, su cui il papa si è dilungato con diversi “fuori programma” e improvvisazioni. Stimolato dalla testimonianza di un giovane, che ha avuto il coraggio di raccontare la sua esperienza di ragazzo “bullizzato”, il papa gli ha fatto i complimenti per la forza della sua sincerità e ha colto l’occasione per dirgli che sono proprio loro, i bulli, ad essere deboli: «Paradossalmente, tuttavia, sono i molestatori, quelli che fanno il bullismo, ad essere veramente deboli, perché pensano di poter affermare la propria identità facendo del male agli altri. A volte attaccano chiunque considerano diverso e che vedono come una minaccia. In fondo […] sono dei paurosi che si coprono con la forza».

Da qui è scaturita una rapida ma profonda meditazione sul tema della paura che è «sempre nemica del bene, per questo è nemica dell’amore e della pace. Le grandi religioni – tutte le religioni che ognuno di noi pratica – insegnano tolleranza, insegnano armonia, insegnano misericordia; le religioni non insegnano paura, divisione e conflitto. Per noi cristiani: ascoltiamo Gesù che diceva sempre ai suoi seguaci di non avere paura. Perché? Perché se stiamo con Dio e amiamo con Dio i nostri fratelli, l’amore scaccia il timore (cf. 1Gv 4,18)».

Non è quindi l’odio il vero nemico dell’amore ma, prima ancora, la paura. È la paura che paralizza le relazioni umane, minando la fiducia e alimentando la diffidenza verso l’altro, l’ignoto, il diverso. È l’amore ad essere bloccato dalla paura, e così anche la pace non può essere generata perché viene soffocata sul nascere.

Questa breve catechesi “a braccio” sulla paura, provocata dalle parole dei giovani, secondo alcuni analisti, getta una luce anche sugli altri discorsi, più “ufficiali” pronunciati dal papa in questi giorni soprattutto quelli sul tema della pace che ha rappresentato, insieme al tema del “proteggere la vita”, il cuore del suo viaggio in Giappone.

Quando, ad esempio, ha parlato al Parco dell’Ipocentro dello scoppio atomico a Nagasaki, il papa ha denunciato con preoccupazione il fenomeno di un’«erosione del multilateralismo», che nasce per lo stesso motivo, la sfiducia e la paura dell’altro: «È necessario rompere la dinamica della diffidenza che attualmente prevale» ha esortato il papa, conscio che questa dinamica perversa si manifesta nel grande come nel piccolo, tra le grandi potenze internazionali ma anche tra ragazzi a scuola, in famiglia, tra cittadini, nelle comunità ecclesiali e così via.

A livello internazionale, la dinamica della diffidenza secondo il papa «fa correre il rischio di arrivare allo smantellamento dell’architettura internazionale di controllo degli armamenti».

La logica sottostante ai vari discorsi e omelie è la medesima: un invito a tutti gli uomini ad avere coraggio, a trovare quella forza che permette di affrontare e vincere la paura, che spinge ad alzare la voce contro l’ingiustizia e rispondere alla dinamica della sfiducia che fa isolare e chiudere in se stessi, rifiutando e aggredendo gli altri. Intrappolati da questa dinamica, gli uomini non possono far nascere la pace.

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