Francesco e Paolo Dall’Oglio

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popolo

Cosa unisce il 29 luglio 2022 di papa Francesco a quello di padre Paolo Dall’Oglio che, appunto, il 29 luglio 2013 venne sequestrato a Raqqa? Tutto o niente.

Mi colpisce che questo giorno sia per entrambi un giorno segnato dalla pluralità. Francesco, infatti, ha deciso di sfidare i suoi problemi di deambulazione per non mancare l’impegno preso e andare fin là, da loro, dai nativi, a chiedere perdono per l’orrore della complicità di alcune scuole cattoliche con le politiche assimilazioniste.

Queste politiche prevedevano di non allocare risorse per le popolazioni indigene, ad esempio, per le loro cure sanitarie, mentre la loro cultura veniva distrutta.

Francesco: dentro la vita dei popoli

Moltissimi bambini e ragazzi morirono nelle famose Indian Residential Schools, una rete di scuole fondate dal governo e amministrate dalle chiese, cattoliche e protestanti. I bambini sono stati oggetto di abusi, anche fisici e sessuali. Quando perivano, venivano sepolti senza specificarne il nome, per evitare problemi con la famiglia.

Il papa, dopo aver raggiunto Edmonton, è giunto nei pressi dell’ex scuola residenziale di Ermineskin e lì ha pronunciato il suo discorso più atteso. Molto desiderate, sono giunte subito due parole: indignazione e vergogna. Ma ancor più importante è risultato l’ammaestramento tratto dai valori e dalle usanze dei nativi.

Di tutta evidenza è apparsa l’idea che espresse il cardinale Claudio Hummes prima del sinodo sull’Amazonia: «non dobbiamo creare una Chiesa indigenista, ma indigena»: voleva dire che la Chiesa non è un corpo estraneo alla cultura dei popoli amazzonici che va a prendersi cura di loro, bensì è un corpo che entra nella loro cultura, riconoscendo che Dio è presente da sempre nella loro spiritualità ed è in grado di creare una Chiesa indigena.

Ecco perché Francesco – non per primo, ma primo nelle loro terre – si è fatto immortalare col copricapo della tradizione: con loro.

Cosa c’entra tutto questo con padre Dall’Oglio?

Paolo Dall’Oglio: la doppia appartenenza

Paolo aveva scritto: «Gesù non ha fondato immediatamente una religione. Ha iniziato una comunità in movimento all’interno del mondo religioso giudaico. Quello che ci interessa è questo movimento religioso: […] divenire cristiani, così, non è tanto non appartenere a una comunità che instaura delle proibizioni (alimentari o altro) quanto unirsi a una comunità in movimento spinti dalla carità di Cristo ad andare verso tutti».

Ecco dunque espressa l’idea cardine di padre Paolo, fondata sulla duplice appartenenza: «appartengo alla Chiesa nel senso che faccio parte del mistero del Cristo-Chiesa; questo mistero vive in me, evidentemente, non in solitudine, ma nell’essenza comunitaria della Chiesa. E appartengo all’Islam perché la Chiesa in me va verso l’Islam, vuole incontrare i musulmani, vuole riconoscere l’opera dello Spirito di Dio nell’esperienza religiosa musulmana».

Concludeva: «ci si può, pertanto, chiedere se una duplice appartenenza islamo-cristiana non venga interpretata, in modo un po’ ingenuo, come l’atto di rivestire la fede della Chiesa con gli abiti della cultura musulmana».

Quale merito ha avuto l’Islam? Quale missione salvifica ha svolto, secondo Paolo? Rispondeva: «Ai miei occhi, l’immenso merito dell’Islam è di avere messo in scacco il progetto politico cristiano imperiale, il progetto di un’umanità cristallizzata dalla violenza intorno a un potere che si giustifica con dogmi veri»: parole forti.

Non vi sembra che padre Paolo fosse vicino al Canada e prossimo a denunciare lo scandalo delle scuole assimilazioniste?

Ma solo col Documento sulla fratellanza umana, firmato ad Abu Dhabi nel 2019 da Francesco, si è giunti – da poco –  a spiegare il nesso profondo che unisce due storie geograficamente molto lontane con una frase che assume con precisione quel che intendo dire: «La libertà è un diritto di ogni persona, ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani.

Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano».

Paolo e Francesco

Qui sta, secondo me, il rapporto profondo tra quanto accade in Canada in queste ore e quanto ricorda la testimonianza di Dall’Oglio, nella chiara prospettiva illuminata da un fratello universale come Charles de Foucauld.

Mi ha colpito ancora, in tal senso, la spiegazione che il papa ha dato nella sua omelia nel giorno di Sant’Anna, scritta dal direttore dell’Osservatore Romano, Andrea Monda: «Siamo figli di una storia da custodire. Non siamo individui isolati, non siamo isole, nessuno viene al mondo slegato dagli altri. Le nostre radici, l’amore che ci ha atteso e che abbiamo ricevuto venendo al mondo, gli ambienti familiari in cui siamo cresciuti, fanno parte di una storia unica, che ci ha preceduti e generati. Non l’abbiamo scelta, ma ricevuta in dono; ed è un dono che siamo chiamati a custodire. Oltre che figli di una storia da custodire siamo artigiani di una storia da costruire. […]

I nostri nonni e i nostri anziani hanno desiderato vedere un mondo più giusto, più fraterno e più solidale e hanno lottato per darci un futuro. Ora, tocca a noi non deluderli. Sostenuti da loro, che sono le nostre radici, tocca a noi portare frutto. Siamo noi i rami che devono fiorire e immettere semi nuovi nella storia». In questo testo ben si percepisce il senso che Francesco ha voluto attribuire alla sua visita, rispettosa delle origini e del cammino nella storia di quei cristiani, di quella Chiesa, di quelle genti tutte: anche se non per forza cristiane o cristianizzate in maniera latina».

In trasparenza al viaggio di Francesco mi ritrovo ora tra le mani il bel libro di Francesca Peliti, Paolo Dall’Oglio e la Comunità di Deir mar Musa, Effata’ editrice. Mi colpisce quanto vi afferma il vescovo Jihad Battha al riguardo del suo legame con Dall’Oglio e la sua comunità.

Ha scritto: «Insieme a lui, amare l’Islam è diventata una cosa nuova, possiamo dire che ha aperto un progetto di dialogo speciale. Dialogo che non ha lo scopo di convertire gli altri, ma ha come obiettivo il dialogo di riconoscimento. Mar Musa ha ospitato delle conferenze e il tema di una di queste è stato il riconoscimento dellaltro. Secondo me non abbiamo tanto bisogno del riconoscimento, ma abbiamo bisogno di conoscere l’altro e del rispetto tra le religioni. Io ho il diritto di credere che io sia in Siria, in Egitto, o in Libano, ove abbiamo adottato il principio secondo il quale la religione appartiene a Dio, ma la Patria è per tutti.

Il progetto di Paolo non è stato accettato dalla Chiesa d’Oriente ma dal Vaticano sì. Io considero Paolo una persona che è nata prima del suo tempo: una sorta di profeta. Mi chiedeva: Perché non dialogano con me? e io gli rispondevo: Paolo, ma chi può dialogare con te? Tu stai facendo progetti che non si capiscono. Se fossimo stati capaci di adottare il progetto di Paolo, non saremmo arrivati alla catastrofe del fondamentalismo islamico. Paolo non è stato compreso. Lui ha amato la Siria e i musulmani e il suo amore è stato vero. Noi non siamo stati in grado di ricambiare il suo amore. L’uomo è nemico di quello che ignora e noi siriani siamo stati nemici di Paolo perché non siamo stati in grado di capirlo».

Io credo che con queste parole monsignor Battha si riferisca ai tanti cristiani siriani che non hanno amato padre Paolo perché non hanno trovato la forza per capirlo. E non pochi nel mondo mi sembra che non trovino ancora oggi tutta la forza per capire il valore profondo – per i cristiani e il cristianesimo – del viaggio di Francesco.

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