Francesco in Perù: gesti e metafore

di: Rolando Iberico

Francesco in Perù

Rolando Iberico Ruiz, autore di questo bilancio della visita di papa Francesco in Perù, è professore di storia del cristianesimo presso la Pontificia Università Cattolica del Perù con sede a Lima. Ha scritto importanti articoli in preparazione alla visita del pontefice, mettendo in rilievo alcuni aspetti della Chiesa peruviana che hanno maggiormente bisogno di conversione.

Il Perù ha vissuto una festa immensa. “Uniti nella speranza” è stato lo slogan di questa visita che papa Francesco ha concluso in un Paese immenso da lui chiamato «terra di speranza», nel quale si trovano insieme, in un unico Paese, il deserto del Sahara, le montagne dell’Himalaya e l’antica foresta africana; paese di tutte le terre, popoli e razze composti, non senza fatica, in una società complessa che ancora sta imparando a convivere in pace; dove la corruzione dilaga da ogni parte, l’ingiustizia umiliante emargina e scarta i poveri, l’ecologia degrada al ritmo dell’accelerazione globale, i politici lottano ambiziosamente per i propri interessi, anche a costo di smantellare lo Stato democratico, però dove tutti, specialmente i più poveri, hanno aperto a milioni le braccia lungo tutte le strade e in tutte le piazze dove è passato e ha parlato Francesco, il quale, usando il linguaggio fine e sottile di Gesù per comunicare – la metafora – è stato in grado di far strada alla chiarezza profetica che solleva questo popolo affascinato e “ensantado” del Perù (neologismo di Francesco, ndr).

Il suo linguaggio a volte sottile e a volte più esplicito esprime il meglio e il peggio nell’intreccio di metafora e profezia utilizzate dal santo padre.

Il meglio della chiarezza

1) Un popolo credente che ha accompagnato infaticabilmente il papa. Il meglio della chiarezza è stata la partecipazione in massa del popolo che non ha smesso di accompagnare il papa, dal suo arrivo fino alla sua partenza. Ciò significa che le radici della fede affondano nelle viscere delle generazioni peruviane antiche e nuove e che la fede si realizza in modo vitale perché attinge alla testimonianza di persone concrete del Perù che l’hanno professata.

Oggi Francesco è il segno vivo di questa fede espressa prima di lui in Perù da Rosa, Martín, Toríbio, Francisco Solano, Juan Masías e molti altri ancora, tutti legati al centro in Gesù, il Signore dei miracoli.

Perù, il Paese più conservatore dell’America Latina è, insieme, un Paese povero e credente, aperto ai nuovi segni di fede personale che si manifestano. Oggi Francesco ha sperimentato che la fede è attuale e possibile, perché lui stesso è testimone del modo di amare Gesù che è stato dei santi del Perù.

2) Una forte denuncia delle ingiustizie in Perù. Tra il meglio della chiarezza, al secondo posto, vi è la forza, la precisione, l’essenzialità e la fermezza con le quali Francesco ha denunciato le ingiustizie peruviane che era urgente citare per favorire un cambio di indirizzo economico, politico e culturale: il flagello della corruzione che ricade sui poveri e che tutti possiamo bandire, vedendo come la politica si è ammalata e sia necessario trovare un rimedio («che succede in Perù dove Toledo è imprigionato, Humala imprigionato, Fujimori e García sono fuori»); l’economia mondiale distrugge l’Amazzonia insieme alle comunità e alle culture che la abitano; la dimenticanza e la negligenza dello Stato che ignora e trascura le popolazioni devastate dai disastri; l’oltraggio alla donna e il femminicidio, un flagello che deve cessare definitivamente; il maltrattamento dei bambini che sono il tesoro del nostro popolo e che dobbiamo circondare di premure e promuovere perché siano locomotiva e non vagoni di coda; la mancanza di lavoro e di formazione per i giovani che li consegna al rischio di cadere nella delinquenza associata e nella droga; la tratta e la schiavitù di giovani uomini e donne.

3) Una valorizzazione delle potenzialità del Perù. Tra le cose migliori e più chiare dette da Francesco è che apprezziamo le potenzialità delle qualità contenute nella storia e nella cultura del nostro Paese, specialmente la varietà umana e culturale di un Paese che, essendo «di tutte le stirpi» (citando il titolo del romanzo di José María Arguedas), aspira alla «promessa di vita peruviana» (espressione di Jorge Basadre), riconoscibile in tutti i grandi pensatori peruviani.

E un valore del Perù come terra di santi che deve generare i nuovi santi del nuovo millennio per l’America Latina, che oppongano la solidarietà alla globalizzazione dell’indifferenza.

4) L’appello a una religiosità in movimento verso le sofferenze della città e degli emarginati. La quarta parola chiara è stata pronunciata nel suo annuncio del legame profondo tra la religiosità popolare e l’impegno della fede per superare nella solidarietà gli assunti citati.

In proposito, il centro del suo messaggio è che Dio esce per incontrare la città e i suoi problemi e spinge il credente a mettersi in movimento verso chi soffre nella città – Trujillo, Lima, Puerto Maldonado – e in periferia, specialmente nelle zone della foresta. Senza indifferenza, ma piuttosto con misericordia e impegno si possono affrontare le complessità. Una città che non sa accettare chi soffre è una città crudele e disumana.

Il meglio del sottile: i gesti e le metafore

Il papa ha fatto ricorso a diverse immagini fra parabole, metafore, allegorie ed esempi in un Paese dove la presenza religiosa è tanto grande e la formazione razionale è tanto esile da rendere il linguaggio diretto troppo forte, e dove si rende necessario qualificare sottilmente ciò che viene detto perché chi deve comprendere comprenda e chi vuole ascoltare ascolti. In tale contesto, curiosamente, il linguaggio sottile lo ha utilizzato specialmente per la situazione ecclesiale e per la missione di una comunità di discepoli missionari in movimento.

È così che il papa ha parlato fin dal suo primo giorno con gesti esemplari.

Ha iniziato intenzionalmente a Puerto Maldonado ricordando le origini umili della prima Chiesa, basata non sulla formalità ma piuttosto sulla creatività missionaria, incarnata nel mondo delle comunità indigene amazzoniche e in ogni popolo e cultura, assumendo il suo linguaggio, presentandosi come Chiesa conibo-shipiba, ashaninca, e altre cento etnie. Così si è fatto vicino ai bambini del focolare El Principito, dove i bambini sono chiamati tesori e stelle che illuminano il cielo degli umani. Ha promosso i settori svantaggiati, la donna, gli invalidi e i malati, l’attenzione per le generazioni più anziane e le popolazioni marginali.

Questo gli ha permesso di indicare nella sua predicazione Maria come esempio di donna che è Madre della terra e dei suoi figli, che si prende cura di loro e che obbliga a difendere la dignità delle donne contro il machismo, il femminicidio e la tratta; che ascolta la voce della donna, specialmente delle anziane e il loro protagonismo.

Ha utilizzato le metafore specialmente per la comunità ecclesiale e le sue attitudini:

* Mare, tempesta e olio: sono le metafore che ha utilizzato nella messa a Trujillo, dove ha parlato del mare e delle tempeste sperimentate dai peruviani, fino ad esserne colpiti e tormentati, mentre la comunità cristiana, unita a tutti, deve contare sull’olio dello Spirito che si rende necessario per accendere le loro lampade a aiutarli a non inciampare.

* “Fotoshoppare”: la realtà di ogni giovane non può essere imbellettata; Dio ama la realtà di ciascuno; la realtà non si può nascondere. Dio non ritira il suo amore, però bisogna partire da ciò che siamo non da ciò che fingiamo di essere. I grandi discepoli di Dio non sono i migliori: Mosè era balbuziente, Abramo era vecchio, gli apostoli dormivano quando Gesù parlava loro e uno lo rinnegò… troppo maquillage non permette a Dio di cambiare la persona del giovane. Questa sottigliezza probabilmente era rivolta non solo ai giovani presuntuosi del mondo globale, ma anche ai cultori organizzati di strategie per far apparire santa la Chiesa.

* San Toribio: nel discorso ai vescovi ha voluto proporre questo esempio di pastore perché si confrontassero con se stessi e con i propri comportamenti. Il papa sembrava esigere con questo una sincera conversione episcopale. Scegliendo questo modello, Francesco è riuscito a dire quanto dovrebbe migliorare l’episcopato peruviano, senza indicare una normativa rigorosa, come ha fatto rivolgendosi alla curia romana o ai vescovi della Colombia e del Cile.
Nel caso peruviano è stato più sottile e profondo, invitandoli a riprendere la vocazione ad essere vescovi modellandola sul patrono dell’episcopato americano. Ha parlato ai vescovi come al semplice popolo cristiano, perché chi deve comprendere comprenda. Tanto che la metafora ha trovato corpo in quanto il vescovo emerito Luis Bambarén ha improvvisamente proposto: «Santità, dobbiamo convertire le sue parole in un nuovo programma pastorale per la Chiesa peruviana in uscita». Il papa ha commentato soltanto: «È il vescovo rivoluzionario» e Bambarén ha risposto: «Questo lei me lo ha detto a Roma e io l’ho chiamata “papa rivoluzionario” e lei mi ha detto “dunque andiamo avanti insieme”».

Così, forse, questo linguaggio sottile di indicare l’esempio di Toribio era come parlare di Pietro perché Giovanni capisse. Ha presentato Toribio di Mogrovejo come «Mosè che divide le acque» e «che passa all’altra riva»; ha indicato lo sforzo di un vescovo che esce a percorrere tutto il proprio territorio preoccupato che i suoi fedeli avessero la cura necessaria, ma anche il vescovo preoccupato di annunciare il vangelo nella lingua propria dei fedeli quechua e aimara, e che deve conoscere oggi il linguaggio dei giovani. Ma Toribio è anche vescovo profeta che pratica la carità e scomunica un sindaco, un vescovo profeta che non ha paura di denunciare e annunciare. Un vescovo che voleva passare all’altra riva dei sacerdoti pastori locali – anche donando la sua camicia – radicati, meticci vicini, santi e non mercanti. Vescovo che attraversa i conflitti e approda all’altra riva di un’unità che sa convertire il conflitto in dialogo. E, infine, giunge all’altra riva della sua vita morendo tra i poveri nella capanna di un indio del popolo di Zaña. E ha reso manifesto che forse tutti potremmo donare la nostra anima al Signore come Toribio, che «è morto in missione e non dietro una scrivania».

* Dio in uscita a Ninive e in Galilea; il Dio in uscita a Lima è l’ultima metafora impiegata: una Chiesa in uscita verso i sofferenti della città (giovani, bambini, donne, anziani, poveri), perché non sia una città crudele e inumana. Ecco qui la missione della Chiesa: uscire e muoversi, senza stancarsi.

* I gesti nei confronti dei malati e l’attenzione riservata da Francesco a casi come quello della signora di 90 anni che voleva toccare il papa perché era cieca, e il papa che ferma la sua vettura e la tocca. È solo uno dei racconti dei gesti d’amore con i quali il papa restituiva gratuitamente l’affetto ricevuto da ogni peruviano.

Il meglio della chiarezza è stato, dunque, scuotere la società peruviana con la denuncia, e il meglio del sottile è stato parlare intelligentemente a una Chiesa che vaglia religiosamente quanto le accade e trova difficile parlare chiaramente e cambiare. E ha parlato per immagini per produrre nella Chiesa una conversione profonda, un ritorno alla sua vocazione originale, fedele alla dinamica di riforma che ha proposto nella Evangelii gaudium.

Ciò che interessava a Francesco è generare un insieme di processi che permettano di sviluppare nuove iniziative ecclesiali missionarie che cambino una Chiesa che, per quanto religioso sia il Perù, ha dormito sugli allori e non ha promosso il potenziale evangelizzatore della religiosità. Il papa è venuto a risvegliare l’annuncio, per questo ha iniziato la sua ultima omelia con: “àlzati!”.

Il peggio della chiarezza

Ma il peggio della chiarezza è che, benché l’attenzione attirata sui problemi cruciali stia provocando una discussione a livello nazionale, si corre il rischio che tutto resti sulla carta, in parte perché lo stesso presidente della Repubblica e gli altri politici hanno preteso di strumentalizzare la visita papale per guadagnare legittimazione in un momento nel quale tutti sono screditati presso la popolazione per la loro complicità con la corruzione. Può restare una mera agitazione di questioni con scarse possibilità di soluzione. Il papa espressamente si è tenuto lontano, non pronunciando mai la parola “riconciliazione” usata dal presidente, usando invece la parola “pace”.

Il peggio del sottile

Il peggio del sottile è stato che, inquadrando papa Francesco nelle categorie di questa Chiesa divisa ma conservatrice e in questo popolo dalla scarsa coscienza critica attiva e organizzata, gli è stato impedito di dire apertamente ciò che ne pensa. Un linguaggio diretto avrebbe aiutato a intercettare rapidamente ciò che vuole e pensa.

Una volta scelto il percorso delle metafore, si è aperto un periodo di riflessione, e ne consegue un processo di conversione che apre anche alla possibilità che venga commentato e strumentalizzato per mantenere la decadente pastorale della stagnazione che alimenta soltanto la devozione e non si apre alla Parola, né al discernimento, né evangelizza quella religiosità.

Sebbene il papa intendesse saldare la fede religiosa alla prassi umana e sociale, la forza della consuetudine può condurre un’altra volta all’indifferenza.

Ma non si deve essere pessimisti. È necessario attendere per vedere cosa succederà; la forza della presenza di Francesco potrebbe anche attivare la gente. In tutti i modi, si rendono necessarie strategie serie di un nuovo piano pastorale – come propone mons. Bambarén –, perché tutto non resti sulla carta. È la voce di un emerito. Forse la flessibilità dei margini è un buon punto di partenza. Come Francesco ha dato inizio al suo viaggio.

Diversi segni incoraggiano gli elementi peggiori nella visita stessa. Le due celebrazioni eucaristiche di Trujillo e Lima sono state eccessivamente “romane”, senza la festa e la gioia che caratterizzano le celebrazioni popolari di una Chiesa viva e in uscita. Non ci sono state offerte proprie e significative; non c’è stata una partecipazione attiva del popolo: cantava il coro, non cantava la gente; quanto si è cantato non era noto o era in latino o solo per tenori e soprani. La liturgia non ha espresso la gioia del vangelo annunciato dal Francesco. Era avvolta in un rubricismo clericale impressionante. Si vedono più liturgie inculturate in Vaticano da parte di latinoamericani che non in Perù. I vescovi del Perù vanno in delirio per le messe-concerto.

Altrettanto, il peggio del sottile è stato lasciare che i funzionari fossero i registi dei discorsi del papa, che ha improvvisato ben poco, solo in tre occasioni: con il clero e i seminaristi a Trujillo, con la conferenza episcopale dopo il suo discorso e con le suore contemplative. Inoltre, non ha parlato ai sacerdoti di Lima che lo aspettavano nella cattedrale, passando rapidamente e lasciandoli senza una parola, come anche coi domenicani, perché gli organizzatori non lo avevano previsto.

In un secondo momento, Francesco ha fatto un buon discorso, ma breve, ai giovani selezionati dai suddetti organizzatori nella Plaza de armas con 5.000 membri di una università chiamata Sant’Ignazio, amici dell’arcivescovado. In questo senso è stato un discorso per giovani selezionati, non impostato in nessun momento come un discorso a tutti i giovani, i quali sono stati presi poco in considerazione, a parte alcune allusioni nei vari discorsi della visita. Paura degli organizzatori peruviani che i giovani avrebbero ascoltato il papa “fare casino” come ha fatto in Cile? In Perù, sebbene sia stato un discorso edificante, è stato un discorso poco stimolante per la gioventù, più edificante per le loro relazioni familiari, per la loro sincerità davanti a Dio, che rivolto all’immersione nei nuovi legami sociali di un cambiamento integrale in Perù. Anche qui si ha l’impressione che Francesco sia stato condizionato. Qui non si è trovato a suo agio come con i giovani del Cile o con i seminaristi di Trujillo.

Conclusione

Resta, infine, l’immagine di un papa suggestivo che appoggia le grandi cause dei poveri e che risveglia febbrilmente la fede di questo popolo, ma che si prende cura dei modi per cercare la conversione lenta di una Chiesa stagnante sì, ma in cui c’è la speranza della fede.

Speriamo che l’affetto entusiasmante con il quale è stato accolto, accompagnato e salutato, aiuti Francesco a far sì che quanto avverrà in seguito sia il suo compimento progressivo ma deciso.

La visita chiara e sottile farà comunque discutere molto, e sarà meglio lasciare che sia il Signore stesso a parlare per continuare a chiarire le sottigliezze che restano ancora suggerite… perché al Perù «non venga rubata la speranza».

Il cardinale che ringrazia di cuore accompagnava sempre Francesco, ma con un volto che voleva rendere visibile solo il cattolicesimo. Cerchiamo un Paese unito e solidale, famiglia tradizionale, un popolo di Dio che rivendica la propria dignità che ha risvegliato la relazione della semplice religiosità popolare con le grandi questioni sociali e nazionali.

“Alzati”: le parole di Giona alla grande città che sta per essere distrutta. L’episodio biblico ci mostra un Dio che volge il suo volto verso le città, verso Ninive, verso la Galilea, verso Lima, Trujillo, Puerto Maldonado.

A volte può accaderci quanto accadde a Giona, può nascere la tentazione di fuggire, e non mancano le ragioni. Ci sono cittadini che dispongono delle risorse per lo sviluppo, ma fa male constatare che la maggioranza sono esseri umani “in più”, che non hanno queste risorse, ed è ancor più duro vedere che ci sono bambini senza futuro. Le nostre città possono essere spazio per l’incontro, ma possiamo cadere nella sindrome di Giona, fuggire per non affrontare una situazione dolorosa e ingiusta. Gesù decide di entrare in Galilea a partire da una piccola città.

Il Regno è vicino, l’effetto a catena della gioia, da quei giorni, passando per santa Rosa, san Martino, ha proseguito fino a condurre a Lima per svilupparsi come antidoto contro la globalizzazione dell’indifferenza. Vivere oggi quello che ha sapore di eternità, suscitando, alla maniera divina, amore e misericordia. Vedere e generare nuovi legami portatori di eternità. Gesù cammina verso la città, a prestare attenzione a quanti sono stati toccati dall’afflizione, dalla corruzione; li chiama a camminare, insegna loro a costruire, cambia il loro ritmo, mostra loro problemi che non vedevano.

Gesù continua a invitarci e ci chiede di ungere con lo Spirito per guarire, per cui non abbiamo timore di generare spazi perché i ciechi vedano, i poveri ascoltino la lieta notizia; di accendere la speranza anche se scarseggia la profezia, di raggiungere ogni angolo diventando testimoni audaci e coraggiosi. Ti invita a percorrere con lui la città, discepolo servizievole. Rallegrati, il Signore è con te.

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