Fraternità S. Pio X. A 30 anni dalla rottura con Roma

di: Regina Einig

Il 29 giugno si sono compiuti 30 anni da quando la Fraternità sacerdotale San Pio X, fondata nel 1970 dall’arcivescovo Marcel Lefebvre, si è separata da Roma. Secondo i dati forniti dalla stessa Fraternità (1° gennaio 2018) oggi è così costituita:

1 casa generalizia, 6 seminari, 6 case di formazione, 14 distretti, 4 case autonome, 167 priorati, 772 chiese, cappelle e centri di messa, 2 istituti universitari, più di 100 scuole, 7 case di riposo, 4 (-1) vescovi, 637 sacerdoti, 204 seminaristi, 56 preseminaristi, 123 frati, 195 suore, 79 oblati, 4 carmeli, 19 suore missionarie in Kenia.

La Fraternità è presente in 37 paesi e ne serve altri 35, in totale svolge il suo apostolato in 72 paesi nel mondo. Sono collegati ad essa numerosi ordini di rito latino e di rito orientale.

Dal 1994 alla guida della Fraternità c’è mons. Bernard Fellay, il quale spera di poter arrivare ad una riconciliazione con Roma. Ma a quali condizioni?

Su questo interrogativo e sulle vicende dei 30 anni di separazione il settimanale cattolico tedesco Tagespost giovedì scorso, 28 giugno, ha pubblicato la seguente intervista.

– Eccellenza mons. Fellay, come ha inteso, 30 anni fa, la consacrazione episcopale? È stata per lei una separazione definitiva della Fraternità San Pio X da Roma oppure una tappa intermedia del conflitto in vista di una riconciliazione?

Se si fosse trattato di una separazione da Roma oggi non sarei qui. L’arcivescovo (Lefebvre) non mi avrebbe consacrato per questa ragione e anch’io l’avrei rifiutata. Non si trattava, infatti, di una separazione dalla Chiesa, ma di uno smarcarsi dallo spirito moderno, dai frutti del Concilio. Ora ci sono anche altri che ammettono che si è trattato di un qualcosa che si è sviluppato in maniera sbagliata. Molte considerazioni e molti aspetti che abbiamo combattuto e che combattiamo sono attualmente confermati anche da altri. Noi non abbiamo mai detto che il Concilio ha affermato direttamente delle eresie. Ma che è stato tolto il muro di difesa contro l’errore e in questo modo si è lasciato che esso entrasse. I fedeli hanno bisogno di protezione. In questo consiste la lotta costante della Chiesa per difendere la fede.

– Ma non tutti coloro che criticano il “Concilio dei media”, compreso il papa emerito Benedetto XVI, pensano ad un conflitto fino alla scomunica. Perché non avete rafforzato le file di coloro che sono fedeli alla tradizione nella Chiesa e combattono per la verità in unione con Roma?

Ciò è dovuto in parte alla storia della Francia. A partire dalla rivoluzione francese, una buona parte dei cattolici francesi combatte contro l’errore del liberalismo. Perciò qui gli avvenimenti, durante e dopo il Concilio, sono stati percepiti in maniera molto più sensibile e attenta che non in Germania. Non si trattava di errori palesi ma di tendenze, di apertura di porte e finestre. Le riforme che ne sono seguite lo hanno dimostrato più chiaramente del Concilio stesso. Il problema si è fossilizzato sulla nuova messa. A Roma è stato detto all’arcivescovo Lefebvre aut aut: «Lei celebri la nuova messa e tutto è a posto». I nostri argomenti contro la nuova messa non contavano niente. Nel frattempo, il messale di Paolo VI fu composto con la collaborazione di teologi protestanti. Se si viene costretti a celebrare questa messa, allora sorge realmente un problema. E noi siamo stati spinti a farlo.

– Il vostro rifiuto della nuova messa ha rafforzato in lei e anche nell’arcivescovo Lefebvre la convinzione che la separazione da Roma è volontà di Dio?

Insisto nel dire: noi non ci siamo mai separati dalla Chiesa.

– Ma il fatto della scomunica parla da sé. Perché papa Benedetto XVI avrebbe dovuto toglierla?

Nel diritto cattolico del 1917, la consacrazione episcopale senza mandato del papa non è considerata uno scisma, ma solo un abuso di potere e senza scomunica. Tutta la storia della Chiesa ha un’altra visione del problema della consacrazione episcopale senza mandato del papa. Ciò è molto importante.

– Perché è così importante? Nel 1988 era già in vigore il nuovo codice della Chiesa – e anche il CIC del 1917 obbliga il vescovo alla fedeltà verso la Santa Sede.

Eravamo in una stato di necessità, perché Roma aveva nominato un vescovo per noi. Nell’incontro tra il card. Ratzinger e l’arcivescovo Lefebvre, il 5 maggio 1988, si era parlato della data della consacrazione. L’arcivescovo Lefebvre e il card. Ratzinger non riuscirono ad accordarsi. L’arcivescovo Lefebvre aveva una proposta. Sono sicuro che se allora il card. Ratzinger avesse confermato il 15 agosto come data, senza cambiare il candidato, l’arcivescovo avrebbe accettato. Ma la data rimase aperta. Quando l’arcivescovo chiese al cardinale: “perché non alla fine dell’anno”?, ottenne questa risposta: “non so, non posso dire”. L’arcivescovo pensò che ci si prendesse gioco di lui. È stato certamente un punto di diffidenza. E la diffidenza è rimasta fino ad oggi una parola-chiave della nostra storia. Noi lavoriamo per superarla e poi salta fuori sempre qualcosa – è davvero faticoso.

(Nota della redazione: il papa emerito ha fatto sapere alla redazione [di Tagespost] di non ricordare più i particolari, ma di essere sicuro che i problemi personali hanno giocato solo un ruolo secondario. Giovanni Paolo II aveva chiaramente acconsentito ad una consacrazione episcopale. Ma, ha aggiunto l’allora card. Ratzinger, stabilire una data non era compito suo. Al termine del colloquio l’arcivescovo Lefebvre aveva firmato il protocollo che – se fosse rimasto sul sì – avrebbe significato l’accordo. Un collaboratore della Congregazione per la fede il giorno seguente, come d’accordo, aveva raggiunto Lefebvre ad Albano per ritirare il documento. Con il panico di tutti, Lefebvre dichiarò di non aver dormito tutta la notte e di essere giunto alla convinzione che si voleva servirsi dell’accordo per distruggere la sua opera).

 – Perché il card. Ratzinger, grande esperto e fautore della Tradizione cattolica e amico della messa tradizionale non è riuscito a tranquillizzare la diffidenza dell’arcivescovo?

Non ha capito quanto profonde erano le ragioni dell’arcivescovo e il disorientamento dei fedeli e dei preti. Molti non ne potevano più degli scandali e dei disagi postconciliari e anche del modo in cui era celebrata la nuova messa. Se il card. Ratzinger ci avesse compreso, non avrebbe agito così. E penso che gli sia dispiaciuto. Perciò da papa ha cercato di riparare ai danni con il motu proprio e di togliere la scomunica. Gli siamo realmente riconoscenti per i suoi tentativi di riconciliazione.

– Ma il card. Ratzinger, in quanto Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ha dovuto tenere presenti anche le reazioni degli altri fedeli. Irritava, per esempio, che i membri della Fraternità San Pio X contraddicessero punti così importanti come il problema della validità della messa. Diversi dei suoi membri pensano che, partecipando alla nuova messa da loro ritenuta “eretica”, non soddisfino all’obbligo domenicale.

Questo lo nego decisamente. Noi parliamo già dell’invalidità di molte messe. Ma dire che tutte le messe sono invalide, non corrisponde alla linea della Fraternità. È una cosa che non abbiamo mai detto. Nella discussione con Roma abbiamo sempre sottolineato di riconoscere la validità della nuova messa, se è celebrata secondo i libri e l’intenzione di fare ciò che la Chiesa ha il mandato di compiere. Bisogna distinguere a questo riguardo tra valido e buono.

– Dove sta secondo lei la differenza?

La nuova messa ha delle lacune e nasconde dei pericoli. Naturalmente non ogni nuova messa costituisce direttamente uno scandalo, ma la celebrazione ripetuta della nuova messa porta a una fede debole e persino alla sua perdita. Vediamo come ogni giorno sono sempre meno i preti che credono ancora alla presenza reale. Nella vecchia messa la liturgia nutre la fede. Si va alla roccia, si viene fortificati in questa fede; alcune azioni ci portano ulteriormente alla fede, per esempio la fede nella presenza reale, nel sacrificio – soltanto inginocchiandosi, attraverso il silenzio, l’atteggiamento del prete –. Nella nuova messa uno deve portare con sé la fede, non la si riceve direttamente dal rito. Il rito è insipido.

– Ma anche prima della riforma liturgica c’erano dei preti con una fede debole, modernisti ed eretici. Quelli che lei chiama padri conciliari liberali sono tutti cresciuti con la vecchia messa e sono stati consacrati secondo il vecchio rito. Le conversioni che oggi avvengono anche attraverso la nuova messa – pensi ai nightfever – crede che siano un autoinganno?

No, non dico questo. Dico solo: se lei riceve il presidente di uno stato, nella scelta tra una tromba d’argento e una di ottone, prende quella di ottone? Sarebbe un’offesa: una cosa da non fare. E anche le migliori nuove messe sono come una tromba di ottone in paragone alla vecchia liturgia. Per il buon Dio bisogna scegliere la cosa migliore.

 – Recentemente lei ha detto in una predica : «Come potete osare di celebrare una messa così povera, così vuota e insipida? In questo modo non si onora Dio». Ma la nuova messa è oggi anche per i cattolici il tesoro più prezioso della loro vita, e anche oggi la Chiesa genera martiri e santi. Perché non lo fa notare nella predicazione?

Sono d’accordo che nella discussione teologica bisogna fare distinzione. Ma in una predica non si può presentare tutto in forma così teologica. Ci vuole anche un po’ di retorica per scuotere un po’ gli animi e aprire gli occhi alla gente.

– Papa Francesco vuole porgere la mano alla Fraternità sacerdotale per una riconciliazione. Pensa ancora ad un accordo o questo kairòs è un’occasione persa?

Io sono ottimista. Ma non posso anticipare l’ora di Dio. Se lo Spirito Santo è in grado di influenzare l’attuale pontefice, allora farà lo stesso anche con il prossimo. È quanto effettivamente è avvenuto. Anche con papa Francesco. Quando egli fu eletto, ho pensato: adesso arriva la scomunica. Invece, un caso contrario è stato il cardinal Müller, il quale voleva che arrivasse la scomunica, ma papa Francesco ha rifiutato. Egli mi ha detto personalmente: «io non la voglio condannare». La riconciliazione arriverà. La nostra Madre Chiesa è attualmente lacerata in maniera incredibile. I conservatori ci vogliono e l’hanno detto anche alla Congregazione della dottrina della fede. I vescovi tedeschi, invece, non ci vogliono affatto. Roma deve tenere presente tutti questi elementi – lo possiamo capire. Se noi fossimo così, semplicemente, ci sarebbe una guerra nella Chiesa. C’è la paura che noi possiamo trionfare. Papa Francesco ha detto ai giornalisti: «Avrò cura che non ci sia alcun trionfo».

– Ma le tensioni e le paure esistono anche tra i membri della Fraternità San Pio X. In Francia parecchi preti e laici si sono separati dalla Fraternità, perché già i negoziati con il Vaticano hanno suscitato diffidenza. Come potrebbero i fratelli di San Pio X accettare una riconciliazione con Roma?

Ciò dipenderà da quello che Roma vorrà da noi. Andiamo avanti così e diamoci delle garanzie – allora non se ne andrà nessuno. La diffidenza sta nella paura di dover accogliere il nuovo. Se ci vien chiesto di percorrere strade nuove, allora non ci seguirà nessuno.

– Che cosa la rende così sicuro che tutti vi possano seguire? È bastato solo l’annuncio dei dialoghi per suscitare una forte inquietudine e provocare notevoli uscite. Quale conclusione potrebbe tranquillizzare i suoi aderenti? Anche dopo un  accordo, la diffidenza non scomparirebbe.

È vero. C’è un atteggiamento amichevole, c’è benevolenza. Da anni lavoriamo con Roma per ristabilire la fiducia. E abbiamo compiuto grandi progressi nonostante tutte le reazioni. Se arriveremo ad un accordo ragionevole con condizioni normali, saranno molto pochi ad andarsene. Io non temo una nuova scissione nella tradizione, se sarà trovata la soluzione giusta con Roma. Noi dobbiamo mettere in questione certi punti del Concilio. I nostri interlocutori a Roma ci hanno detto: i punti principali – libertà di coscienza, ecumenismo, nuova messa – sono problemi aperti. Si tratta di un progresso incredibile. Finora si diceva: dovete obbedire. Ora i collaboratori della Curia dicono: dovreste aprire un seminario a Roma, una università per la difesa della tradizione. Non è più tutto bianco e nero.

– Come dovrebbe essere una soluzione ragionevole?

Una prelatura personale.

– Se la forma giuridica è già stata trovata e i dialoghi con Roma sono andati bene, per quale ragione è mancato fino ad ora il passo decisivo?

Lo scorso anno l’arcivescovo Pozzo ci ha detto che la Congregazione per la dottrina della fede aveva approvato il testo che avremmo dovuto sottoscrivere. Dovevamo essere d’accordo su una prelatura personale. Un mese e mezzo dopo, il card. Müller decise di rivedere il testo e di chiedere un’accettazione più chiara del Concilio e della legittimità della santa messa. Prima ci avevano aperto dei canali di discussione, poi sono stati chiusi. Che cosa si vuole realmente da noi? Qui c’è di mezzo il diavolo. È una lotta spirituale.

– Personalmente ha fiducia in papa Francesco?

Abbiamo un rapporto molto buono. Quando gli facciamo sapere di trovarci a Roma, la sua porta è aperta. Ci aiuta sempre attraverso piccoli passi. Per esempio, ci ha detto: «Ho dei problemi quando faccio qualcosa di bene per voi. Io aiuto protestanti e anglicani – perché non posso aiutare dei cattolici?». Ci sono diversi che vogliono impedire l’accordo. Noi siamo un fattore di disturbo nella Chiesa. E il papa si trova nel mezzo.

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