Germania-Chiesa: la conta dei numeri

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statistiche

Per una Chiesa può essere utile avere un sistema parziale sul quale misurare l’appartenenza a essa. In Germania, la cosiddetta «Kirchensteuer» rappresenta uno di questi riferimenti statistici. Il trend della «uscita dalla Chiesa», non solo cattolica ma anche evangelica, è un fenomeno in corso da decenni – non stupisce quindi che si sia confermato per entrambe le Chiese anche quest’anno (che fotografa la situazione del 2020).

Per la Chiesa cattolica, significativo e preoccupante è il tasso di aumento rispetto all’anno precedente: passando da 221.390 nell’anno fiscale 2020 a 359.338 persone in quello del 2021 – quindi, un 50% in più di cittadini che hanno lasciato il sistema pubblico di sovvenzione alla Chiesa tedesca.

Commentando la pubblicazione delle statistiche, il presidente della Conferenza episcopale tedesca mons. Bätzing ha detto che questi dati «mostrano la crisi profonda in cui ci troviamo come Chiesa cattolica in Germania. Accanto a questi numeri dobbiamo aggiungere il fatto che di essi fanno parte non solo persone che, in un modo o nell’altro, da lungo tempo non hanno che un contatto minimo o non lo hanno affatto con le parrocchie, ma vi sono anche persone che fino a oggi erano molto impegnate in esse».

Già questa semplice constatazione rende più complessa la lettura di un dato statistico e della sua evidenza. A questo punto, si impone la necessità di una lettura incrociata dei dati a disposizione – prendendo in considerazione età, reddito, situazione sociale, collocazione geografica, e così via. Un lavoro, questo, che permetterebbe di dare un profilo ai numeri che sono a disposizione.

Se certo è in discussione la credibilità, oramai residuale nonostante tutti gli sforzi intrapresi, della Chiesa tedesca come istituzione, potrebbe essere che vi siano altri fattori, non meno rilevanti, che spingono i cittadini tedeschi a non contribuire più alla vita della Chiesa locale attraverso il sistema fiscale.

Ad esempio, oltre alla fine di un senso di appartenenza ecclesiale come una delle forme di socializzazione abituale, quanto gioca in questi dati la crescente preoccupazione per il futuro da parte delle generazioni più giovani? Le incertezze a catena, che la nostra società europea non conosceva più a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, provocate dalla pandemia (e per i prossimi anni fiscali dalla guerra in Ucraina)?

Sta venendo meno, probabilmente, anche quella cultura costituzionale diffusa che, all’indomani della caduta del regime nazista, aveva portato la Germania che cercava di uscire dalle macerie della guerra a riconoscere il significato socio-civile delle due grandi Chiese cristiane del paese – nella consapevolezza che senza di esse non solo non fosse possibile creare una nuova e diversa coscienza civile della cittadinanza, ma anche si sarebbe lasciato sguarnito il campo sociale, nei ceti più poveri, nei marginali, nell’educazione, nella formazione dei giovani, più bisognoso di politiche attente e mirate.

Due i temi maggiori davanti ai quali ci troviamo: la trasformazione profonda del cattolicesimo tedesco, che coincide con la chiusura definitiva della congiuntura geopolitica post-bellica (che non è finita con la riunificazione sotto Kohl, ma con il riarmo della Germania per mano del socialdemocratico Scholz); una pericolosa indifferenza dell’opinione pubblica tedesca (e anche dell’attuale governo) davanti ai dati statistici che riguardano le due Chiese – come se fosse solo una loro questione interna.

Quando invece non lo è, facendo esse parte dell’asse portante del quadro costituzionale che la Germania si è data per essere altro da quello che fu nel periodo nazista e nel corso della Seconda guerra mondiale. Quando blocchi dell’architettura costituzionale di un paese si sgretolano, ne viene toccata tutta la società nel suo complesso. Ma pochi sembrano accorgersene.

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2 Commenti

  1. Tobia 2 luglio 2022
    • Anima errante 3 luglio 2022

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