Gerusalemme resti città “per tutti”

di: Antonio Dall'Osto

Gerusalemme capitale dello Stato d’Israele

Mentre il mondo musulmano, dal Nord Africa fino all’Estremo Oriente è in subbuglio per protestare contro le decisione del presidente americano Donald Trump di proclamare Gerusalemme capitale dello Stato d’Israele, anche i leader delle varie Chiese cristiane hanno espresso la loro apprensione, associandosi a un dissenso che si estende al mondo intero. A cominciare dal papa il quale, al termine dell’udienza di mercoledì 6 dicembre, ha affermato: «Il mio pensiero va ora a Gerusalemme. Al riguardo, non posso tacere la mia profonda preoccupazione per la situazione che si è creata negli ultimi giorni e, nello stesso tempo, non rivolgere un accorato appello affinché sia impegno di tutti rispettare lo status quo della città, in conformità con le pertinenti Risoluzioni delle Nazioni Unite. Gerusalemme è una città unica, sacra per gli ebrei, i cristiani e i musulmani, che in essa venerano i Luoghi Santi delle rispettive religioni, ed ha una vocazione speciale alla pace. Prego il Signore che tale identità sia preservata e rafforzata a beneficio della Terra Santa, del Medio Oriente e del mondo intero e che prevalgano saggezza e prudenza, per evitare di aggiungere nuovi elementi di tensione in un panorama mondiale già convulso e segnato da tanti e crudeli conflitti».

La posizione della S. Sede e del primate J. Welby

«La posizione della Santa Sede – ha dichiarato, il 6 dicembre scorso, mons. Silvano M. Tomasi, membro del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale e osservatore permanente emerito della Santa Sede presso l’Ufficio delle Nazioni Unite di Ginevra – in un’intervista alla Radio Vaticana – è sempre stata quella che è sostenuta legalmente dalle Nazioni Unite, e cioè due Stati indipendenti, rispettosi dei diritti di ciascuno. Uno Stato ebraico e uno palestinese. Gerusalemme deve rimanere accessibile alle tre grandi religioni abramitiche: ai cristiani, ai musulmani e agli ebrei. Il fatto di dire che Gerusalemme è la capitale solo di Israele, con le conseguenze giuridiche che ne potrebbero conseguire, complicherebbe certamente questa posizione che da sempre è sostenuta dalle Nazioni Unite e anche dalla Santa Sede, del resto. Quindi, direi che bisognerebbe trovare una linea politica non di divisione ma di convergenza di sforzi per garantire la pace».

Anche il primate anglicano Justin Welby ha fatto sentire la sua voce affermando che lo «“status quo” è uno dei pochi stabili elementi di speranza di pace e di riconciliazione per i cristiani, gli ebrei e i musulmani in Terra Santa». Anch’egli ha invitato a pregare perla pace a Gerusalemme.

Voci dalla Terra Santa

Di particolare rilievo anche la voce di dodici leader cristiani, tra patriarchi, vescovi e arcivescovi, che hanno inviato una lettera al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a poche ore dall’annuncio dello spostamento dell’ambasciata USA da Tel Aviv, per chiedergli di «continuare a riconoscere lo status internazionale di Gerusalemme».

«Signor Presidente, – dice la lettera – abbiamo seguito, con preoccupazione, i reports sulla possibilità che gli Stati Uniti cambino il loro modo di comprendere e occuparsi dello status di Gerusalemme. Siamo certi che tali passi produrranno un aumento di odio, conflitto, violenza e sofferenza a Gerusalemme e in Terra Santa, spostandoci più lontano dall’obiettivo dell’unità e più profondamente verso una divisione distruttiva».

«La nostra terra – proseguono i firmatari – è chiamata ad essere una terra di pace. Gerusalemme, la città di Dio, è una città di pace per noi e per il mondo», però, Gerusalemme e tutta la Terra Santa sono divenute negli anni «una terra di conflitto». Perciò «coloro che amano Gerusalemme sono chiamati ogni giorno a lavorare e renderla una terra e una città di pace, vita e dignità per tutti i suoi abitanti». «Le preghiere dei credenti» che la abitano – le tre religioni e i due popoli che appartengono alla città – «si elevano a Dio e invocano la pace», chiedendo anche di «ispirare i nostri leader, affinché le loro menti e i loro cuori siano colmati da giustizia e pace».

 A Donald Trump i rappresentanti delle Chiese di Gerusalemme rivolgono una richiesta ben precisa: «aiutarci tutti a camminare verso una pace definitiva, che non può essere raggiunta senza che Gerusalemme continui ad essere “per tutti”». L’“appello solenne” è dunque «che gli Stati Uniti continuino a riconoscere il presente stato internazionale di Gerusalemme. Qualsiasi cambiamento improvviso potrebbe causare danni irreparabili. Noi siamo fiduciosi che, con il forte sostegno dei nostri amici, israeliani e palestinesi possono lavorare e negoziare una pace sostenibile e giusta».

Autori della lettera inviata al presidente USA sono: l’amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme, l’arcivescovo Pierbattista Pizzaballa; il Custode di Terra Santa, fra Francesco Patton; il patriarca greco-ortodosso Theophilos III; il patriarca armeno ortodosso Nourhan Manougian; l’arcivescovo Anba Antonious, del patriarcato copto ortodosso; l’arcivescovo Swerios Malki Murad, del patriarcato siro-ortodosso; l’arcivescovo Aba Embakob, del patriarcato etiope ortodosso; l’arcivescovo Joseph-Jules Zerey, del patriarcato greco-melchita cattolico; l’arcivescovo Mosa El-Hage, dell’esarcato patriarcale maronita; l’arcivescovo Suheil Dawani, della Chiesa episcopale di Gerusalemme e del Medio Oriente; il vescovo Munib Younan, della Chiesa evangelica luterana in Giordania e Terra Santa; il vescovo Pierre Malki, dell’esarcato patriarcale siriano cattolico; monsignor Georges Dankayé, dell’esarcato patriarcale armeno cattolico.

Bartolomeo I e i paesi occidentali

Sostieni SettimanaNews.itA questo coro di voci si unisce anche il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I il quale ha invocato che venga approfondito il dialogo e una cultura di solidarietà: «La pacifica convivenza tra ebrei, cristiani e musulmani dei secoli passati – ha affermato – indica che le religioni, nella regione del Mediterraneo, hanno potuto servire come strumenti di pace, tolleranza e comprensione come anche di avvicinamento tra culture. Il dialogo interreligioso può cancellare i pregiudizi e cooperare alla comprensione reciproca e anche alla soluzione pacifica dei conflitti».

Nei paesi occidentali, dove c’è una forte presenza di ebrei e musulmani, si teme che l’incendio appiccato da Trump possa ora estendersi anche al loro interno. È significativo, per esempio, ciò che ha affermato in Germania Joachim Valentin, direttore del Centro per la cultura e l’incontro “Haus am Dom” di Francoforte e presidente del Consiglio delle religioni della medesima città. Purtroppo – ha sottolineato – capitano attualmente un cumulo di cose che sembravano inimmaginabili e che non avevano bisogno di alcun commento. Ciò vale per la decisione di Donald Trump di spostare l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme e di riconoscerla come capitale di Israele senza alcun riguardo dei diritti dei palestinesi su Gerusalemme est.

Ora la reazione annunciata da Hamas, proclamando la terza Intifada, può gettare per mesi la Terra Santa in gravi disordini e destabilizzare ulteriormente l’intera regione, mettendo in pericolo ebrei e musulmani sul piano mondiale. In Germania, dove ebrei e cristiani vivono gli uni accanto agli altri in un atteggiamento più o meno conflittuale, le conseguenze di questa decisione sbagliata e irresponsabile potrebbe farsi sentire e gravare sul dialogo interreligioso per una ragione di lealtà di ciascuno verso la propria “comunità”. «In un tempo di crisi come l’attuale, ha concluso Valentin,Trump versa altro olio sul fuoco, rifiutando le conseguenze per il suo operare».

Chi sostiene Trump

In effetti, Trump afferma di avere voluto mantenere una sua promessa durante la campagna elettorale. Ma – come scrive Elena Molinari, in una corrispondenza da New York (cf. Avvenire, 8 dicembre) –, dietro a questa promessa ci sono Jared Kushner, genero di Trump di religione ebraica, Steve Bannon, suo ex stratega politico, di fede cristiana, la famiglia Adelson, proprietari di casinò americani che sostengono da sempre i gruppi pro-Israele. Ma anche organizzazioni sioniste statunitensi e gruppi protestanti evangelicali. «Sono questi gli attori che, fin da prima dell’elezione del miliardario repubblicano alla Casa Bianca, hanno lavorato dietro le quinte affinché l’Amministrazione repubblicana compisse il passo annunciato mercoledì dal presidente statunitense: il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e lo spostamento dell’ambasciata USA nella Città Santa, da Tel Aviv. I mesi che hanno portato alla decisione di Trump, che ha suscitato ira nel mondo arabo, critiche tra gli alleati occidentali di Washington e preoccupazioni nelle comunità diplomatiche e di intelligence USA, hanno infatti visto crescere sulla Casa Bianca la pressione di individui e associazioni che avevano avuto un ruolo economico e politico decisivo nell’ascesa al potere di Trump, assicurandogli generose donazioni o il supporto dei loro membri alle urne. Tutti gli chiedevano di mantenere la promessa fatta in vari comizi: cambiare la posizione americana nei confronti di Gerusalemme».

Ora Trump, dopo aver provocato l’incendio e aver visto la giornata di violenze in Medio Oriente, di venerdì 8 dicembre, ha rivolto ipocritamente un appello alla calma e alla moderazione. «Il presidente – ha detto una portavoce della Casa Bianca – spera che le voci della speranza prevalgano su coloro che diffondono l’odio». Ma pare che non si renda conto che responsabile di tutta questa grave e situazione, davanti al mondo intero, è proprio lui.

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