Giubileo, lettera e riforma

di: Lorenzo Prezzi

«Termina il giubileo e si chiude la porta santa. Ma la porta della misericordia del nostro cuore rimane sempre spalancata». Più che un giubileo, l’anno della misericordia è un pezzo della riforma ecclesiale compresa dal popolo di Dio meglio degli addetti ai lavori, dalle Chiese cristiane meglio dei loro chierici, espressa dai gesti più che dalle parole.

La porta santa «ci ha immesso nella via della carità che siamo chiamati a percorrere ogni giorno con fedeltà e gioia. È la strada della misericordia che permette di incontrare tanti fratelli e sorelle che tendono la mano perché qualcuno la possa afferrare per camminare insieme».

È il tempo della misericordia

La lettera apostolica Misericordia et misera (datata 20 novembre e pubblicata il 21) chiude l’anno giubilare, annunciato il 13 marzo 2015, proclamato con la bolla Misericordiae vultus l’11 aprile e che si è svolto fra l’8 dicembre 2015 e il 20 novembre 2016.

I giubilei, come l’anno liturgico e le altre periodizzazioni religiose sviluppano il tema della santità del tempo ed esorcizzano il tempo informe e privo di significato. «Questo è il tempo della misericordia. Ogni giorno del nostro cammino è segnato dalla presenza di Dio che guida i nostri passi con la forza della grazia che lo spirito infonde nel cuore per plasmarlo e renderlo capace di amare.

È il tempo della misericordia per tutti e per ognuno, perché nessuno possa pensare di essere estraneo alla vicinanza di Dio e alla potenza della sua tenerezza. È il tempo della misericordia, perché quanti sono deboli e indifesi, lontani e soli possano cogliere la presenza di fratelli e sorelle che li sorreggono nelle necessità. È il tempo della misericordia perché i poveri sentano su di sé lo sguardo rispettoso ma attento di quanti, vinta l’indifferenza, scoprono l’essenziale della vita. È il tempo della misericordia, perché ogni peccatore non si stanchi di chiedere perdono e sentire la mano del Padre che sempre accoglie e stringe a sé».

Indulgenze e poveri

Vi è una curiosa assenza nel testo e una novità imprevista. L’assenza riguarda il tema delle indulgenze. Già trattate come elemento marginale nella bolla di indizione le complesse distinzioni fra peccato e colpa, penitenza e pena cedono il passo a quello che già Paolo VI voleva: la conversione e il rinnovamento interiore. Anche se sono fuori del campo semantico odierno, le indulgenze meriterebbero una riflessione teologica conclusiva, visto il peso che hanno rivestito nel momento della separazione della Riforma. Come ha notato B. Sesboüé su queste pagine è una questione secondaria e nella pratica non dà più luogo ad alcuno abuso di tipo finanziario. Ma lo scandaloso traffico del XVI secolo va denunciato come peccato e va cercato un accordo dottrinale sul punto.

La novità imprevista è la celebrazione a livello universale di una giornata mondiale dei poveri, collocata nella 33ª domenica del tempo ordinario, immediatamente prima di quella dedicata a Cristo Re. Per chi ha seguito gli eventi giubilari dei carcerati, dei senza tetto, degli emarginati ecc. e, soprattutto, l’impegno sui movimenti popolari e i loro progetti di riforma sociale comprende una festa dedicata alla centralità dei poveri nel Vangelo e nella dottrina sociale della Chiesa.

I giubilei ordinari sono ormai 26 e quelli straordinari, compreso l’attuale, 3 (cf. Bollario dell’anno santo, EDB Bologna 1998), ma si parla di un centinaio di giubilei minori. Una prassi pastorale di lunga durata che, nel nostro caso, ha permesso di sottolineare un elemento teologico di rilievo: la misericordia come immagine dell’Abbà di Gesù. Il card. W. Kasper annotava con sorpresa che la teologia di scuola avesse trascurato questo tema e lo avesse ridotto a un semplice sottotema della giustizia. «La teologia di scuola si è così irretita in grandi difficoltà. Infatti, se si fa diventare la giustizia il criterio supremo, si pone la domanda: come può un dio giusto, che deve punite il male e ricompensare il bene, essere misericordioso e perdonare?» (in Papa Francesco, Queriniana Brescia 2015, p. 51).

Bolla e lettera

Mi sembra utile in merito una citazione della bolla di indizione e qualche riga della lettera conclusiva. «Misericordia: è la parola che rivela il mistero della ss. Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato».

Misericordia è ciò che Gesù di Nazaret rivela del Padre attraverso la parola, i gesti e la sua persona. Non si tratta più di un elemento che specifica la giustizia. Ciò che connota Dio è proprio la misericordia. Essa esprime la fedeltà di Dio a se stesso e all’alleanza. Restano i riferimenti alla verità e alla giustizia ma dentro una theologia cordis, capace di declinare fede e devozione. Dal volto misericordioso di Gesù si risale al volto del Padre e ne rivela appieno l’amore. Non si tratta quindi solo di un rinnovato approccio pastorale, ma di una consapevolezza teologica che riconosce nella misericordia il segno dell’onnipotenza di Dio. Giustizia e misericordia «non sono due aspetti in contrasto tra loro, ma due dimensioni di un’unica realtà che si sviluppa progressivamente fino a raggiungere il suo apice nella pienezza dell’amore» (Misericordiae vultus).

«La misericordia, infatti, non può essere una parentesi nella vita della Chiesa, ma costituisce la sua stessa esistenza, che rende manifesta e tangibile la verità profonda del Vangelo. Tutto si rivela nella misericordia; tutto si risolve nell’amore misericordioso del Padre». «È per questo motivo che nessuno di noi può porre condizioni alla misericordia; essa rimane sempre un atto di gratuità del Padre celeste, un amore incondizionato e immeritato». «La misericordia è questa azione concreta dell’amore che, perdonando, trasforma e cambia la vita» (Misericordia et misera).

Accenti nuovi e vecchi si mescolano in un testo che suona a conferma di un indirizzo pastorale ormai chiaro. Si annotano, ad esempio, i sentimenti della misericordia. In particolare la gioia e la consolazione. «La misericordia suscita gioia, perché il cuore si apre alla speranza di una vita nuova. La gioia del perdono è indicibile, ma traspare in noi ogni volta che ne facciamo esperienza. All’origine di essa c’è l’amore con cui Dio ci viene incontro, spezzando il cerchio di egoismo che ci avvolge, per renderci a nostra volta strumenti di misericordia». «La misericordia possiede anche il volto della consolazione». «Non lasciamoci mai rubare la speranza che proviene dalla fede nel Signore risorto. È vero, spesso siamo messi a dura prova, ma non deve mai venir meno la certezza che il Signore ci ama». «È importante che giunga una parola di forza consolatrice alle nostre famiglie».

Riforma ecclesiale

Come si accennava all’inizio, il giubileo è un mattone del ponte della riforma ecclesiale. «Le nostre comunità potranno rimanere vive e dinamiche nell’opera di nuova evangelizzazione nella misura in cui la “conversione pastorale” che siamo chiamati a vivere sarà plasmata quotidianamente dalla forza rinnovatrice della misericordia. Non limitiamo la nostra azione; non rattristiamo lo Spirito che indica sempre nuovi sentieri da percorrere per portare a tutti il Vangelo che salva».

Non consueto è l’accenno alla «cultura della misericordia, basata sulla riscoperta dell’incontro con gli altri: una cultura in cui nessuno guarda all’altro con indifferenza né gira lo sguardo quando vede la sofferenza dei fratelli». «Possiamo dare vita a una vera rivoluzione culturale proprio a partire dalla semplicità dei gesti che sanno raggiungere il corpo e lo spirito».

Scivolano sullo sfondo alcune richieste come quella della remissione dei debiti ai paesi più poveri (giubileo del 2000), l’aggiunta di una nuova opera di misericordia spirituale (contemplazione del creato) e materiale (cura quotidiana della terra; cf. Messaggio per la giornata del creato, 1° settembre 2016) o le richieste formulate nella bolla di indizione relativamente alla malavita organizzata e alla corruzione politica e sociale. Ma la ricaduta civile delle opere di misericordia è fortemente presente. «Il carattere sociale della misericordia esige di non rimanere inerti e di scacciare l’indifferenza e l’ipocrisia, perché i piani e i progetti non rimangano lettera morta».

I preti troveranno molte sollecitazioni. Dalla conferma dell’iniziativa «24 ore per il Signore» in prossimità della quarta domenica di Quaresima alla permanenza del ministero straordinario di Missionari della misericordia. Si prevede in particolare, d’ora in poi, per tutti i sacerdoti «la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto. Quanto avevo concesso limitatamente al periodo giubilare viene ora esteso nel tempo, nonostante qualsiasi cosa in contrario. Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere». Un’estensione che vale anche per i sacerdoti della comunità lefebvriana di san Pio X (validamente ordinati e illecitamente operanti).

Numeri e politiche

«Ai sacerdoti rinnovo l’invito a prepararsi con grande cura al ministero della confessione, che è una vera missione sacerdotale. Vi ringrazio sentitamente per il vostro servizio e vi chiedo di essere accoglienti con tutti; testimoni della tenerezza paterna nonostante la gravità del peccato; solleciti nell’aiutare a riflettere sul male commesso; chiari nel presentare i principi morali; disponibili ad accompagnare i fedeli nel percorso penitenziale, mantenendo il loro passo con pazienza; lungimiranti nel discernimento di ogni singolo caso; generosi nel dispensare il perdono di Dio».

I media hanno sottolineato anche elementi di possibile fragilità dell’evento. Come quello relativo ai numeri di pellegrini: 400.000 nel 1900, 600.000 nel 1925, 2 milioni e mezzo nel 1950, 8 milioni e 700.000 nel 1975, 10 milioni nel 1983, 15-20 milioni nel 2000 – che oggi vengono invece computati a 25 milioni – e 20 milioni nel 2015-16. Oppure l’inefficacia politica a petto dell’onda dei populismi (Trump e anti-immigrazione), o ancora la disomogenea coscienza credente che privilegia le tradizioni giubilari all’invito delle opere di misericordia, o ancora la crisi dello stato sociale e l’isolamento dei poveri ecc.

Elementi plausibili. Rimane la progressiva interiorizzazione dentro e fuori la Chiesa dell’immagine di un Dio cristiano che si definisce a partire dalla misericordia, un esercizio di rappresentazione dei poveri capace di contrastare lo «spirito del tempo» e l’esercizio di una plenitudo potestatis del papato che richiama in vita la responsabilità delle Chiese locali e il ruolo delle altre confessioni cristiane.

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