Il Cammino Sinodale della Chiesa tedesca

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Il Cammino Sinodale della Chiesa cattolica tedesca nasce dalla crisi apertasi con la pubblicazione dello Studio sui casi di abuso e violenza da parte di preti, religiosi e personale ecclesiastico – e anche dallo spaesamento in cui la Conferenza episcopale è caduta davanti alla presentazione di una storia di colpa, responsabilità e omissione da parte di coloro che, nella Chiesa locale, avevano il compito di guidarla all’altezza del Vangelo.

Ad esso si è stati, quindi, praticamente costretti – non trovando altri modi di riprendere in mano e gestire adeguatamente un dato di fatto che investiva pesantemente la credibilità della Chiesa non solo davanti alla società e alle altre istituzioni del paese, ma anche e in primo luogo davanti alla coscienza dei fedeli stessi.

In questa sostanziale inerzia, con cui si è dato avvio al processo sinodale, scorre però qualcosa della struttura profonda della Chiesa quando essa non può più scansare il confronto esigente con il Vangelo e l’imperativo che esso pone alla comunità cristiana: appunto, quella che spinge verso la convocazione sinodale dell’assemblea dei credenti, quale modo connaturale alla Chiesa, per far fronte a una crisi profonda da cogliere come momento opportuno, come occasione propizia, per esercitarsi in una più coerente fedeltà storica al Vangelo cristiano.

I vescovi, come Conferenza episcopale, si sono trovati senza parole davanti allo scandalo e alla consapevolezza di essere i rappresentanti di una storia che ha lasciato segni indelebili di violenza e dolore nei corpi e nelle anime di una moltitudine di fratelli e sorelle nell’umano e nella fede: qui, l’unica parola di cui sono stati capaci è stata quella della convocazione del popolo di Dio.

Non solo consegnando a esso una possibilità effettiva di parola, ma anche riconoscendo che alla parola detta dalla comunità dei credenti il corpo episcopale doveva dare una legittimità operativa. La forma sinodale non è una semplice rappresentanza consultiva nell’edificazione della Chiesa, ma porta con sé una forza deliberativa alla quale concorrono tutte le forme di vita cristiana nella Chiesa.

Un esercizio di apprendimento

Non si fa-insieme se non vi è una condivisione effettiva dei passi portanti, come perde ogni senso del fare-insieme se si riduce la diversità e complessità della comunità cristiana a un tutto indistinto di replicanti (dove tutti sono il medesimo). Tenere questa tensione e renderla feconda nel tratteggiare l’orizzonte che porta verso la Chiesa che verrà in Germania è la vera sfida con cui stanno facendo i conti i partecipanti al Cammino Sinodale tedesco.

Una sfida non facile perché, bisogna riconoscerlo con franchezza, tutti i soggetti convocati a percorrere insieme questo Cammino erano in parte impreparati ad esso.

Certo i vescovi e i preti, che rischiano sempre di confondere il compito della presidenza di una comunità (diocesana e/o parrocchiale) con una distanza che li immunizza e rende impermeabili alla quotidianità della fede – dove si prova ogni giorno la distanza dalla misura del Vangelo, ma anche dove si custodisce la sapienza evangelica di una sempre riconfermata fedeltà alla parola del Signore.

Ma poi anche i teologi e le teologhe, troppe volte portati a pensare il cristianesimo e la fede a partire da una teoria la cui trasparenza rischia molte volte di non fare i conti con le situazioni concrete del discepolato cristiano – talvolta con la pretesa di dettare ad esso i temi che dovrebbero determinarlo, anziché raccogliere quelli che lo occupano effettivamente. E infine i laici, a cui il Cammino sinodale chiede di non pensarsi come contrapposti o alternativi al ministero pastorale e a quello teologico, ma di intrecciarsi sapientemente con entrambi senza rinunciare ad apportare quella specificità evangelica che nasce solo nelle trame di vita del cristiano e della cristiana comune.

Se il Cammino Sinodale ha chiesto a tutti l’apprendimento di una forma non meramente corporativa nella proposizione dei temi e nel confronto su di essi, esso ha però anche potuto appoggiarsi su una lunga esperienza di partecipazione attiva e rappresentanza istituita, nel corso della quale la Chiesa tedesca ha coltivato fecondamente la collaborazione fra le differenti competenze della fede e i diversi stati di vita cristiana.

Nato dall’emergenza, esso è stato anche capace di convocare questo tratto di prossimità alla forma sinodale della Chiesa che il cattolicesimo tedesco ha ereditato dalla sua storia. Il processo in cui esso si trova in questo momento è quello di far diventare forma abituale aspetti puntuali che contrassegnano il suo vissuto di Chiesa locale.

La Conferenza online

Chiedendo a tutti i partecipanti di fare dello spazio sinodale, sia nei quattro Forum tematici (potere e divisione dei poteri nella Chiesa; la vita del prete oggi; le donne nei ministeri e nelle funzioni della Chiesa; vivere in relazioni riuscite: vivere l’amore nella sessualità e nella vita di coppia) sia nell’Assemblea plenaria, il luogo proprio per rendere presenti e dare rappresentanza alle diverse, e talvolta divergenti, visioni in materia.

Anche in questo caso, a ogni gruppo dei partecipanti e ai singoli viene richiesto un lavoro di apprendimento: sia per ciò che concerne la capacità e la sensibilità di cogliere in visioni del cattolicesimo che discordano dalla propria un tratto di autenticità evangelica che non può essere sbrigativamente dismesso; sia per quanto riguarda la volontà di non usare forme di comunicazione extra-sinodali per affermare l’irrevocabile giustezza (dogmatica o culturale che sia) della propria prospettiva e cercare così di imporla per via esterna al dibattito sinodale.

È questo il quadro complessivo che ha fatto da sfondo alla Conferenza online dei delegati al Cammino Sinodale che si è svolta la settimana scorsa. Conferenza che ha sostituito la prevista Assemblea plenaria, spostata al prossimo autunno a causa dell’emergenza sanitaria provocata dalla pandemia. Nelle settimane prima della Conferenza non sono mancate alcune tensioni riguardanti sia l’impianto complessivo dell’ordinamento sinodale, sia aspetti di contenuto soprattutto per riferimento al primo Forum sul potere e la divisione dei poteri nella Chiesa (di cui si è fatto portavoce il vescovo di Regensburg, R. Vorderholzer, in una lettera al presidente della Conferenza episcopale G. Bätzing).

Bisogna registrare anche il fatto che questo Forum è quello più avanti nei lavori e ha presentato nel corso della Conferenza già un testo articolato, oramai prossimo alla redazione finale e alla formulazione di vari punti intorno ai quali poi l’Assemblea plenaria dovrà esprimere il suo votum. Per quanto riguarda gli altri gruppi, si registra invece la necessità di ulteriori approfondimenti e di procedere nel confronto per arrivare in autunno a un testo ben organizzato da sottoporre poi alla deliberazione dell’Assemblea.

La Conferenza è stata l’occasione per ricondurre questa e altre tensioni, che generano conflitto nella Chiesa tedesca, all’interno della dinamica sinodale: “Il Cammino non è certo una passeggiata – ha detto Th. Sternberg, presidente del Comitato centrale dei cattolici tedeschi –, ma non è neanche una passerella dove ogni singolo mette in mostra la propria opinione senza volerla minimamente cambiare. Attraverso una procedura democratica vogliamo arrivare a delle decisioni nelle quali si veda come per noi sia chiaro che quello che ci unisce tutti è l’amore per la nostra Chiesa”.

Il presidente della Conferenza episcopale G. Bätzing punta alla prossima Assemblea plenaria del Cammino Sinodale come momento in cui queste decisioni inizieranno a venire prese, a partire dal testo base che ogni gruppo presenterà in quella occasione. Se il periodo di questo appuntamento è già fissato, autunno prossimo appunto, rimane aperta la questione del modo della sua celebrazione: tutti si auspicano sia possibile in presenza, ma si sta già lavorando all’eventualità di doverla tenere online.

L’esplicito invito fatto da papa Francesco alla Chiesa italiana di mettere in moto un processo di Sinodo nazionale è stato letto positivamente dai rappresentanti del Cammino Sinodale tedesco: “Non sentiamo di essere un’eccezione, che si muoverebbe contro quelli che sono gli interessi vaticani. Al contrario, ci vediamo in armonia con la Chiesa universale e in armonia con il papa. Francesco si esprime sempre di nuovo in un modo che ci incoraggia, ad esempio quando chiede di coinvolgere attivamente i laici nel processo sinodale dell’America Latina, oppure solo qualche giorno fa quando ha chiesto di intraprendere una cammino simile alla Chiesa italiana” (Sternberg).

La Conferenza è stata l’occasione per dare la parola ai rappresentanti del Consiglio delle vittime che accompagna la Conferenza episcopale tedesca nell’elaborazione dei casi di violenza e abuso. “Si è trattato di una presenza e di parola che hanno lasciato una profonda impressione e sono state molto importanti (…). Il Comitato centrale dei cattolici tedeschi deve anch’esso interrogarsi in maniera critica – ad esempio, per ciò che concerne casi di abuso nelle nostre associazioni –, ma anche per ciò che riguarda casi in cui le parrocchie e le associazioni hanno comunque sostenuto preti di cui sapevano che avevano abusato di persone” (Sternberg).

All’inizio della Conferenza ha preso la parola il card. Woelki, vescovo di Colonia, riconoscendo che nella gestione dei casi di abuso nella sua diocesi e nelle procedure intese a indagarle sono stati commessi degli errori, anche suoi personali – che devono essere verificati e valutati per giungere poi alle debite conclusioni. Anche su questo la forma sinodale del convenire di una Chiesa offre luogo e modi adeguati per portare alla parola il dramma di queste ferite laceranti e di questa colpa che continua a scuotere il corpo della Chiesa tedesca.

Potere e divisione dei poteri nella Chiesa

In conclusione, merita una parola l’articolato testo base discusso nel Forum sul potere e la divisione dei poteri nella Chiesa. Si tratta di un testo poderoso, più di quaranta pagine, e molto articolato – che andrà debitamente letto e studiato per avviare una costruttiva discussione critica. Molto forte, comunque, è l’accento strutturante sull’esigenza di introdurre procedure di tipo democratico per una corretta gestione del potere nella Chiesa locale.

Ed è sostanzialmente questo il nodo nevralgico del contendere che genera tensioni e conflittualità tra le varie sensibilità cattoliche. Pertinente è la suggestione che chiede di portarsi oltre la forma moderna di un assolutismo del potere e della sua gestione nella Chiesa, più problematica è a mio avviso la convinzione che l’introduzione dei parametri democratici risolva, quasi automaticamente, la questione dell’abuso del potere.

Questo non tanto perché vi sarebbe una totale incompatibilità fra procedure tipicamente democratiche e struttura della Chiesa e modi della sua organizzazione: “è chiaro che ci sono determinati ambiti nella Chiesa in cui non spetta agli uomini decidere, perché si tratta di presupposti di fondo che Dio ci ha mostrato. La domanda centrale è: che cosa appartiene realmente a questi ambiti, al cosiddetto depositum fidei, e che cosa invece può essere cambiato e modificato?” (Bätzing).

In merito, la riserva va piuttosto cercata nella crisi contemporanea della democrazia, ossia nei suoi stessi limiti procedurali mediante i quali essa può arrivare a negarsi. In questo momento la democrazia potrebbe ancora offrire forme e regole per un esercizio non abusivo del potere, ma non ha più la forza per garantire tutto ciò – o, almeno, non sembra di essere in grado di farlo da sé a prescindere dalle persone che ne fanno uso.

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