Il Giubileo e il passaggio

di: Antonio Ballarò
Il cardinale Vallini chiude porta santa Laterano

Il card. Vallini chiude La porta santa di San Giovanni al Laterano

La chiusura del Giubileo straordinario della misericordia (20 novembre 2016), indetto da papa Francesco l’8 dicembre scorso, ha aperto un varco denso di riflessioni. L’esperienza giubilare, infatti, si è sintonizzata su un percorso solo prospettato nelle conclusioni teologiche ma mai realmente concretizzatosi nella viva tradizione della Chiesa. La sua importanza risiede nell’oggettiva “significazione” che esso ha raggiunto con il pontificato di Francesco, il cui riflesso può ben servire a illuminare l’intero momento ecclesiale. Proprio questa inversione di tendenza, tanto chiara quanto utile, stimola la riflessione.

I due Concili

Mi pare di poter considerare i due concili del Vaticano come l’emblema dell’intero sviluppo. Se il primo, ufficialmente inaugurato nel mese di giugno 1868, si configurava come naturale reazione alle prime critiche “positiviste” che il cattolicesimo stava ricevendo, il secondo, sapientemente voluto e indirizzato da Giovanni XXIII, ha raccolto le sfide del tempo incanalandole su una direttrice profetica non ancora pienamente recepita.

Con il Vaticano II, la coscienza della Chiesa si preparava ad ospitare la storia non tanto (o non solo) in una prospettiva giuridica ma soprattutto in una modalità di «secolarizzazione interna», a voler usare il termine che Isambert utilizzò in un articolo del 1976 (cf. La sécularisation interne du christianisme, in: Revue française de sociologie 7, 577).

Iniziava, in pratica, la stagione delle letture sapienziali della storia umana, destinate a sostituire più o meno definitivamente quella “forma politica” con cui il Vaticano I aveva plasmato l’identità ecclesiale. Pur dovendo rilevare i limiti di quest’ultimo, il teologo Christoph Theobald ha precisato, per di più, che nell’essere sorprendentemente toccati dal Vaticano II, quegli stessi punti deboli hanno chiarificato la trasformazione di cui era ormai investito il cattolicesimo (cf. Il cristianesimo come stile, EDB, 134). La loro articolazione – non troppo attenta per la verità – aveva sì lasciato spazio ad una responsabilità “difficile” ma, nel contempo, lasciava presagire il momento che sarebbe arrivato un secolo dopo.

Cosa ne è nato? Ovviamente quel processo di comprensione che oggi celebriamo e definiamo come pastorale. Un’intuizione azzeccata, tradizionale, preziosa. Probabilmente, nessuno immaginava che proprio tale “modo di vedere le cose” avrebbe avuto la fortuna di continuare per molto tempo ancora, magari ispirando l’azione magisteriale del primo pontefice “figlio” del Concilio. La pratica giubilare ha visto in questo la fonte della sua alimentazione. Ed è di essa che voglio parlare per meglio capire le ripercussioni di un’impostazione che si riflette sull’intero “stile” della Chiesa.

Tra rassicurazione e missione

La pratica giubilare ha conosciuto un’alta “concentrazione pastorale”. Le occasioni si sono moltiplicate al punto da divenire capillari, durante l’intero anno; eppure, il vero punto di applicazione del principio – che altrimenti parrebbe scontato – non sta “fuori” dell’evento propriamente detto, bensì “dentro” di esso e, in particolare, nella teologia che lo giustifica e lo esige. Il Giubileo di Francesco ha infatti riconsegnato alla grazia divina il ruolo precipuo che stava perdendo. Il tema, in passato rimasto annebbiato per via di mentalità fin troppo “assicurazioniste”, si è ritrovato al centro di una riscoperta, evidentemente necessaria, dalla quale ha preso il via l’unificazione dell’intera teologia esperienziale dell’evento.

Non solo: quest’ultima è attraccata in tal modo al porto più sicuro di sempre (cf. Francesco, Misericordiae vultus. Bolla di indizione del Giubileo straordinario della misericordia, 25). Il fondamento biblico di cui il Giubileo si è riappropriato costituisce in questo senso la vera “garanzia”. Francesco ha realizzato un’interessante miscellanea che, a partire dai suoi predecessori e dalla consolidata prassi ecclesiale, si è configurata in modo nuovo per l’anno giubilare del suo pontificato. Possiamo collocare il grande evento sullo sfondo di una lunga tradizione, quella della Chiesa che, per conoscere la fedeltà, ha bisogno di evitare la tentazione della pienezza raggiunta. Per dirla con Yves Congar, dovremmo riconoscere che abitiamo, certo, i tempi ultimi senza tuttavia possederli completamente. Riuscire ad ammetterlo non solo è doveroso ma anche benefico.

Se il comune modello giubilare conteneva in sé i segni di un’anticipazione che ora pare mostrarsi più definitamente, il papa ha ben pensato di attingere a quel bagaglio, fatto pure di fede sincera e di autentica devozione, per innestarlo sul piano essenziale di pastoralità. Non si è trattato, come qualcuno ha pure pensato, di una “rivoluzione” o di uno “stravolgimento”, semmai di “evoluzione” e di “indirizzamento”. Quale? Quello di una pratica giubilare che non vuole più curarsi in esclusiva di un linguaggio giuridico, finanche matematico, ma che è ben conscia dell’attributo di Dio per eccellenza, ovvero la misericordia (cf. Francesco, Misericordiae vultus, 3). Detto diversamente: è il momento di vedere il Giubileo come efficace sollecitazione alla missione. Esercizio personale ed esercizio per gli altri.

Il tempo, la teologia e la pastorale

La missione è interna alla pastoralità. Tra le due c’è uno stretto legame. Come la missione è, per definizione, un “andare incontro”, un “inviare”, nei tanti contesti del mondo, uomini e donne con obiettivi distinti, così la pastoralità, almeno nell’accezione biblica del termine, pur rimanendo nello stesso campo dei significati, supera la rigida concettualizzazione e indica un “andare incontro” che si avverte nella prassi e nella dottrina della Chiesa. Sempre di “avvicinarsi” si tratta, in fondo. Ma è curioso notare come entrambe le “forme” – o gli “stili” – ecclesiali trovino continuamente compenetrazione. In realtà, non si può pensare ad una ecclesia dal cuore pastorale che non sia anche e soprattutto in missione. Ciò per i propugnatori di questa prospettiva rimane chiaro.

Ma cosa significa, concretamente, porre la dottrina entro solchi pastorali?

Per prima cosa vuol dire “ricontestualizzarla”. Donarle, cioè, un’ambientazione nuova, quella della storia come luogo rivelatore, nella quale può riconoscere quegli «indizi non pochi» che Giovanni XXIII considerava “caparre” di un’epoca migliore (cf. Humanae salutis, 4).

In secondo luogo, significa dotarla di una più ampia “libertà di movimento”. Fare in modo, dunque, di valorizzarne il contenuto, che non è statico o regolativo ma dinamico e fondamentalmente liberatore (cfr. Gc 2, 12).

La convergenza dei due punti richiamati ci permette di definire un “compito riassuntivo”: una dottrina genuinamente pastorale implica che la teologia tenga in debita considerazione la missiologia. Tale è l’impostazione ecclesiale di cui parlo. Non la negazione dei sempre validi principi giuridici, che non possono però divenire «legge suprema» (cf. CIC, can. 1752), bensì la riproposizione positiva degli stessi in un’ottica di annuncio e di compassione.

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