Il prezzo del ministero. Profughi, tra Chiesa e politica

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Barca di migranti in chiesa

Una barca vuota di migranti nella chiesa della Consolazione a Scicli (RG)

Un caso personale, in un paese della provincia bavarese. Una domenica il parroco, un prete di origine congolese, dal 2008 membro del clero della diocesi di Monaco e cittadino tedesco dal 2011, annuncia durante la messa che con il primo aprile lascerà la comunità che gli era stata affidata nel 2012. Come accade in ogni parrocchia con alcuni i rapporti sono cordiali, di amicizia, con altri magari un po’ più difficili o tesi. Ma le parole pronunciate durante la messa non cadono solo come un fulmine a ciel sereno nella routine della vita parrocchiale, ma scuotono profondamente la comunità locale. Le ragioni che hanno spinto il parroco a prendere questa decisione, davanti alla quale la Diocesi si esprime con rammarico sostenendo però il suo prete, non sono quelle che si ascoltano normalmente in questi casi. Non le incomprensioni, non la fatica del ministero a un’età oramai prossima alla pensione, non il peso dei compiti amministrativi che rischiano di inghiottire tutte le ore della giornata a discapito della pastorale. Niente di tutto questo. Il parroco lascia perché dal settembre scorso è oggetto di insulti a sfondo razziale e ha ricevuto più volte minacce di morte (su cui la polizia locale sta indagando).

Davanti ad affermazioni pesanti e ingiuriose nei confronti dei profughi espresse da una politica con incarichi di responsabilità nella sezione locale della CSU, il parroco aveva preso parola pubblicamente muovendosi lungo i solchi del dovere evangelico della fede, in accordo con la posizione del suo vescovo, il cardinal Marx. Di qui la reazione violenta di alcuni abitanti del paese, gli insulti a sfondo razziale (sembra anche da parte di politici locali) e le minacce anonime di morte. La comunità cristiana ha reagito compatta; il Consiglio pastorale ha inviato una lettera alla CSU locale chiedendo che il logo del campanile della chiesa venisse tolto dal giornale di collegamento del partito; l’associazione “Bunt statt Braun” (un richiamo alla pluralità rispetto all’omogeneità razziale di tipo nazista) ha convocato la cittadinanza per una catena di solidarietà a congiungere la parrocchia cattolica, quella evangelica e la sede del Comune. Se il Vangelo chiede il suo prezzo alla fedeltà della fede, in questo caso il ministero non si è ritrovato da solo; anche se in solitudine ne ha dovuto portare il peso, il timore per la propria persona, e la distonia nei confronti del luogo in cui era stato chiamato a esercitarsi.

Quello che più interessa, e che porta alla luce il nodo di una questione delicata e potenzialmente esplosiva, sono le stesse parole di solidarietà della politica nei confronti del parroco. La presa di distanza da un membro del partito che si esprime con un linguaggio populista a sfondo razziale e di destra estrema, era semplicemente un atto dovuto – soprattutto davanti all’attenzione dei media sul caso. Eppure in quelle parole emerge tutto il problema della politica e dell’amministrazione locale davanti alla gestione dei profughi e di forme meno drammatiche di immigrazione che investono oggi l’Europa. Il confine tra una preoccupazione per il mantenimento delle strutture statuali e per la salvaguardia della convivenza civile, da un lato, e atteggiamenti che infliggono un grave vulnus ai diritti umani prendendo contorni marcatamente razzisti, dall’altro, è divenuto oggi sottilissimo. Lo slittamento dall’uno verso l’altro è questione di un attimo. Una vera e propria “zona grigia”, come la chiamava Primo Levi, davanti alle quali le nazioni europee, e con esse la stessa idea di Europa, rischiano l’implosione e il collasso. Che la statualità europea possa essere oggi preservata solo attraverso la demarcazione nazionale dei confini, segna già la fine del progetto immaginato con cui l’Europa aveva cercato di salvare se stessa dopo la catastrofe della II Guerra Mondiale. Che la politica non abbia i codici linguistici per distinguere a dovere questa preservazione da una deriva illiberale di quel che resta della democrazia occidentale, apre scenari a cui probabilmente nessuno di noi è veramente preparato.

Che al centro di questa vicenda stia un prete, africano di origine, tedesco di cittadinanza, colto e preparato a livello culturale e filosofico, apre la questione del rapporto fra Chiesa e Stato davanti alla gestione non solo dei profughi, ma di categorie più ampie come l’esclusione per legge, la violenza del potere, il destino stesso della democrazia liberale. Se davanti alla massa di profughi e all’ondata migratoria contemporanea le nazioni europee riscoprono come d’incanto il dovere dello Stato, non dobbiamo dimenticare che quelle medesime nazioni hanno da lungo tempo abdicato al principio di statualità tipicamente europeo – rimettendosi alle mani dell’imperativo tecno-finanziario e gestendo aziendalmente i gangli vitali della coesistenza umana.

Nessuno Stato può dire ai suoi cittadini “non abbiate paura”, perché il suo potere si nutre di essa premiando lo schieramento politico che meglio riesce a intercettarla. Lo sfruttamento politico degli affetti è il principio postmoderno e illiberale della gestione dell’umano essere insieme – sempre a spese di qualcuno. Oggi assistiamo a un paradosso impensabile solo mezzo secolo fa. La Chiesa di Francesco come istanza pubblica di cura evangelica sugli affetti più cari dell’umano, quelli esposti a ogni ferita del potere e della violenza, si fa custode di istanze originariamente inscritte nell’idealità liberale di un democratico vivere insieme tra molti, tra i diversi. La dialettica moderna fra politica e religione ha abbandonato l’asse del rapporto Stato-Chiesa, e si è attestata a livello della qualità umanistica con cui diamo forma alla socialità condivisa – da tutti o solo da alcuni. Del profilo sociale e di giustizia della democrazia liberale sembra prendersi cura oggi solo la Chiesa memore dell’immaginario evangelico di Gesù. La solitudine del parroco tedesco è la solitudine stessa della Chiesa cattolica su questo snodo in cui si decide delle sorti dell’Europa e della nuova configurazione politica del mondo.

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