La Chiesa che verrà

di:

José Ignacio González Faus, nato a Valencia nel 1935, gesuita, studi nella Facoltà teologica di Innsbruck e al Pontificio Istituto Biblico di Roma, teologo di fama internazionale, docente di teologia sistematica alla Facoltà teologica della Catalogna fin dal 1968, autore di varie pubblicazioni, in un’intervista rilasciata a José Manuel Vidal e pubblicata sul Boletín Religión Digital, il 17 aprile scorso, risponde ad alcune domande cruciali sul dopo coronavirus riguardanti i cambiamenti che potranno avvenire nella mentalità e nei comportamenti, anche religiosi e spirituali, della gente, e sul futuro della Chiesa. Quale impatto avranno questi cambiamenti sulla Chiesa di papa Francesco, sulla teologia, in particolare quella sacramentale, e sul ruolo dei laici? (a cura di Antonio Dall’Osto e Francesco Strazzari).

– La crisi del coronavirus sta facendo emergere il lato religioso di molte persone, finora nascosto o coperto? Gli indifferenti torneranno al cattolicesimo o andranno definitivamente alla ricerca di nuove spiritualità?

Tutta la religiosità che incarni il detto: «Ricordiamo santa Barbara solo quando tuona», dura poco. E questo pericolo esiste ancora. Il poeta latino Lucrezio scrisse «timor fecit deos» (la paura ha creato gli dèi). E quegli dèi durano poco e si tradurranno presto in ridicole superstizioni con le quali si crede di propiziarseli. Perciò credo che, quando passerà la paura di oggi, torneremo a dimenticarci di “santa Barbara” come ci siamo dimenticati oggi di altre crisi passate.

Tendiamo sempre a pensare che qualsiasi guerra o crisi sia stata l’ultima, siamo restii a cambiare e, quando giunge la prossima crisi, veniamo colti di nuovo di sorpresa. Questo, che tutti ci portiamo un po’ dentro, è inoltre indispensabile perché funzioni una società del consumo.

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Foto di F. Cavalli

A parte questo, già diverso tempo fa molta gente si stava accorgendo che il significato della vita non può consistere solo nel consumare e consumare. C’è molta gente in stato di ricerca, più seria e profonda in alcuni e meno in altri. Diversi di essi, delusi dalla Chiesa, hanno cercato in Oriente, come tu insinui. Ma il pericolo è che la visione occidentale delle cosmovisioni (o religioni) orientali è molte volte una visione “che piace al consumatore” (è il pericolo di molte religiosità): i più giovani (o una parte di essi che non è stata indottrinata negativamente) condividono meno questo inganno e sembrano più inclini a cercare qualcosa nella Chiesa, nonostante che molti esitino per il tema della sessualità.

In ogni caso, ciò che io dico di solito ai non credenti con cui ho a che fare è: non so se Dio vuole che tu sia cristiano (o che lo sia già oggi): ciò che posso dirti è che Dio desidera che tu abbia a tirar fuori da te la migliore versione umana di te stesso. Cominciamo da qui.

Questo senza nascondere che io condivido la visione di Francesco che il vangelo è la migliore offerta che sia stata fatta all’umanità in tutta la storia. Ma Gesù stesso ha detto che la via non è un’autostrada, bensì una “via stretta” (curiosamente, Budda diceva la stessa cosa con altre parole). Per assimilare questo occorre del tempo e, a volte, noi evangelizzatori siamo impazienti; non so se è perché pensiamo più al nostro successo che a quello di Dio. Oggi in cui si studia molto il cristianesimo delle origini, abbiamo scoperto che la fede cristiana si diffuse non tanto per la propaganda fatta dai cristiani, ma per l’impatto e gli interrogativi che suscitava il loro modo di vivere.

– La paura della morte che ha percorso il corpo sociale ha trovato nella Chiesa significato, consolazione e speranza? Senza la possibilità di celebrare funerali, la Chiesa ha perso comunque l’ultimo rito che le rimaneva?

Il tema della morte è troppo complesso e tendiamo a semplificarlo molto. Da un lato, c’è la logica della resistenza della vita a scomparire, che è propria anche degli animali (hai visto come corre una formica che se ne stava tranquilla e all’improvviso si sente minacciata?). C’è inoltre anche la morte dei propri cari; alla mia età rimango impressionato dalle coppie che ho conosciuto, che avevano vissuto più di 50 anni così meravigliosamente unite e, all’improvviso, uno dei due si trova solo: la sensazione di aver perso ciò che Orazio chiamava «dimidium animae meae», la metà della mia anima deve essere tremenda.

C’è anche l’interrogativo che tutti ci portiamo dentro: riguarda cosa può succedere dopo: perché, per quanto uno sia molto sicuro delle sue convinzioni, fino a quando non si ha la prova esperienziale, rimane sempre uno spazio per il dubbio.

C’è anche la domanda che lasciò Camus (oggi che La peste è tornata di moda): un uomo ha diritto di essere felice in un città infestata dalla peste? In un blog che ho postato in Religión Digital ho cercato di rispondere a questo interrogativo completando ciò che avevo detto in altre circostanze, perché all’improvviso non diventiamo tutti anacoreti, per il fatto che queste cose durano poco. Ho suggerito di collegare la gioia con la gratuità (e con la gratitudine), anziché con quella falsa meritocrazia a cui pretende di vincolarla la nostra cultura.

Ciò che mi sembra innegabile è che, se la morte ha bisogno – come dici tu – di «una sincera consolazione e speranza», solo la Chiesa può darla. Forse è per questo che la nostra cultura, ostile al cristianesimo, tende a nasconderci la morte e che oggi ci manca questa “familiarità con la morte” più tipica delle generazioni passate. Ci potrebbero allora essere diverse reazioni: potrebbero esserci delle “danze della morte”, a volte molto provocatorie.

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Francesco d’Assisi poteva pregare: «Benvenuta, sorella morte». Altri potrebbero limitarsi al «mangiamo e beviamo che domani moriremo». Ma la cultura di oggi (asservita tante volte all’economia) ciò che vuol dirci è: “mangiamo e beviamo, che non moriremo mai”. Per questo ha potuto essere così forte l’impatto del coronavirus: all’improvviso abbiamo scoperto di essere più fragili di quanto credevamo.

La familiarità con la morte (vista ora da una visione di fede) infrange questo linguaggio abituale quando qualcuno muore: “se ne è andato”. Come se questa terra fosse la nostra vera dimora. Ma c’è un’altra esperienza che dice: “è già arrivato” perché avverte che qui siamo di passaggio, siamo in cammino. Prova ne è l’impatto che ha in te, quando ormai, a una certa età, qualcuno ti dice: “ehi, ti trovo molto bene!”. Il sottinteso di questo saluto è: “non dovresti essere così”. Ma la nostra società ha creato il mito dell’eterna giovinezza (nuovamente molto utile al consumismo) e abbiamo un’enorme voglia di ingoiare questo mito. Sarebbe meglio se guardassimo a questa vita come a una specie di “gravidanza consapevole”: ciò significa che siamo qui non “per farci”, non per restarci.

Detto questo, credo che i funerali sono più un bisogno nostro e del nostro cordoglio che non una necessità o un espediente della Chiesa perché, qualsiasi volto le diamo, la morte ha un tratto molto doloroso. La morte è separazione. E questo è un fatto da digerire.

Certamente, la Chiesa può (deve!) diffondere speranza e consolazione sempre e in mille modi. Anch’io in questi giorni ho sofferto la partenza di due compagni molto cari (non per il virus ma per un’altra malattia) e la “povertà” di esequie celebrate per dieci o dodici persone quando sarebbero potute essere una folla (perché erano ambedue persone molto popolari). Ti posso dire che, in una di queste, ho avuto una strana e profonda sensazione che non so ancora come spiegare, ma era come se il defunto mi facesse vedere, dall’altra sponda, l’inutilità di tutti i nostri sforzi di offrire a lui qualcosa.

– L’Internet (un tempo demonizzato da molti uomini di Chiesa) è stato esaltato come un grande mezzo di umanizzazione e di evangelizzazione.

Beh, non so cosa dirti. L’Internet, come tutte le cose nuove che nascono, può avere i suoi grandi vantaggi e i suoi grandi pericoli. L’ho visto più demonizzato da alcuni sociologi che dai chierici: perché è servito per migliaia di manipolazioni, fake news ed eccessi di passività. L’importante è che tutti questi pericoli vengano superati.

– Come sarà la Chiesa del post-coronavirus? Quali caratteristiche avrà? A quali linee di fondo mirerà? Coronerà le riforme di papa Francesco?

Prima e dopo il coronavirus, mi sono stancato di ripetere che la Chiesa oggi ha bisogno di tre grandi cambiamenti: essere veramente la Chiesa dei poveri, con una profonda riforma del papato, episcopato e ministero, e l’unità dei cristiani. Ti rimando al mio libro Apocalipsis hoy? in cui c’è tutta una parte dedicata alla riforma della Chiesa.

L’esperienza del coronavirus, se sfruttata bene, può aiutare l’espressione di Francesco (che tu vuoi raccogliere in un libro inchiesta): “Chiesa in uscita” (o ospedale da campo). Mi riferisco a ciò che è stato detto nella mia risposta a quell’altra inchiesta. È già celebre la frase del vescovo Gaillot: «Una Chiesa che non serve, non serve a nulla». Si può rafforzare ancora di più: la Chiesa come serva dei più bisognosi e dei meno serviti da questo mondo tanto ingiusto.

In ogni caso, se tiriamo fuori il meglio di noi stessi, l’esperienza del virus può aiutare la riforma di Francesco, il quale mira anche (come tutto il vangelo) a che tiriamo fuori il meglio di noi. Come la parabola di Luca 12,13-21 del “ricco stolto”, la presenza costante della nostra fragilità ci porterà a esercitare meno egoisticamente il nostro potere.

– Potrà continuare a conservare la sua attuale struttura economica, territoriale e funzionale?

A dire il vero, non lo so. Ma credo che questa domanda vada oltre il tema del coronavirus: è un interrogativo della nostra ora storica. Bisogna tener presente che la Chiesa del futuro sarà molto più asiatico-africana che europea. Come bisogna anche tener presente che, per quanto lavoriamo per la riforma della Chiesa, non potremo mai sentirci del tutto a nostro agio in essa: semplicemente perché un’istituzione di mille e trecento milioni di persone è impossibile che piaccia a tutti e a ciascuno, data la nostra diversità di esseri umani.

– La pandemia ha risvegliato nei laici la consapevolezza del loro essere “popolo sacerdotale” e, quindi, l’esigenza di assumere ministeri ordinati?

Qui credo che ci siano problemi di linguaggio che possono rendere difficile il capirsi. Ti dico qual è il mio linguaggio: il laicato è l’unico popolo sacerdotale secondo il Nuovo Testamento, sottolineando che è un popolo «di ogni razza, lingua o nazione». Il ministero ordinato non è un ministero sacerdotale: il Nuovo Testamento chiama sacerdoti i ministri della Chiesa perché non c’è che un solo sacerdozio che è quello di Cristo, e ad esso partecipa allo stesso modo tutto il popolo di Dio.

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D’altronde, dire che il laico assume ministeri ordinati significa che egli cessa di essere laico, indipendentemente dal fatto che sia sposato o celibe. Ha una sua responsabilità nella Chiesa (condivisa con tutti, non solo con la mia personale); di questo si è preso coscienza dopo il Vaticano II in molti settori, e oggi ci sono buoni gruppi di laici ammirevoli in questo senso. Ciò che chiamiamo “ministero ordinato” (responsabile della comunità, prete o comunque si voglia chiamarlo, ma non sacerdote come ti ho detto) è una funzione che, oltre alla responsabilità di ogni battezzato nella Chiesa, riceve una missione importante: quella di essere creatore di comunità in quelle Chiese (o diocesi, o parrocchie) che serve.

Siccome questo è molto lungo da spiegare, mi permetto di rinviarti al libro Hombres de la comunidad (Uomini della comunità), che nella traduzione inglese (con molto più successo) è stato intitolato Builders of community (Costruttori di comunità). Forse ricordi che questo libro mi ha creato qualche piccolo problema con l’episcopato spagnolo di allora (1989); piccolo perché hanno riconosciuto che era dogmaticamente sicuro, ma creava una «grande preoccupazione pastorale» per paura che non suscitasse «vocazioni sacerdotali». L’interrogativo che mi rimase fu di sapere se si trattava di vocazioni “secondo l’ordine di Aronne” o “secondo l’ordine di Melchisedek”…

– Bisognerà rivedere l’attuale prassi sacramentale, specialmente quella dell’eucaristia e della penitenza?

Oggi quando i temi teologici diventano popolari (cosa in sé buona) c’è la tendenza quasi inarrestabile che quando un’opinione presenta qualche difficoltà o qualche crepa, subito diamo assolutamente per certa l’opinione contraria. Questo è tipico della nostra difficoltà a vivere tranquillamente nella non conoscenza (e mi piace ricordare che Nicola Cusano definiva la teologia come «docta ignorantia»).

Per questo preferisco dirti che non conosco la risposta alle domande che qui mi poni. Posso solo dire che le nuove tecnologie pongono dei problemi alla prassi sacramentale tradizionale e questo è un fatto che bisognerà studiare seriamente e con tutta calma.

Al momento possiamo difenderci con alcuni principi della teologia sacramentale più classica, del tutto ignorati da coloro che cercano risposte veloci e passano ad altro. Per esempio (te lo dirò in latino perché suoni più antiquato) “Deus non tenetur sacramentis”. Dio non è legato ai suoi sacramenti e può agire senza di essi e come vuole. Oppure “sacramenta propter homines”, che riprende qualcosa da Gesù che vale sia per il “sabato” di allora, come per l’economia di oggi, sia per la teologia: i sacramenti sono fatti per gli uomini, non gli uomini per i sacramenti. E il terzo è quel famoso “supplet Ecclesia”, quando ci siamo trovati davanti a un imprevisto garbuglio e abbiamo agito come potevamo senza sapere se bene o male, “supplisce la Chiesa”: perché i sacramenti non sono un atto del sacerdote ma della Chiesa (che è il sacramento originario) rappresentata in essi dal ministro.

Da parte mia, posso dirti per essere più concreto, che in questi giorni ho dato due assoluzioni attraverso il cellulare: in un caso non ho visto alcun problema perché mi è sembrato chiaro che negli atti assolti c’era una mancanza di libertà che impediva che fossero realmente peccato grave; credo pertanto che l’assoluzione non fosse necessaria e che le mie parole fossero piuttosto una forma di preghiera.

Nell’altro caso ho dato l’assoluzione dietro espressa richiesta dell’interlocutore, spiegandogli prima per sua tranquillità che non è l’assoluzione ciò che dà il perdono: il perdono lo ha già dato Dio in antecedenza. Nell’assoluzione ciò che tu fai consiste nel ricevere questo perdono di Dio, riconciliandoti anche con la Chiesa di cui il sacerdote è rappresentante e che tutti i nostri peccati danneggiano e abbruttiscono: ecco perché nella prassi penitenziale primitiva il peccatore rimaneva un certo tempo fuori delle chiese, alla porta, e il giorno del perdono tornava a rientrarvi.

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E quando (siccome questa prassi era molto dura) si generalizzò la confessione privata nella sua forma attuale, si spiegava che il sacerdote era lì come rappresentante della Chiesa, non come rappresentante di Dio. Perciò invalse l’uso, durante buona parte del Medioevo, di andare a confessarsi da un laico cattolico, quando non c’era a portata un presbitero. E questa pratica non fu proibita. Sant’Ignazio racconta nella sua autobiografia di avervi fatto ricorso prima di una battaglia. La ragione è che, come ha voluto chiarire il Vaticano II, la Chiesa è come il sacramento fontale (l’Ursakrament come diceva il teologo tedesco Semmelroth), da cui scaturiscono tutti gli altri sacramenti.

Inoltre, la teologia tradizionale insegnava che, assieme ai sacramenti, ci sono anche i cosiddetti “sacramentali” che non agiscono “ex opere operato”, ma “ex opere operantis”.

Prova a immaginarti adesso alcune monache di clausura che sono rimaste in questi giorni senza particole consacrate, si riuniscono con pane e vino, leggono la Parola e poi qualcuna recita il racconto della cena, spezzano il pane e si passano il calice. Hanno celebrato messa?

No, e non l’hanno nemmeno preteso. Hanno celebrato un sacramento? Secondo la teologia classica, no, e non l’hanno nemmeno preteso. In nessun modo hanno voluto sostituirsi alla Chiesa né a chi è il suo rappresentante ufficiale; volevano solo celebrare e coltivare la loro fede. Non c’è qui qualcosa di analogo alla confessione ad un laico di cui si diceva prima?

Queste monache immaginarie non hanno voluto celebrare né ricevere alcun sacramento. Però possono aver celebrato un sacramentale, forse, le ha trasformate di più (ha dato loro maggior grazia) dei molti frati maschi che, meccanicamente, sono andati a comunicarle, se potevano… Dio non è legato ai sacramenti!

E, per concludere, ciò che rimane di questa domanda è che la teologia dei sacramenti è quella che meno si è evoluta dopo il Vaticano II: i sacramenti continuano ad essere ridotti a una specie di riti magici, anziché essere dei segni o simboli o finestre che si aprono ad un più-in-là qui presente e che, inoltre, sono intrinsecamente comunitari. Ho cercato di avviare qualcosa del genere in un quaderno di “Cristianesimo e Giustizia” intitolato “Simboli di fraternità”. Ma era solo un inizio.

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