La leadership nella Chiesa /9

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Don Massimo Nardello, presbitero della Chiesa modenese, termina con questo articolo i suoi interventi sulla leadership in ambito ecclesiale. Commentando la “Regola pastorale” di papa Gregorio Magno, egli ha sottolineato le qualità che un leader deve possedere, le insidie nascoste nella gestione del potere, lo stile nella guida di una comunità. Lo ringraziamo dei suoi preziosi contributi.

Quando ci si trova in situazioni complesse con un ruolo di responsabilità, solitamente si guarda con interesse ad eventuali suggerimenti e aiuti molto pratici orientati direttamente alla soluzione dei problemi con cui si ha a che fare.

Al contrario, in queste circostanze è molto fastidioso ascoltare delle parole esortative che invitano a spostare la propria attenzione su un piano diverso rispetto a quello in cui si giocano le questioni che si stanno affrontando, cioè su quello spirituale.

Così, ad esempio, chi deve cercare di ricomporre il tessuto frammentato di una comunità cristiana può trovare utile una serie di suggerimenti sulla mediazione dei conflitti, ma irritante il sentirsi dire che le difficoltà che sta sperimentando dipendono dalla sua scarsa santità personale, dalla sua poca preghiera, e così via.

Per questa ragione, giunti ormai al termine della lettura nella prima parte della Regola pastorale di Gregorio Magno, ci si può chiedere se le sue considerazioni fortemente spirituali non possano risuonare come fastidiose o fuori luogo per un leader ecclesiale che deve gestire quotidianamente problemi molto pratici, come situazioni conflittuali, problemi amministrativi, opzioni organizzative, e così via. In effetti, a volte, più che essere dispensatori dei misteri divini, i pastori hanno a che fare soprattutto con i misteri umani, quelli delle complesse dinamiche che segnano la vita delle diocesi, delle parrocchie e delle altre comunità ecclesiali.

Chi deve essere “trascinato” a diventare leader

In realtà, Gregorio Magno si trovava in una situazione certamente più complessa della nostra, vivendo in un periodo di grandissime incertezze e difficoltà. Mi sembra quindi che il suo continuo rimando alla dimensione spirituale come quella decisiva per una buona leadership cristiana non sia un comodo meccanismo di spostamento dell’attenzione dai problemi effettivi della vita ad un piano astratto in cui si possono fare affermazioni di principio che sono tanto indiscutibili quanto superflue.

La lettura dei suoi testi sembra suggerire che, per Gregorio, il modo corretto di reagire alle situazioni di grande difficoltà non è quello di cercare delle soluzioni definitive alle questioni in campo, che probabilmente non esistono. Occorre, invece, restare in queste situazioni, facendo del proprio meglio, senza però dare troppo peso all’esito positivo della propria leadership, cioè alla propria capacità di migliorare visibilmente le cose. La ragione è che la cosa veramente importante è un’altra.

Vanno in questo senso le parole di Gregorio ormai al termine della prima parte della Regola pastorale: «In tutti i modi deve essere trascinato a divenire esempio di vita [cioè, pastore] colui che, morendo a tutte le passioni della carne, vive ormai spiritualmente; ha posposto a tutto il successo mondano; non teme alcuna avversità; desidera solamente i beni interiori.

Pienamente conformi alla sua intima disposizione, non lo contrastano né il corpo con la sua debolezza né lo spirito col suo orgoglio. Egli non è condotto a desiderare i beni altrui, ma è largo dei propri. Per le sue viscere di misericordia si piega ben presto al perdono ma non deflette dalla più alta rettitudine, passando sopra più di quanto conviene. Non commette nulla di illecito, ma piange come proprio il male commesso dagli altri. Compatisce la debolezza altrui con tutto l’affetto del cuore, gioisce dei beni del prossimo come di successi suoi».

La persona che deve essere “trascinata” a diventare pastore è quella che sa stare in una situazione fortemente stressante perché vive di altro rispetto al suo successo professionale. Riuscendo ormai, in virtù della grazia di Dio, a tenere sotto controllo le passioni peccaminose e vivendo una sincera e profonda vita spirituale, colloca il successo mondano in fondo alla lista delle cose importanti. Per la stessa ragione non teme alcuna avversità, dal momento che esse non possono compromettere la sua comunione con Dio, di cui vive.

Comporre benevolenza e rettitudine

Questo fondamento spirituale della vita rende questo pastore capace di rispettare il Vangelo e, nello stesso tempo, di guardare con compassione alle persone. Il riferimento non è semplicemente ad un atteggiamento di benevolenza, bensì alla capacità di stare in situazioni complesse non solo sul piano comunitario, ma anche in rapporto ai vissuti individuali. Si tratta dell’attitudine a convivere con il fatto che gli umani vivono spesso in situazioni ambigue e complesse, nelle quali fanno, nella migliore delle ipotesi, quello che possono.

Questo sguardo compassionevole sulle altre persone è caratteristico di un leader che non si sente realizzato nella misura in cui il suo gregge è numeroso, compatto ed entusiasta. Anzi, non vivendo di questo successo professionale, non è portato a estromettere o a marginalizzare coloro che gli risultano sgradevoli o che sono disfunzionali rispetto ai suoi progetti pastorali. Nello stesso tempo, però, per le stesse motivazioni, egli non ha neppure bisogno di compiacere a qualunque costo le persone che hanno idee o stili di vita non evangelici, quasi rifuggendo dalla dottrina della fede e dell’etica cristiana («… dalla più alta rettitudine…»), per poter diventare loro amico e sentirsi stimato come una figura intelligente e moderna che è al passo con i tempi. I danni fatti da atteggiamenti del genere alla coscienza dei credenti sono incalcolabili.

Insomma, secondo Gregorio, la virtù fondamentale di un buon leader è la capacità di vivere una relazione con Dio profonda e appagante, che riempie la vita e rende liberi dalla ricerca del successo pastorale e dal bisogno di risolvere qualunque ambiguità nella realtà ecclesiale. È questa relazione che dà la capacità di accettare l’inevitabile incomprensione e solitudine, che del resto Gesù stesso ha vissuto più volte nella sua vita terrena. Lo stare al proprio posto sulla croce, cioè nella fedeltà silenziosa e faticosa alla missione ricevuta dal Signore, è la qualità più preziosa che dice la vera stoffa di un pastore.

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