La “mafia di San Gallo”

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Torna a inquietare l’immaginario apocalittico dei tradizionalisti il fantasma della «mafia di San Gallo». Un gruppo massonico di vescovi e cardinali erano soliti convenire ogni anno nei pressi della cittadina svizzera per contenere la svolta conservatrice di Benedetto XVI, per favorire poi le sue dimissioni e, infine, per eleggere papa Francesco, portatore delle istanze riformatrici e liberali.

Ecco i nomi di alcuni dei congiurati: Ivo Fürer (vescovo di San Gallo, Svizzera), Godfried Danneels (Bruxelles, Belgio), Karl Lehmann (Magonza, Germania), Audrys Juozas Bačkis (Vilnius, Lituania), Adrianus van Luyn (Rotterdam, Olanda), Walter Kasper (allora a Stoccarda, Germania), Murphy O’Connors (Londra, Gran Bretagna), Achille Silvestrini (Roma, Italia) e Carlo Maria Martini (Milano, Italia). Altri vescovi e cardinali hanno in anni diversi partecipato ai lavori.

Fallito il tentativo il tentativo di eleggere Bergoglio come successore di Giovanni Paolo II (2005) con una manovra tattica per veicolare i consensi su Ratzinger e impedire l’elezione di Camillo Ruini, il gruppo di pressione convince successivamente Benedetto XVI alle dimissioni e giunge infine ad eleggere papa Francesco. Il suo progetto pastorale è quello della «mafia di San Gallo».

Scovare il colpevole

Il racconto ha il tratto dei gialli polizieschi, fantasioso e sicuro nei suoi intrecci quanto improbabile nella realtà. Manca solo la presenza del maggiordomo e del liquore col veleno. Una decina di cardinali (su 120) non elegge un papa, il loro ritrovarsi era noto e sostenuto da papa Ratzinger, i vescovi e alcuni dei cardinali non erano presenti al conclave del 2013, confligge col racconto di Bergoglio relativamente alla sua elezione e con quello di Ratzinger sulle sue dimissioni, non si armonizza con la stima reciproca fra Martini e Ratzinger e l’azione pastorale di Francesco profuma di Aparecida (la riunione dei vescovi latinoamericani nel 2007) più che delle brezze di San Gallo. Ma tant’è.

È uscita da pochi mesi un libro dell’editorialista americana Julia Meloni (The Sankt Gallen Mafia. Exposing the Secret Reformist Group Wirhin the Church) che riprende le tesi già proposte ne Il papa dittatore (di Marcantonio Colonna, pseudonimo di Henzy Sire) nel 2017. Meloni indica nella teologia di Karl Rahner l’ispirazione e come gestori degli incontri annuali e delle manovre ecclesiastiche prima Martini e poi Silvestrini.

Una preparazione remota è vista nell’azione del Consiglio delle conferenze episcopali europee (CCEE) prima di assumere la forma ufficiale che oggi riveste. Si attribuisce a Martini un ruolo decisivo per convincere Benedetto XVI a dimettersi. L’indirizzo liberale e riformatore dei congiurati è tenace e paziente, come si è visto in Amoris laetitia a proposito della comunione ai divorziati. «Anche se non abbiamo ancora una soluzione sovversiva alla questione del celibato sacerdotale, il modus operandi dei rivoluzionari è di andare avanti gradualmente e furbescamente.

Non è chiaro se avranno effettivamente abbastanza tempo per portare a termine i loro piani… Anche se al momento la “mafia” non si incontra segretamente dietro le quinte, il suo spirito rimarrà alla luce del sole, specialmente perché papa Francesco ha nominato molti dei cardinali che sceglieranno il suo successore» (intervista a J. Meloni apparsa su Dies Irae e ripresa da molti blog e siti tradizionalisti).

Da qualche settimana è nelle librerie un libro a cura di Marco Vergottini, La settima stanza del cardinale. L’eredità di Carlo Maria Martini. Raccoglie una serie di 24 testimonianze ragionate sulla spiritualità del cardinale. In una di queste, a firma di Giovanni Giudici, vescovo emerito di Pavia ed ex vicario generale a Milano con Martini, si racconta dell’ultimo incontro di Martini a San Gallo. Lontanissimo dal voler rispondere ai pretesi complotti sposati dai tradizionalisti e preoccupato solo di evidenziare la ricerca spirituale del cardinale, il racconto risulta assai credibile nel ricostruire il clima di quelle giornate.

“Non recuso laborem”

«Un’abbazia posta nella Svizzera interna era stata scelta come luogo adatto per incontrarsi tra vescovi e vivere qualche giorno di preghiera e confronto sui temi della vita della Chiesa. Chi chiamava all’incontro era il cardinale Danneels. Egli, primate del Belgio, aveva parlato al papa, Benedetto XVI, dell’iniziativa, aveva ricevuto un incoraggiamento, e così per alcuni anni si svolgeva un incontro di quattro giorni che radunava una decina di vescovi.

Il cardinale Martini era stato sempre invitato, e partecipava mettendo in comune la sua esperienza pastorale e la sua conoscenza della vita della Chiesa, sia quella presente in Europa, sia quella che aveva incontrato più volte in occasione di predicazione di esercizi spirituali in paesi dell’Asia e dell’Africa. Gli incontri erano spazio per la preghiera in comune e per un confronto su temi scelti di volta in volta; riflessioni sui laici, sulla struttura della Chiesa e altro ancora. Dal 16 al 20 aprile 2012 si tenne l’ultimo incontro a cui partecipò il cardinale Martini. Come nelle occasioni precedenti, estese anche a me l’invito.

Il fisico del già arcivescovo di Milano era molto provato dalla malattia che lo segnava da alcuni anni. Si recò in Svizzera, partendo da Gallarate in ambulanza, perché non poteva viaggiare in una macchina normale. Nei momenti di incontro e di confronto, anch’egli prendeva la parola. Talvolta era difficile comprendere appieno che cosa intendeva comunicare al gruppo. Data la presenza di alcuni vescovi del Centro e del Nord Europa egli, nel tentativo di farsi capire, comunicava in tedesco, invece di esprimersi in italiano… In quell’aprile del 2021 Carlo Maria Martini soffriva da anni di una forma di malattia che riduceva di giorno in giorno la sua capacità di gestire in autonomia la sua persona. Poi venne la difficoltà sempre maggiore a comunicare».

Il racconto di mons. Giudici poi prosegue per una riflessione sulla prova della fede nel momento supremo della preparazione alla morte. Una testimonianza più vicina al racconto della morte di san Martino di Tours, fissata nelle lettere di Sulpicio, che non alle fantasie complottiste di credenti impauriti e abbarbicati alle tradizioni ecclesiastiche dell’Ottocento antigiacobino.

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