La Santa Sede al Consiglio d’Europa

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Intervento dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati, pronunciato a Strasburgo martedì 7 gennaio al convegno “Costruire l’Europa insieme – 50 anni della Santa Sede al Consiglio d’Europa”.

Quale visione dell’Europa oggi? La celebrazione del cinquantesimo anniversario della presenza della Santa Sede nel Consiglio d’Europa, in questa facoltà di Teologia dell’Università di Strasburgo, mi offre l’opportunità e il piacere di condividere con voi alcuni spunti di riflessione sulla visione cattolica e cristiana di questo Continente. Le mie parole s’ispireranno non solo all’esperienza internazionale degli anni passati, ma anche alla soprannaturale saggezza e agli orientamenti di papa Francesco, che guida l’azione e la missione della Chiesa nel mondo attuale.

L’anno 2020 ci rimanda anche al settantesimo anniversario della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che fu adottata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, il 4 novembre 1950, e che costituisce una vera pietra d’angolo per la protezione delle persone da ogni violazione dei diritti umani. Al pari della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, questa Convenzione Europea è all’origine dei successivi strumenti internazionali e regionali, ognuno dei quali ha declinato aspetti singolari relativi ai diritti umani. Si è così forgiata, nel corso degli anni, una certa identità europea basata su valori condivisi che trascendono le diversità culturali.

santa sede al consiglio d'europa

Diritti umani e democrazia

La Convenzione Europea dei diritti dell’uomo costituisce anche un punto di riferimento per le attività del Consiglio d’Europa, le cui principali funzioni sono appunto legate alla protezione dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto. Papa Francesco, nel Discorso che ha rivolto al Consiglio d’Europa, proprio qui a Strasburgo, il 25 novembre 2014, ricordava: “La strada scelta dal Consiglio d’Europa è anzitutto quella della promozione dei diritti umani, cui si lega lo sviluppo della democrazia e dello stato di diritto. È un lavoro particolarmente prezioso, con notevoli implicazioni etiche e sociali, poiché da un retto intendimento di tali termini e da una riflessione costante su di essi dipende lo sviluppo delle nostre società, la loro pacifica convivenza e il loro futuro” (Discorso al Consiglio d’Europa, Strasburgo, 25 novembre 2014).

Se oggi vogliamo offrire una visione dell’Europa, mi sembra giusto cominciare affermando che non esiste ancora una percezione unica dell’Europa, neppure dal punto di vista del progetto da realizzare. Ogni Nazione ha una sua propria visione dell’Europa. E sono molte, all’interno di ogni paese, le immagini che ci si fa dell’Europa o che si vorrebbe già poter considerare come facenti parte integrante della storia.

Alcuni, in maniera probabilmente un po’ negativa, vedono oggi l’Europa come un “essere soprannazionale senza anima e senza cuore”. Altri denunciano il fatto che il nostro tempo ha ormai operato una sostituzione, non solo tra ciò che è obiettivo e soggettivo, ma anche tra la sana razionalità e la volontà particolare della persona al potere o del gruppo da cui dipende il destino di tanti altri esseri umani. Il bene e il male in definitiva sono determinati dal diritto, i decreti o la legge della maggioranza.

Accantoniamo questa visione pessimista. Per quel che mi riguarda, vorrei presentarvi oggi un’idea dell’Europa che non prescinda dal suo fondamento e dalle sue radici cristiane. A tale fine mi limiterò a esporre, senza tuttavia svilupparle in maniera completa ed esaustiva, alcune idee di un progetto di costruzione europea che non valgono solo per i cattolici o i cristiani in generale, ma che possono costituire anche elementi di riflessione per ogni persona di buona volontà. Pretendere fin d’ora che una tale presentazione dell’Europa sia accettata da tutti sarebbe indubbiamente un po’ perentorio. Nondimeno potrà servire alla discussione e al dialogo. È questo, di fatto, l’obiettivo annunciato di queste tre giornate di “dialogo” interdisciplinare.

Dignità della persona umana

I diritti umani e la dignità umana costituiscono uno dei temi che riveste la massima importanza per la Santa Sede. È anche uno degli ambiti principali dell’attività del Consiglio d’Europa. Si tratta infine di una questione divenuta fondamentale per la vita della comunità stessa “fino a configurarsi come una componente che condiziona direttamente la vita delle persone, delle famiglie, dei gruppi, dei popoli, degli Stati e della Comunità Internazionale nel suo insieme” (V. Buonomo, Prospettive dei diritti umani a cinquant’anni dalla Dichiarazione Universale, in Pontificio Consiglio per la Famiglia, Diritti dell’uomo: famiglia e politica, p. 34).

I diritti umani costituiscono un elemento essenziale per la maggior parte delle comunità umane e dei popoli, al punto da essere chiaramente affermati in ogni ordinamento giuridico interno, al fine di orientare verso il bene e la giustizia le relazioni non solo tra le persone, ma anche tra le persone e gli Stati, e tra gli Stati stessi.

I diritti umani costituiscono, a nostro parere, un patrimonio fondamentale di cui ogni persona è dotata. Un’analisi semantica dell’espressione ci fa comprendere che si tratta di diritti connessi alla natura stessa della persona umana e che ogni individuo ne è titolare, in virtù della sua natura umana, a prescindere dalla razza, l’etnia, il sesso, l’opinione, la nazionalità o la religione. Basta questo per affermare che è dunque necessario riconoscere gli stessi diritti a ognuno dei membri del genere umano, e per affermare l’universalità stessa dei diritti in questione.

Ne consegue che i diritti umani non sarebbero considerati come la risultante dell’azione positiva di qualche ordinamento statuale od organizzazione internazionale, ma costituiscono una componente intrinseca della dignità umana, nonché una ricchezza universale e inscindibile di ogni essere umano.

In questo ambito, la Santa Sede, con la sua presenza attiva in seno alla Comunità internazionale, ha contribuito e contribuisce ancora alla formazione del corpus giuridico internazionale che protegge e garantisce ogni diritto fondamentale della persona umana attraverso norme particolari. Queste rimandano alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e alla Convenzione Europea, che hanno costituito tappe chiave e restano il fondamento delle produzioni normative successive.

Tale missione è stata ricordata con forza e serenità da papa Francesco al Consiglio d’Europa: “La Chiesa cattolica […] può collaborare con il Consiglio d’Europa e dare un contributo fondamentale… Innanzitutto vi è […] l’ambito di una riflessione etica sui diritti umani, sui quali la vostra Organizzazione è spesso chiamata a riflettere. Penso, in modo particolare, ai temi legati alla tutela della vita umana, questioni delicate che necessitano di essere sottoposte a un esame attento, che tenga conto della verità di tutto l’essere umano, senza limitarsi a specifici ambiti medici, scientifici o giuridici” (Francesco, Discorso al Consiglio d’Europa, Strasburgo, 25 novembre 2014).

Detto ciò, siamo consapevoli che una delle sfide attuali nel dibattito sui diritti umani è rappresentata da “un numero crescente di paesi, popoli e gruppi con la loro cultura e identità proprie, portatori di concezioni alternative e spesso antitetiche rispetto a quelle che sono definite nel contesto internazionale” (V. Buonomo, Prospettive dei diritti umani, pp. 38-39). In tale contesto, la Santa Sede partecipa attivamente allo sviluppo della riflessione sui diritti umani e lo fa in diversi modi.

Anzitutto si adopera affinché la Comunità Internazionale protegga, in maniera sempre più efficace, la dignità dell’uomo; a tal fine propone una visione antropologica e teologica secondo la sua missione che è di “manifestare il mistero di Dio, il quale è il fine ultimo dell’uomo, essa al tempo stesso svela all’uomo il senso della sua propria esistenza, vale a dire la verità profonda sull’uomo” (Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione pastorale conciliare sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, n. 41, in EV 1/1446).

In secondo luogo, la Santa Sede s’impegna a favore della protezione dei diritti umani, attraverso strumenti giuridici, aderendo direttamente a Convenzioni Internazionali che possono enunciare misure specifiche su un diritto particolare o su un insieme di diritti fondamentali della persona umana. Conformandosi alla sua natura e alla sua missione propria, la Santa Sede è in grado di adattarsi a tutte le disposizioni fissate, sia adeguando le sue norme interne, sia promuovendo la protezione dei diritti umani attraverso i suoi insegnamenti magisteriali.

Notiamo tuttavia che, accanto a motivi che inducono la Santa Sede ad aderire a questi strumenti vincolanti, si presentano anche occasioni per il suo intervento indiretto, non solo al fine di contribuire ad arricchire i dibattiti, ma talvolta anche quando formulazioni o idee avanzate si rivelano contraddittorie rispetto alla sua natura particolare e i suoi fini religiosi specifici, oppure quando contrastano con una visione antropologica rispettosa della dignità della persona umana e dei suoi diritti inscritti nella natura.

L’insegnamento della Chiesa sulla questione dei diritti umani e della dignità della persona umana si è sviluppato in modo significativo dall’inizio dello scorso secolo. Lo testimoniano gli interventi numerosi e circostanziati della Santa Sede durante i suoi cinquant’anni di presenza nel Consiglio d’Europa!

Inoltre il Magistero ecclesiale si è mostrato sempre più preoccupato e pronto ad affrontare le questioni sociali che la storia dell’umanità reca in sé, passando da un’accoglienza inizialmente prudente, attraverso missioni di osservazione, a un sostegno, costante, fino a “optare per un impegno a favore della promozione e della difesa dei diritti umani come facenti parte integrante della missione della Chiesa, e così vedere nella Chiesa stessa la custode della dignità umana e dei diritti autentici che ne conseguono e che sono caratterizzati dal sigillo dell’universalità e dell’indivisibilità” (G. Filibeck, L’universalità e l’indivisibilità, p. 29).

Il principio cardine a partire dal quale la riflessione dottrinale si è approfondita è incentrato sull’origine della persona umana creata a immagine di Dio e salvata da Cristo. È proprio per proteggere l’uomo nella sua inviolabile dignità che la Chiesa cattolica si è erta ad ardente difensore dei diritti dell’uomo. La Chiesa è in effetti capace di offrire una visione armoniosa nella quale i diritti sono controbilanciati da relativi doveri. Nella Creazione, Dio Creatore e Signore, ha conferito a ogni persona umana, uomo o donna, la stessa alta dignità. Essi sono fatti a immagine e somiglianza di Dio stesso. E ciò le consente di comprendere la nostra visione —- molto elevata — della dignità della persona umana.

Quando parliamo del rispetto della dignità della persona umana, è bene chiedersi subito quale filosofia, quale psicologia, quale cultura, quale religione può offrire i principi sui quali si fonda la verità della persona umana. È solo da una definizione autentica della persona umana che si deducono le regole che corrispondono a questa stessa dignità umana e la esprimono.

Diviene allora più che evidente che la nostra fede nella dignità dell’uomo cresce conformemente alla nostra più grande conformazione alla verità divina e nella nostra fede in Dio. La missione cristiana autentica sarà sempre quella che testimonierà la dignità umana, mostrandosi capace di sacrifici per il bene della persona umana. Poiché, come ha affermato Papa Francesco durante l’ultimo Forum delle Ong d’ispirazione cattolica che si è tenuto lo scorso dicembre, “il mondo di oggi esige nuova audacia e nuova immaginazione per aprire altre vie di dialogo e di cooperazione, per favorire una cultura dell’incontro, dove la dignità dell’umano, secondo il piano creatore di Dio, sia posta al centro” (Discorso del Santo Padre Francesco ai Partecipanti al Forum Mondiale delle Ong di Ispirazione Cattolica, Vaticano, 7 dicembre 2019).

Approccio educativo

Potremo parlare di visione educativa solo se sappiamo chi è l’uomo, la donna. Una volta stabilite l’essenza, la natura, la verità terrena e spirituale della persona umana, l’educazione riveste un solo significato: prendere un bambino e guidarlo di modo che la sua natura possa dischiudersi e realizzarsi pienamente. L’uomo per natura è un essere in divenire e in perpetuo sviluppo. È in cammino verso l’eternità per la sua vocazione soprannaturale. È chiamato ad andare più lontano, sempre più lontano, per vocazione naturale.

Il tema dell’educazione è al centro delle preoccupazioni pastorali del Santo Padre, al punto che lui stesso ha deciso di organizzare un incontro mondiale a Roma, il 14 marzo prossimo, per “‘ricostruire il patto educativo globale’: un incontro per ravvivare l’impegno per e con le giovani generazioni, rinnovando la passione per un’educazione più aperta ed inclusiva, capace di ascolto paziente, dialogo costruttivo e mutua comprensione. Mai come ora, c’è bisogno di unire gli sforzi in un’ampia alleanza educativa per formare persone mature, capaci di superare frammentazioni e contrapposizioni e ricostruire il tessuto di relazioni per un’umanità più fraterna” (Francesco, Messaggio per il Lancio del Patto educativo, Vaticano, 12 settembre 2019).

Questa proposta del Papa si rivolge a tutti coloro che, a diverso titolo, operano nel campo dell’educazione, a tutti i livelli disciplinari e di ricerca, e che si sforzano con coraggio di mettere la persona al centro. “Vi invito a promuovere insieme e attivare, attraverso un comune patto educativo, quelle dinamiche che danno un senso alla storia e la trasformano in modo positivo” (Ibid).

Approccio migratorio

Nella storia dei popoli, le migrazioni sono sempre state un bene per l’umanità. Nei secoli passati si è trattato di migrazioni legate alle conquiste, ma anche alla deportazione. Le occupazioni hanno sempre comportato una moltitudine di vittime e di devastazioni. Spesso civiltà e culture sono state annientate e nuove sono state costruite. Resta il fatto che la storia è fatta di migrazioni. E le migrazioni fanno parte anche della nostra storia contemporanea e moderna; interessano in particolare numerosi paesi della nostra cara Europa.

È senza dubbio giunto il momento di porsi la domanda: chi sono i migranti? E Papa Francesco vi risponde chiaramente: sono i “nostri fratelli e sorelle che cercano una vita migliore lontano dalla povertà, dalla fame, dallo sfruttamento e dall’ingiusta distribuzione delle risorse del pianeta, che equamente dovrebbero essere divise tra tutti. Non è forse desiderio di ciascuno quello di migliorare le proprie condizioni di vita e ottenere un onesto e legittimo benessere da condividere con i propri cari?” (Francesco, Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2016, “Migranti e rifugiati ci interpellano. La risposta del Vangelo della misericordia”, 17 gennaio 2016).

La voce del Santo Padre si leva sempre in difesa delle persone che si sentono costrette a lasciare il proprio paese di origine e a chiedere lo status di rifugiato. Il suo appello alla Comunità Internazionale è sempre stato pressante e accompagnato da indicazioni concrete. “È assolutamente necessario, pertanto, affrontare nei Paesi d’origine le cause che provocano le migrazioni.

Questo esige, come primo passo, l’impegno dell’intera Comunità internazionale ad estinguere i conflitti e le violenze che costringono le persone alla fuga. Inoltre, si impone una visione lungimirante, capace di prevedere programmi adeguati per le aree colpite da più gravi ingiustizie e instabilità, affinché a tutti sia garantito l’accesso allo sviluppo autentico, che promuova il bene di bambini e bambine, speranze dell’umanità” (Francesco, Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2017, “Migranti minorenni, vulnerabili e senza voce”, 15 gennaio 2017).

A mio avviso, se si vuole affrontare la questione delle migrazioni in modo adeguato, certi principi meritano oggi di essere affermati con chiarezza. Al tempo stesso occorre superare una serie di malintesi. Ne ricorderò alcuni.

Un primo malinteso sta nell’idea di un’assimilazione intesa come una rinuncia alla propria identità per assumere l’identità del popolo nel quale ci si stabilisce e con il quale si vive.

Un secondo malinteso riguarda l’idea di una chiusura dei migranti in se stessi e nella loro identità. Al contrario, è opportuno favorire l’incontro e l’arricchimento reciproco tra i diversi “mondi” che la migrazione mette in contatto.

Un terzo malinteso porta a pensare che nel fenomeno migratorio si debba rinunciare alla propria identità per rispetto verso le altre identità. Ciò costituisce un rischio in ogni convivenza civile. Di fatto, laddove l’uomo non riesce a esprimersi liberamente, per timore di offendere la sensibilità dell’altro, si assiste a un fenomeno di allineamento sul minimo comune denominatore, e si finisce col creare una società amorfa, priva d’ideali, e che può facilmente ritrovarsi alle prese con le “passioni” del momento.

Al contrario, nel Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato da Papa Francesco ad Abu Dhabi, lo scorso febbraio, si afferma che: “La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani.

Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano” (Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato durante il Viaggio Apostolico di Papa Francesco negli Emirati Arabi Uniti, 3-5 febbraio 2019).

Infine c’è anche il rischio molto concreto che il fenomeno della migrazione si svolga in modo selvaggio e divenga terreno fertile per il traffico di esseri umani, lo sfruttamento dei migranti stessi e il loro reclutamento all’interno di gruppi criminali.

È evidente che non si tratta di problemi che si possono risolvere con la semplice conclusione di un accordo o l’enunciazione di una legge. È assolutamente necessario un impegno profondo, esteso, universale, al fine di creare una mentalità nuova, poiché il rischio di una migrazione senza umanità resta molto elevato.

Approccio interreligioso

Il rispetto è la parola chiave per una convivenza mondiale basata sul rispetto della differenza e la libertà religiosa. Papa Francesco lo ha espresso in questi termini nel 2013: “Il futuro sta nella convivenza rispettosa delle diversità, non nell’omologazione ad un pensiero unico teoricamente neutrale. Abbiamo visto a lungo la storia, la tragedia dei pensieri unici. Diventa perciò imprescindibile il riconoscimento del diritto fondamentale alla libertà religiosa, in tutte le sue dimensioni” (Francesco, Discorso ai partecipanti all’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per il dialogo Interreligioso, Vaticano, 28 novembre 2013).

È dunque necessario essere sempre attenti a questi tentativi di utilizzare la religione come un pensiero ideologico unico. Ne conseguirebbe facilmente una strumentalizzazione della religione stessa. Basti pensare al triste flagello del terrorismo promosso “in nome di Dio”, che porta tanta distruzione, massacri e vittime innocenti. Un simile messaggio è letteralmente l’opposto di quello che le religioni — tutte le religioni in quanto tali — propongono. Papa Francesco ha più volte ribadito che uccidere in nome di Dio è la menzogna più grande che l’uomo possa proferire.

Ritroviamo questa idea espressa anche nel Documento sulla Fratellanza umana di Abu Dhabi: “Per questo noi chiediamo a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione. Lo chiediamo per la nostra fede comune in Dio, che non ha creato gli uomini per essere uccisi o per scontrarsi tra di loro e neppure per essere torturati o umiliati nella loro vita e nella loro esistenza. Infatti Dio, l’Onnipotente, non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il Suo nome venga usato per terrorizzare la gente”.

Il Documento esorta alla fratellanza universale, ma anche all’adesione a un impegno comune, affinché sia messo in atto ogni mezzo possibile per promuovere, a tutti i livelli, la cultura dell’incontro, del dialogo, della pace e del rispetto. Ad Abu Dhabi è stato così compiuto un passo importante, ma il cammino da percorrere resta ancora lungo.

Approccio interculturale

Guardando alla storia, è opportuno ricordare l’incontro e lo scontro tra la cultura romana e la cultura greca. Questo è ben racchiuso nella celebre frase di Orazio: “Graecia capta ferum victorem cepit et artes intulit agresti Latio”. La Grecia, conquistata, conquistò il rozzo vincitore e portò le arti nell’incolto Lazio.

Le culture sono la vera ricchezza dell’umanità, ma hanno sempre bisogno di essere purificate dalle distorsioni che di tanto in tanto le minacciano. Oggi, la cultura dell’effimero e di morte s’impone con forza. In un simile contesto, la cultura dell’illegalità, la cultura mafiosa, ma anche la cultura dell’intolleranza e della discriminazione trovano ancora un terreno fertile.

È dunque necessario tener conto di questi elementi nella nostra visione dell’Europa attuale. Papa Francesco, durante la sua visita al Consiglio d’Europa, ha ricordato l’importanza dell’apporto e della responsabilità dell’Europa per lo sviluppo culturale dell’umanità: “L’Europa deve riflettere se il suo immenso patrimonio umano, artistico, tecnico, sociale, politico, economico e religioso è un semplice retaggio museale del passato, oppure se è ancora capace di ispirare la cultura e di dischiudere i suoi tesori all’umanità intera. Nella risposta a tale interrogativo, il Consiglio d’Europa con le sue istituzioni ha un ruolo di primaria importanza” (Francesco, Discorso al Consiglio d’Europa).

Approccio etico

Oggi percepiamo l’idea — sempre più diffusa — secondo la quale ormai sarebbe la legge a determinare ciò che è etico, e non più l’etica a ispirare la legge. L’etica si ritrova spesso ridotta a un semplice consenso, prescindendo dall’indispensabile legame con la natura umana. Passando da un’etica fondata sulla natura a un’etica fondata sulla volontà, l’uomo si ritrova sottratto alla natura, alla verità sulla sua natura e alla verità sul fine per il quale è stato creato.

In tale contesto, i cristiani hanno un ruolo particolarmente importante da svolgere in Europa. Attraverso la loro testimonianza in seno alla società, possono ricordare il fondamento etico che deve guidare il nostro agire nel mondo. Questo deve in effetti essere orientato all’edificazione del bene comune che, come dice Papa Francesco, è il “bene a cui tutti gli uomini aspirano, e non esiste sistema etico degno di questo nome che non contempli tale bene come uno dei suoi punti di riferimento essenziali” (Discorso ai Partecipanti al Seminario: “Il Bene Comune nell’era digitale”, Vaticano, 27 settembre 2019).

Ciò presuppone che il fondamento etico sia ancorato nell’oggettività della natura, piuttosto che nella soggettività della volontà del legislatore, o peggio ancora, nella corrente dominante. È solo a partire da questa obiettività e dall’assiologia che ne consegue che si potranno evitare le derive che si producono laddove la visione della realtà è perfettamente uguale e intercambiabile con le altre, con la conseguenza che si potrà tendere a far prevalere un approccio sugli altri, persino con mezzi violenti, come la storia dello scorso secolo tristemente ci ricorda.

Approccio politico

La politica attuale è divisa tra mille idee e progetti. È vero che alcune grandi idee unificatrici permettono ancora di aderire a un partito, ma i partiti stessi si trovano ormai in un’agitazione costante.

Sarebbe opportuno riscoprire il principio base, essenziale e di fondo che deve guidare l’azione di ogni personalità politica, in altre parole, la responsabilità che gli è propria, dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini, per ognuna delle sue parole, delle sue azioni e delle sue misure legislative o decisioni riguardo al governo del popolo. Anche in questo ambito si corre il rischio che l’autorità sia vissuta solo come la ricerca di vittorie e di consensi.

Chi governa è chiamato a dare prova della saggezza di Salomone, ossia di “un cuore docile” che sappia rendere giustizia al popolo e distinguere il bene dal male (cfr. 1 Re, 3, 9). È questa la via fondamentale per costruire la pace alla quale il mondo aspira oggi più che mai, e che deve figurare tra gli obiettivi principali di ogni autorità politica. Papa Francesco l’ha affermato con grande vigore nel suo recente messaggio per la pace: “Aprire e tracciare un cammino di pace è una sfida, tanto più complessa in quanto gli interessi in gioco, nei rapporti tra persone, comunità e nazioni, sono molteplici e contraddittori.

Occorre, innanzitutto, fare appello alla coscienza morale e alla volontà personale e politica. La pace, in effetti, si attinge nel profondo del cuore umano e la volontà politica va sempre rinvigorita, per aprire nuovi processi che riconcilino e uniscano persone e comunità. Il mondo non ha bisogno di parole vuote, ma di testimoni convinti, di artigiani della pace aperti al dialogo senza esclusioni né manipolazioni” (Francesco, Messaggio per la celebrazione della liii Giornata Mondiale della Pace, La Pace come cammino di speranza: Dialogo, Riconciliazione e Conversione ecologica, 1° gennaio 2020).

Il mondo vive come spezzato e schiacciato dalle sue chiusure e dalle sue polarizzazioni, lontano dai valori universali e naturali che Dio ha messo nel cuore di ogni persona umana.

Costruire insieme l’Europa

Per ricostruire insieme l’Europa, abbiamo bisogno di unità. Occorre riscoprire l’unità che è alla base stessa della vita della persona umana. L’unità tra la persona umana e l’etica, tra la persona umana e la politica, tra la persona umana e il lavoro, tra la persona umana e ogni altra attività che svolge sotto il sole.

Spesso trascuriamo il fatto che la persona umana è al tempo stesso anima, spirito e corpo. Come il corpo vive e si evolve, lo stesso vale per lo spirito e l’attività dell’anima. La persona umana oggi, in questa Europa, ma anche, più in generale, in questo mondo, è chiamata a riflettere la bellezza di questa evoluzione unitaria.

Facciamo sì che la persona umana possa ritrovare il suo volto autentico. È l’auspicio che formulo; ed è anche quello di Papa Francesco: “Europa ritrova speranza quando l’uomo è il centro e il cuore delle sue istituzioni […] Affermare la centralità dell’uomo significa anche ritrovare lo spirito di famiglia, in cui ciascuno contribuisce liberamente secondo le proprie capacità e doti alla casa comune […] L’Europa ritrova speranza nella solidarietà […] L’Europa ritrova speranza quando non si chiude nella paura di false sicurezze […] L’Europa ritrova speranza quando investe nello sviluppo e nella pace […] L’Europa ritrova speranza quando si apre al futuro” (Francesco, Discorso ai Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea riuniti in Italia in occasione del 60° anniversario dei Trattati di Roma, Vaticano, 24 marzo 2017).

In occasione di questo cinquantenario della presenza della Santa Sede nel Consiglio d’Europa, vorrei infine ribadire quel voto che ci è tanto caro: che insieme possiamo aprirci al futuro per continuare, nonostante i venti contrari, a costruire la nostra cara Europa!

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