Le piaghe della Chiesa e la tentazione del feudalesimo ieri e oggi

di:

rosmini piaghe

Relazione tenuta il 24 agosto da mons. Nunzio Galantino, dal 2018 presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, al Simposio rosminiano 2021 “Tra Cesare e Dio. La cultura del risorgimento a 150 anni da Porta Pia”.

Le fanfare dei bersaglieri hanno ceduto il passo al pensiero meditante, in un’occasione certamente importante per la Chiesa e il nostro Paese, tale da stimolare una riflessione, che anche recenti eventi hanno reso attuale e cogente. Il 20 settembre 1870 è stato un momento “cruciale” per la vita degli italiani e dei credenti-cattolici, un momento che ha imposto, purtroppo dall’esterno, la necessità di un ripensamento della comunità ecclesiale e del suo essere-nel-mondo.

Tale processo di “conversione” era già in qualche modo iniziato nel luglio dello stesso anno con la celebrazione di quello che J.H. Newman chiama il “Concilio [Vaticano I] incompiuto”, non solo perché interrotto. Al di là di certa storiografia laicista, che ritiene la promulgazione del dogma dell’infallibilità e del primato del romano Pontefice come una sorta di rivincita rispetto alla perdita, ormai imminente, del potere temporale, con sensus Ecclesiae più profondamente teologico, la vicenda si può leggere e interpretare come l’inizio di un cammino di “purificazione” e di “spiritualizzazione” della figura del vescovo di Roma e dell’autorità nella Chiesa.

L’esito di questo accidentato e non sempre lineare percorso lo avremmo potuto vivere nel Concilio Vaticano II, di cui maestri come Newman e Rosmini sono considerati a giusto titolo precursori e profeti.

Oltre la pur rilevante dimensione politica, dovremmo cercare di cogliere la valenza culturale e teologica di quel momento storico. La breccia è metafora del farsi strada della modernità nella Chiesa, con tutti i traumi (si pensi alle vicende del modernismo) e il fascino che questo incontro/scontro ha prodotto e ancor oggi genera.

Antonio Rosmini aveva già in qualche modo profeticamente intravisto e descritto il trauma e la necessità di un’autentica conversione ecclesiale, fin dagli anni ’30 del XIX secolo, periodo della stesura delle Cinque piaghe, opera che incautamente pubblicherà nel 1848 e che sarà messa all’indice nell’anno successivo e di cui mi sono prevalentemente occupato a livello di ricostruzione e di edizione critica, nell’ultima versione voluta dal suo Autore.

L’attualità delle Cinque piaghe

L’attualità delle piaghe e del pensiero rosminiano è stata di recente messa in luce in due articoli di Pino Lorizio, apparsi su Famiglia cristiana in occasione della pandemia e dell’anniversario che stiamo ricordando[1].

La riflessione che intendo proporre questa sera, mentre tiene conto di questi spunti di attualità, intende tuttavia dispiegarsi a partire da due espressioni che rinveniamo nelle Cinque piaghe, relative alla tentazione del feudalesimo:

«Il feudalismo fu l’unica, o certo la principalissima fonte di tutti i mali [della Chiesa]” (§ 130) e in tal senso offre la possibilità di una lettura trasversale delle piaghe».

«Il feudalismo in gran parte è caduto, e va via più dileguandosi in presenza dell’incivilimento delle nazioni, come le ombre si fuggono a’ raggi della luce: la Chiesa non ha più feudi. Ma al feudalismo sopravvivono i suoi principj legali, le sue abitudini, il suo spirito: la politica de’ governi s’ispira ad esso, i codici moderni hanno ereditato dal medio evo una sì infausta eredità» (§132).

Per facilitare la lettura trasversale delle piaghe alla luce del feudalesimo si riproduce lo schema delle stesse:

Carattere della Chiesa              Piaga Causa Rimedio
             Unità divisione del popolo dal clero nel pubblico culto mancata istruzione liturgica dei fedeli e cessazione dell’uso del latino come lingua viva diffusione dello studio del latino e di traduzioni dei libri liturgici
            Verità insufficiente formazione del clero abdicazione dei vescovi dall’ufficio di maestri azione riformatrice ed educatrice del clero da parte dell’episcopato
            Carità disunione dei vescovi tra loro e col Papa attaccamento dei vescovi al proprio potere e ambizione personale rinuncia dei vescovi ai loro privilegi e ritorno agli uffici meramente pastorali
            Libertà vescovi burocrati nomina dei vescovi abbandonata al potere statale riunione del Collegio episcopale col Papa e ripristino delle nomine episcopali da parte della S. Sede senza intrusioni di sorta
           Povertà ricchezza ovvero servitù dei beni ecclesiastici feudalesimo distacco dai beni temporali

Sebbene la trattazione specifica del “feudalismo” si rinvenga precipuamente nell’esposizione della IV e soprattutto della V piaga, Rosmini stesso applica tale categoria storica all’intero percorso. Anche con il sussidio di Jacques Le Goff (La civiltà dell’Occidente medievale, Einaudi, Torino 1971) possiamo mettere in luce, previamente i tre passaggi storiografici che hanno caratterizzato l’uso del termine a partire 1) dal contesto giuridico inglese, cui segue 2) l’accezione propriamente politica, per giungere 3) alla forma mentis, ovvero alla mentalità feudale, dalla quale Rosmini ci metteva in guardia.

Il feudalesimo come mentalità

Tale mentalità si rinviene nella prima piaga della Santa Chiesa, ovvero la separazione del clero dal popolo, in particolare nel culto. Il Roveretano così si esprime: «in quant’è signoria, egli divise il Clero dal popolo (Piaga I), e spezzò in due parti il Clero stesso, che chiamaronsi ingiuriosamente alto e basso Clero, sostituendo alla relazione di padre e figlio, che l’annodava, quella di signore e suddito che lo disnoda: onde la negletta educazione del clericato (II piaga)» (§ 130).

Quanto sia presente tale mentalità nell’oggi della Chiesa, che peraltro risulta nemica del Vaticano II, lo mostra ampiamente il recente pronunciamento di papa Francesco sulla messa secondo il rito tridentino[2].

La forma mentis feudale soggiace e sopravvive nella seconda piaga: l’insufficiente educazione del clero. Ci sarebbe da domandarsi a chi giova l’ignoranza dei preti e del clero in genere: certamente al laicismo che, facendo leva su di essa, può facilmente dimostrare che la fede cristiana appartiene all’oscurantismo culturale, ma anche ahinoi! a diversi membri dell’episcopato, che preferiscono, proprio con atteggiamento feudale avere un clero non pensante ma obbediente, per cui molto spesso il prete che vuole studiare lo fa a proprio rischio e pericolo.

Eppure non sarebbe difficile mostrare il ruolo culturale di tanti parroci, ad esempio nelle periferie delle grandi città o in paesi sperduti, ove l’unica struttura appunto culturale è stata e spesso è ancora la parrocchia. Del resto, se la Chiesa è ospedale da campo, allora ha bisogno di investire nella ricerca, perché la clinica ha bisogno del laboratorio[3].

Nella piaga del costato (la divisione fra i vescovi) la mentalità feudale si insinua come atteggiamento di chi pensa la propria diocesi come appunto un feudo e l’episcopato come un privilegio e un premio. Scrive Rosmini: «entrata la divisione nell’alto Clero, cioè ne’ Vescovi fra di loro, dimentichi della fraternità, memori della gelosia signorile sì per proprio conto che pel conto del principe, al cui vassallaggio appartenevano, rimanendo così ciascun Vescovo e separato dal popolo, e sequestrato dall’intero episcopato (Piaga III)» (§ 130).

Non è difficile intravedere tale mentalità nell’enorme difficoltà che si sta vivendo nella Chiesa italiana a far accettare una mentalità sinodale, fortemente voluta da papa Francesco al convegno di Firenze del 2015, ma finora disattesa e ripresa solo per le insistenze del vescovo di Roma e di alcuni suoi illuminati collaboratori. E se la Chiesa italiana – come disse il papa a Firenze – dovrà essere una “chiesa inquieta”, solo così abbandonerà la mentalità feudale, che è invece statica e rassicurante, nonché autoreferenziale[4].

La piaga dell’asservimento al potere politico dominante manifesta ancor di più il male del feudalesimo: «in quant’è poi servitù, il feudalismo, assoggettati i Vescovi personalmente al Signor temporale come fedeli e uomini suoi, incatenò ignominiosamente la Chiesa con tutte le cose sue al carro del laicale potere che la trascinò per tutte quelle balze e precipizj, nelle quali esso, in suo corso irregolare e fallace, va sovente rompendosi ed inabissandosi, e dopo mille avvilimenti e mille sciagure, spoglia a man salva de’ ricevuti dominii, ella trovasi così sfinita di forze da non saper pure conservare e difendere a se stessa la nominazione de’ proprii pastori (Piaga IV)» (§ 130).

Si potrebbe pensare ad una grande distanza cronologica rispetto a questa piaga, ma, se si guarda in profondità, si nota che non è così: quando gli uomini di Chiesa cercano il consenso del potere politico, la Chiesa vede inficiata la propria libertà e subisce ricatti e bavagli, che le impediscono di annunciare l’“ipsa puritas Evangelii” (Concilio di Trento).

Tali ricatti spesso riguardano i beni temporali (V piaga): «ciò che corrompe ed avvilisce il Clero non sono le ricchezze libere, ma le serve: fu la servitù degli ecclesiastici beni la deploranda cagione, onde la Chiesa non poté conservare le antiche sue massime intorno a’ beni ecclesiastici, né regolarne liberamente e col suo proprio spirito l’acquisto, l’amministrazione, e la dispensazione come si conveniva. E questa mancanza di convenevoli provvedimenti all’amministrazione e all’uso de’ beni della Chiesa in conformità delle antiche massime e dell’ecclesiastico spirito è appunto la quinta piaga, che tuttavia affligge e martoria il suo mistico corpo» (§ 131).

Rosmini non è certo un pauperista, ma percepisce in profondità quanto disastro provochi nel clero e nel popolo di Dio l’attaccamento al denaro e alle proprietà non finalizzato all’evangelizzazione e alla carità[5].

“… nel poliedro, il meglio di ciascuno” (Evangelii gaudium, 236-237)

In ultima analisi possiamo così sintetizzare la necessità di un processo di superamento del sistema feudale, attraverso un autentico cammino di conversione.

  • Il sistema feudale può essere rappresentato attraverso la figura della piramide:

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Il contesto dell’antico Egitto, cui l’immagine rimanda, la dice lunga sul modo di intendere il potere faraonico, che non ha mancato di insinuarsi nella Chiesa.

  • Il contrario della piramide, spesso si pensa sia la sfera:

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Spesso abbiamo ripetuto che col Vaticano II si sostituirebbe a un modello piramidale uno circolare nella visione della Chiesa, delle sue strutture e della pastorale, ma papa Francesco ci ha insegnato che «Il modello non è la sfera, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro» (Evangelii gaudium, 236)[6].

  • Dunque si tratta del poliedro:

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«Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità. Sia l’azione pastorale sia l’azione politica cercano di raccogliere in tale poliedro il meglio di ciascuno. Lì sono inseriti i poveri, con la loro cultura, i loro progetti e le loro proprie potenzialità. Persino le persone, che possono essere criticate per i loro errori, hanno qualcosa da apportare che non deve andare perduto.

È l’unione dei popoli, che, nell’ordine universale, conservano la loro peculiarità; è la totalità delle persone in una società che cerca un bene comune che veramente incorpora tutti. A noi cristiani questo principio parla anche della totalità o integrità del Vangelo che la Chiesa ci trasmette e ci invia a predicare. La sua ricchezza piena incorpora gli accademici e gli operai, gli imprenditori e gli artisti, tutti.

La “mistica popolare” accoglie a suo modo il Vangelo intero e lo incarna in espressioni di preghiera, di fraternità, di giustizia, di lotta e di festa. La Buona Notizia è la gioia di un Padre che non vuole che si perda nessuno dei suoi piccoli. Così sboccia la gioia nel Buon Pastore che incontra la pecora perduta e la riporta nel suo ovile.

Il Vangelo è lievito che fermenta tutta la massa e città che brilla sull’alto del monte illuminando tutti i popoli. Il Vangelo possiede un criterio di totalità che gli è intrinseco: non cessa di essere Buona Notizia finché non è annunciato a tutti, finché non feconda e risana tutte le dimensioni dell’uomo, e finché non unisce tutti gli uomini nella mensa del Regno. Il tutto è superiore alla parte» (Evangelii gaudium, 236-237).

Conclusione

Per concludere: la mentalità feudale va abbandonata per almeno due motivi fondamentali, rinvenibili anche nella storia dell’Occidente:

  • Essa è contraria all’umanesimo, cui il convegno di Firenze intendeva ispirarsi, nella sua contrapposizione alla visione medievale della Chiesa e della società.
  • Essa si oppone alla fede cristiana, che pone tutti di fronte a Dio sullo stesso livello, come insegna il Vangelo e ci ricorda la Fratelli tutti.

[1] https://www.famigliacristiana.it/articolo/coronavirus-il-dibattito-sulla-fase-2-delle-messe-e-le-cinque-piaghe-della-chiesa-italiana.aspx; https://www.famigliacristiana.it/articolo/porta-pia-perche-stupirsi-se-il-papa-non-ne-parla.aspx
[2]
https://www.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/20210716-motu-proprio-traditionis-custodes.html
[3]
https://www.famigliacristiana.it/articolo/don-pino-lorizio-la-chiesa-ospedale-da-campo-tra-metafora-e-realta.aspx
[4]
http://www.firenze2015.it/wp-content/uploads/2015/11/Discorso-del-Santo-Padre_Cattedrale-di-Firenze_10-novembre-20151.pdf
[5]
https://www.famigliacristiana.it/articolo/chiesa-e-denaro-la-credibilita-dei-pastori-e-lo-sterco-del-diavolo.aspx
[6]
  http://www.settimananews.it/pastorale/poliedro-papa-francesco/#_edn1

 

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Un commento

  1. Marco Ansalone 27 agosto 2021

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