Luoghi di culto: che fare?

di: Fabrizio Mastrofini
chiese dismesse

Repton Park Gym, già chiesa unitariana, Londra

«Complessità» è il termine che potrebbe riassumere la gestione del patrimonio ecclesiastico dei beni mobili ed immobili, in Italia e non solo. Occorre fronteggiare fenomeni culturali e sociali – quando la religione non è più percepita come un valore fondante – e i costi di gestione e manutenzione in costante aumento, con un incremento del calo numerico dei sacerdoti e fuga dei fedeli. Tra l’altro la dismissione dei luoghi di culto è un fenomeno in espansione ed è trasversale alla Chiesa cattolica e a quelle protestanti.

Per affrontare il fenomeno della gestione nelle diverse caratteristiche – appunto: «complessità» – in occasione dell’Anno europeo del patrimonio culturale 2018 – il Pontificio consiglio della cultura, la Conferenza episcopale italiana (Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto), l’Università Gregoriana (Facoltà di storia e beni culturali della Chiesa e Dipartimento beni culturali), promuovono il 29 e 30 novembre presso la stessa Gregoriana il convegno internazionale: «Dio non abita più qui? Dismissione di luoghi di culto e gestione integrata dei beni culturali ecclesiastici» (qui il programma del convegno e il modulo di iscrizione).

L’appuntamento è stato presentato nella sede del Pontificio consiglio della cultura, in Vaticano, il 10 luglio. Il cardinale Gianfranco Ravasi ha notato che «la questione delle requisizioni è sempre stata una componente della storia»: basti pensare a Napoleone o alla basilica romana di Santa Maria degli Angeli o a quella di Santa Croce a Firenze, proprietà dello Stato attraverso il Fondo edifici di culto del ministero dell’Interno. Ma la trasversalità «è anche di ordine spaziale perché il fenomeno attraversa Europa, Stati Uniti, Canada, Oceania ma tocca paesi come l’India in cui si cerca di far scivolare un edifico sacro in un altro ambito». A Praga una chiesa alienata è stata trasformata in un night club. Un caso limite, ma il numero dei luoghi di culto dismessi, venduti e usati per altri scopi è destinato ad aumentare e il problema della loro destinazione e riutilizzo pone non poche sfide.

Quali criteri?

Sostanzialmente due, secondo il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della cultura, i criteri ai quali attenersi per la dismissione e il riutilizzo del patrimonio ecclesiastico.

Anzitutto, occorre «fare attenzione che il tempio rimanga sempre all’interno della comunità con qualche valore di simbolo spirituale, culturale, sociale». Il secondo è che eventuali trasformazioni «consentano di tutelarne il patrimonio interno, ad esempio, trasferendolo nei musei diocesani in modo da lasciare lo spazio il più nudo possibile». Attualmente dei criteri esistono, spiega, ma «sono troppo generici».

Nel corso del convegno verranno discusse e approvate linee guida specifiche, condivise fin dalla fase preparatoria con i delegati delle Conferenze episcopali d’Europa, America settentrionale e Oceania presenti al convegno. «Un documento rilevante – aggiunge il cardinale Ravasi – per il comportamento delle Chiese, ovviamente nel dialogo con gli Stati». Per il porporato, l’Europa «ha un grande patrimonio di chiese decisamente superiore alle sue attuali necessità», ma non è così ovunque. Di qui il monito a «non contrapporre la dismissione con la necessità di costruire nuove chiese nelle periferie delle megametropoli – ad esempio Città del Messico – perché le strutture urbanistiche sono cambiate, a volte sono enormi».

I contesti sono cambiati

Intervenendo alla presentazione del convegno mons. Nunzio Galantino, già segretario della CEI e neo-presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, nota che alla stessa CEI arrivano molte richieste e proposte di valorizzazione di edifici sacri non più utilizzati per la liturgia. Secondo il censimento avviato dalla CEI, le chiese (parrocchiali e non) ammontano a circa 65mila, ma questa ricognizione non comprende le chiese degli ordini religiosi.

«Oggi i contesti sono cambiati, alcuni territori di paesi e città sui quali sorgevano belle chiese sono disabitati». Crisi economica, diminuzione dei fondi pubblici per la gestione del patrimonio, ridotte pratica religiosa e attività pastorale e diminuzione del numero del clero sono «criticità che non giustificano più la presenza di diverse chiese». Ad aumentare le difficoltà, aggiunge, «i terremoti degli ultimi due anni che hanno danneggiato circa 3mila luoghi di culto, 300 nella sola diocesi di Camerino».

Già nel 1992, ricorda, «i vescovi italiani avevano offerto indicazioni per destinare le chiese dismesse a fini culturali: biblioteche archivi musei, ma molte di esse attendono ancora la destinazione d’uso, e nel 2004 sono stati sollecitati a valutarne l’impiego per altre attività che rientrino nelle finalità pastorali». E sul biglietto di ingresso sperimentato da alcune chiese del Fondo edifici di culto del ministero degli Interni, Galantino taglia corto: «Sono arrivate in CEI moltissime proteste, pur in presenza di una diversificazione tra partecipazione liturgica e percorso turistico. Si tratta di una questione complessa che non si risolve con il biglietto di ingresso».

chiese dismesse

Pitcher and Piano, una chiesa divenuta Piano Bar a Nottingham (UK)

Conservare la natura del sacro

Una prospettiva concreta è arrivata da Ottavio Bucarelli, direttore del Dipartimento dei beni culturali della Chiesa della Gregoriana. A suo avviso la dismissione e il riutilizzo dei luoghi di culto richiedono una programmazione a lungo termine coinvolgente le comunità locali e la ricerca di un’intesa con le autorità civili per la pianificazione tanto delle nuove costruzioni quanto delle dismissioni. «È importante non perdere la natura del sacro insita in un edificio di culto anche quando viene dismesso e trasformato in altro. Dobbiamo rispettare e proteggere la fede di tanti credenti che in quei luoghi hanno pregato e celebrato per secoli».

Nel corso dell’incontro, spiega, verranno presentate proposte di riutilizzo e possibili funzioni d’uso di quei luoghi e «non va dimenticato il patrimonio mobile di pale d’altare e suppellettili». Tra l’altro in conferenza stampa è stata annunciata una Call for posters and papers, bando destinato a ricercatori e centri accademici dal titolo «La dismissione e il riuso delle chiese: temi e prospettive di ricerca».

Obiettivo, spiega Bucarelli, sarà quello di «conoscere le ricerche in corso o appena ultimate sui temi del riutilizzo e della rigenerazione delle chiese dismesse o sottoutilizzate, al fine di contribuire alla messa a punto di politiche in materia e di favorire il confronto sui metodi». Le migliori ricerche saranno presentate in una mostra durante il convegno e pubblicate negli atti.

Tramite i social media sarà lanciato infine un contest fotografico «Chiese non più chiese» (#nolongerchurches), anch’esso finalizzato a documentare, più che i casi di abbandono, quelli di riuso virtuoso: anche in questo caso le foto selezionate saranno presentate in una mostra e pubblicate negli atti e sulle riviste «Arte cristiana», «Casabella» e «Chiesa oggi: architettura e comunicazione».

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