Mano all’aratro…

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Se ci si guarda intorno, nel panorama cattolico, non si può rimanere quantomeno un po’ sconcertati dall’incapacità che stiamo mostrando di essere all’altezza di un confronto pacato, argomentato e cordiale sulle cose di casa. All’articolazione del pensiero non si concede né troppo respiro né quasi alcuna preoccupazione. Il proclama, la sentenza, l’affermazione, sembrano averne preso irrimediabilmente il posto.

Non solo una banalizzazione complessiva della parola cristiana, con chi, da un lato, brandisce il Vangelo come fosse una spada e chi, dall’altro, la Tradizione come fosse una macchina impietosa destinata solo a ripetere se stessa. La dimenticanza del confronto si fa sentire su tutti i lati delle parole pubbliche che circolano col marchio “cattolico”, questo a detrimento di ogni buona edificazione della comunità discepolare e della cura sull’istituzione a cui compete di architettare la strategia della sua originaria multiformità.

Se tutti pensiamo di avere ineluttabilmente ragione, di custodire l’autenticità della fede, di essere nella veracità dell’interpretazione della storia che tutti ci ha generati (e poco importa se stiamo dalla parte del capo o se ci opponiamo a lui con ogni energia possibile), allora la comunità cristiana perde inevitabilmente quella sapienza millenaria di porsi le domande giuste davanti alla storia degli uomini e delle donne – che Dio sente come la storia che gli è più cara, davanti alla quale non tentenna un attimo a dare per essa il legame più caro che ha, senza il quale non sarebbe neanche se stesso.

La perdita di un confronto anche duro, ma sempre schietto e svolto nella consapevolezza che il mistero evangelico del Dio di Gesù ci sfugge a ogni parola che azzardiamo, rischia di ridurre la Chiesa a una delle molte agenzie di opinione che vivono della bulimia informativa dei nostri tempi. Difficile riconoscere una differenza di toni, di stile, di argomenti. Perdere la garbatezza della parola, il profilo pacato del linguaggio, la gentilezza che si deve davanti alla persuasione altrui proprio quando si divarica al massimo dalla nostra, mette in scena un’immagine della Chiesa rozza e tutta preoccupata a un regolamento di conti interno.

Un latente fondamentalismo che sembra diffondersi a macchia d’olio nelle nervature profonde del cattolicesimo contemporaneo – quello occidentale, con una nascosta pretesa di poter decidere per tutta la Chiesa ovunque essa si trovi. Pensando che le nostre preoccupazioni e le nostre questioni siano “evidentemente” quelle che scuotono i cuori di tutti e ciascuno.

Ascrivere la responsabilità di tutto ciò unicamente a chi tiene la barra del timone è atto di palese irresponsabilità, oltre che di immaturità umana. Se c’è un dovere urgente per la comunità ecclesiale, è proprio quello di riscattare il linguaggio dal suo imbarbarimento violento, dalla sua ossessione affermativa, dalla sua pretesa di potersi permettere qualsiasi cosa.

Il linguaggio è una macchina delicata, fragile, che va trattata con cura estrema. Ridurlo all’emozione della reazione immediata ne disarticola la struttura e ne imbruttisce l’esercizio. Ritrovarsi in questa condizione non è una bella cosa per una fede che vive sulle armoniche di una parola di Dio che vuole essere solo cura e dedizione per l’umano di tutti, dicendo proprio così la sua ineffabilità originaria.

O il cattolicesimo riesce a produrre una goccia di differenza rispetto alla vulgata comune del linguaggio contemporaneo, qualsiasi sia l’idea che ognuno di noi ha di esso, oppure non potrà che perdersi nel grande vortice di parole viscerali che durano l’istante del loro dirsi e producono, in tutti, rancore e risentimento.

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