Messico: la mattanza dei preti

di: Lorenzo Prezzi

Alla fine di maggio è stato consegnato a papa Francesco un volume – Tragedia e prova del sacerdozio in Messico – in cui si racconta la morte di 24 preti del paese negli ultimi quattro anni (2014-2018; la presidenza di Enrique Pena Nieto). Oggi il numero arriva a 26. Un’impressionante crescita rispetto al quadriennio precedente che si assestava comunque su 17 omicidi.

I rapporti e le cronache della persecuzione anticristiana di questi ultimi lustri distinguono fra “oppressione” e “violenza”.

La prima si esercita attraverso leggi, spinte sociali e amministrative, oltre che con violenze istituzionali e non. Il caso più evidente è il fondamentalismo islamico in molti paesi del Medio Oriente, dell’Asia e dell’Africa.

La seconda è invece legata al venir meno dello stato e dell’autorità che favorisce una violenza endemica e lascia spazio a esplosioni di violenza personale o alla malavita organizzata che arriva subito all’omicidio, in particolare verso le figure più esposte come i religiosi e i preti.

È il caso di alcuni paesi sudamericani, come la Colombia, El Salvador e il Messico. In questo scorcio del 2018 sono 7 i preti uccisi in quei paesi sui 15 registrati (aprile) dall’agenzia Fides.

Anche la morte dei sei preti in Africa è avvenuta avvenuti in paesi dove il fondamentalismo gioca con l’anarchia e con una strisciante guerra etnico-civile (Malawi, Centrafrica, Congo, Costa d’Avorio, Nigeria).

In America Latina, dove vive l’8% della popolazione mondiale, avviene il 33% degli omicidi. Brasile, Colombia, Messico e Venezuela assommano il 25% degli uccisi nel mondo. Dal 2000 le morti violente dell’area assommano a 2,5 milioni di persone e lì sono collocate 43 delle 50 città considerate più pericolose nel mondo.

Elezioni: un passaggio cruciale

In Messico la vicenda dell’omicidio dei preti si pone in un passaggio epocale del paese. Da settimane il dramma degli immigrati che dal paese e dall’America Latina si accalcano sulle frontiere a Sud degli Stati Uniti ha mostrato la disumana muscolosità della presidenza Trump.

Il 1° luglio scorso 88 milioni di elettori messicani (su 120 milioni di abitanti) hanno eletto col 53% un nuovo presidente, Andrés Manuel López Obrador, dandogli la maggioranza alle due camere, fra i governatori e nella capitale. L’orientamento di centro-sinistra della nuova forza politica (con lo slogan “Insieme faremo la storia”) si annuncia come una novità significativa davanti alle sfide della presidenza americana.

Il muro, la riscrittura del trattato di libero commercio e i dazi proiettano il paese in una condizione inesplorata. Non potrà più operare nell’integrazione e nella sinergia con gli USA. La logica delle filiere di produzione transfrontaliere e della divisione internazionale del lavoro (le tecnologie e i capitali negli USA, il lavoro a buon mercato e gli assemblaggi in Messico) non funzionerà più. La sfida per il Messico è molto alta: dal paese dipenderà la ridefinizione dei rapporti fra Nord e Sud dell’intero continente.

Uccidere il prete per spegnere le comunità

La questione del clero va collocata dentro queste provocazioni e, soprattutto, dentro il degrado della società civile nel paese.

I cartelli della droga occupano intere regioni e costituiscono il vero potere locale. Il Messico è il terzo produttore mondiale dell’eroina e della marijuana. Con il pericolo che nuovi prodotti oppiacei provenienti dalla Cina (fantanil) mettano sotto ulteriore pressione i produttori locali.

Nel 2017 solo nella regione Guerrero vi sono stati 25.400 morti ammazzati. Nel primo trimestre di quest’anno 5.600.

I 26 religiosi uccisi, rilevati nel volume citato grazie al lavoro del Centro cattolico mediale (CCM) si collocano dentro una prassi di minacce di morte ai preti che, solo nel 2017, sono state più di 800. Innumerevoli i tentativi di estorsione.

La gravità delle aggressioni è legata alla figura del sacerdote. Se la malavita, organizzata e no, può ucciderlo, allora significa che nessuno è sicuro e che le grandi periferie del paese sono abbandonate a se stesse. De-sacralizzare la sua figura vuol dire imporre il terrore e la cultura del silenzio, uccidere l’armonia e impedire lo scambio comunitario.

La massiccia presenza dei militari (50 mila uomini) è spesso un problema ulteriore per le alleanze insospettabili con i produttori e i cartelli della droga.

Il clima di paura e l’insicurezza non impedisce, ma condiziona il lavoro pastorale e la stessa coscienza presbiterale. Fino a quando l’omelia può essere esplicita? Come regolarsi con i sacramenti richiesti da coloro che aderiscono ai cartelli? Come comportarsi con forme malate di religiosità popolare come il culto a Gesù Malverde (un narcotrafficante dell’inizio del ’900 riconosciuto come patrono) o il culto alla dea-morte? Come garantire la propria sicurezza?

Nei seminari, soprattutto nelle regioni a rischio, si registra un significativo calo della presenze. Anche i seminari sono a rischio. Tanto da indurre la conferenza episcopale a pubblicare un Protocollo di sicurezza. Il suggerimento alle diocesi è di dotarsi di una cellula di crisi e di un gruppo di sicurezza. Ai preti si consiglia di non uscire la sera, di dotare la canonica di videocamera e di allarmi, di mantenersi in buona salute, di imparare a guidare in forme difensive in ordine alla fuga, di attrezzarsi per comunicare ai più vicini l’urgenza possibile, di mettere a conoscenza dei propri orari e dei tragitti che si compiono, di dare regolare informazione di sé e della propria collocazione.

Percorsi di riconciliazione

La campagna elettorale ha aggravato le tensioni e la violenza è una strategia politica di controllo sociale utile sia ai narcotrafficanti, ma anche alla polizia e all’esercito.

È assai indicativo l’episodio che ha visto come protagonista il vescovo di Ciudad Victoria, Antonio Gonzáles Sánchez. Per evitare il panico e garantire la popolazione, ha incontrato alcuni capi del cartello della droga per proporre loro una tregua, chiedendo contestualmente ai candidati politici di evitare le frodi elettorali e di onorare le promesse fatte.

Dopo aver risolto un primo caso relativo a un prete minacciato e collocato altrove, si sono moltiplicate le richieste: dal riallacciamento di gas e luce ad un villaggio al rifornimento di benzina ai distributori, dalla garanzia di vita per gli autisti del trasporto pubblico ai tentativi per evitare sequestri e assassini.

Irresponsabile davanti al tema della legalità e alla lotta al narcotraffico? Il vescovo è consapevole della delicatezza del suo ruolo e delle accuse che l’amministrazione pubblica gli rivolge. Davanti al frantumarsi dei cartelli della droga per l’arresto dei capi maggiori e al moltiplicarsi delle vendette trasversali, egli compie un’opera di mediazione in una terra che ha conosciuto 7 omicidi al giorno nel 2017.

Dopo le recenti elezioni, attende fiducioso l’approvazione dell’amnistia per i piccoli coltivatori della materia prima dell’eroina e per la “manovalanza” dei cartelli proposta dal nuovo presidente, Obrador. Il suo compito di mediatore sarà allora finito. Certo che, negli stessi trafficanti, ci sia la convinzione che i propri figli non debbano seguire il loro esempio.

Alcune comunità religiose, gesuiti soprattutto, e alcune parrocchie hanno sperimentato percorsi di riconciliazione popolari. Nelle famiglie e nei rapporti comunitari la dimensione del perdono e della riconciliazione ha permesso significativi risultati di pacificazione. Si mangia, si prega insieme, si coinvolgono i nonni e i bambini, si visitano insieme i cimiteri (memorie) e si celebra nelle piazze. L’invito a ritessere le relazioni nelle famiglie (provate dal mercato della droga e dall’emigrazione) e il coinvolgimento con gli imprenditori locali e i poteri amministrativi hanno dato buoni frutti. La convinzione è che non si spegne la violenza con il denaro o le armi. Si placa con la tessitura del legame sociale e comunitario.

Progetto pastorale nazionale

Il rinnovamento sociale e politico ha dato forza alle parole di papa Francesco nel 2016 ai vescovi che, in un progetto globale pastorale di lunga scadenza (oltre settanta pagine), sviluppano le urgenze di riforma ecclesiale attorno al riferimento cristologico e mariano (il 2031 è il 500° dell’apparizione della Madonna di Guadalupe e il 2033 il bimillenario della redenzione).

Gesù, come compagno di strada, e Maria, come simbolo dell’unità del popolo, scoraggiano atteggiamenti di individualismo e di arroganza che contraddicono la vita di comunione. «Ci rammarichiamo – scrivono i presuli – per la scomparsa e la morte di migliaia di giovani avvenute di recente, per i femminicidi, fiumi di sangue che hanno attraversato le nostre città. L’introduzione di una narco-cultura nella nostra società messicana, dell’ottenimento del denaro e del guadagno facile e veloce in qualsiasi modo, ha danneggiato profondamente il modo di pensare di molta gente; a questo si aggiungono altri fattori come la perdita dei valori, la disintegrazione familiare, la mancanza di opportunità occupazionale, lavori malpagati, la corruzione, l’ingovernabilità e l’impunità».

La possibilità di una rinascita è legata anche alla cocciuta volontà di bene dei preti di periferia, come il giovane Emanuele del seminario di Ciudad Altamirano che confida a La Croix (25 giugno): «C’è un popolo da evangelizzare. Buone persone che sono condotte a fare cose cattive. C’è enormemente da fare e noi siamo lì per farlo».

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