Mons. F. Jung: Abbiamo bisogno di testimoni

di: Oliver Maksan, Regina Einig, Kilian Martin

Il vescovo tedesco della diocesi Würzbug, Franz Jung, in un’intervista per il giornale cattolico “Tagespost”, rispondendo alle domande di Oliver Maksan, Regina Einig e Kilian Martin (9 gennaio 2019) ha tracciato un quadro di una Chiesa pastoralmente rinnovata e capace di futuro. Il punto di partenza è che ormai è finita un’epoca – quella di una Chiesa di popolo com’era nel passato – e così non si può più andare avanti. Occorrono idee, proposte e iniziative nuove. Ma quali?

 

 – Mons. Jung, lei non è un politico, ma lo scorso anno, all’inizio del suo mandato, si è dato un programma di governo su cui intende confrontarsi?

Mi sembra che per il futuro della Chiesa siano decisivi tre punti, al di là di ogni problema organizzativo o strutturale della parrocchia, come le finanze della Chiesa o la riforma della parrocchia: la preghiera contemplativa, l’annuncio della fede e il servizio ai poveri. Noi saremo credibili come Chiesa soltanto se prendiamo sul serio la nostra missione verso il poveri. La domanda è: chi sono i poveri? sono le famiglie? i single? coloro che sono in ricerca? Noi, se vogliamo che la Chiesa sia sacramento di salvezza per il mondo, dobbiamo essere presenti a tutti. Sostanzialmente questo programma non comprende altro che i tre classici servizi fondamentali: liturgia, catechesi e Caritas.

– Quindi lei non intende ideare qualcosa di nuovo?

No. Questi punti non sono originali, ma centrali per noi come Chiesa. Dobbiamo mettere di nuovo la contemplazione al centro. Io noto nei preti e nel personale a tempo pieno una grande disponibilità ad assumersi gli impegni. Ma forse l’incontro con il Signore, a volte, non ha l’attenzione dovuta. La missione comincia dalla missione verso se stessi. Devo mettermi in preghiera davanti alla realtà della mia vita e chiedermi: sono realmente ciò che annuncio, oppure sono solo un funzionario?

– Tempo fa ha suscitato una certa meraviglia un sondaggio sulla vita spirituale dei preti. Non tutti celebrano quotidianamente, e anche la confessione è parzialmente trascurata. La preoccupa questo fatto?

Io dico sempre ai miei preti: se voi stessi non vi confessate, come potete pretendere che le persone si confessino? La gente s’accorge che c’è qualcosa non va. Questo vale anche per la celebrazione. Arrivare in sacrestia pochi istanti prima dell’inizio della celebrazione, non va. Ci vuole un tempo di raccoglimento, e questo lo si ha solo se uno è presente per tempo prima della santa messa. In definitiva si può dire: io posso annunciare solo ciò che vivo. Bisogna parlare a partire dalla propria esperienza. Soltanto allora potremo rivolgerci con frutto agli altri. Ciò significa trovare nuove forme di catechesi e di approfondimento della fede.

– A che cosa pensa?

Il problema è che noi, per la fase decisiva della vita dei giovani adulti e degli adolescenti, non abbiamo alcuna proposta di catechesi: insegniamo catechismo per lunghi anni nel tempo che precede la prima comunione e la cresima. E dopo, ciò si interrompe. Nella Chiesa antica l’approfondimento vero e proprio della catechesi iniziava dopo aver ricevuto i sacramenti; pensi alle famose catechesi mistagogiche che Ambrogio ci ha tramandato. Noi invece facciamo il contrario. Ciò ha funzionato ai tempi di una Chiesa di popolo. Si presumeva che il vero approfondimento continuasse in famiglia o nella comunità parrocchiale con la regolare partecipazione alla vita parrocchiale e con la vita di fede in famiglia. Oggi non è più così.

– Che cosa deve cambiare ?

Bisogna prima creare dei cristiani che abbiano una certa formazione. Cosa che non abbiamo. Pensiamo ancora troppo secondo la logica di una Chiesa di popolo in cui noi tutti siamo cresciuti. Sarebbe significativo, per esempio, rafforzare il catecumenato e anche la celebrazione liturgica della fase di crescita nella fede.

– Attualmente insegniamo catechismo per anni interi. Perché produciamo solo degli analfabeti in fatto religioso?

È una domanda importante. Ne ho fatto l’esperienza anch’io come insegnante di religione: si comincia ogni anno da zero. Ciò dipende dal fatto che quanto si è imparato non ha alcun collegamento con la vita concreta. Si dimentica ciò che si è imparato, perché appare irrilevante. L’insegnamento della fede e la vita concreta costituiscono una cosa sola. Ho fatto delle esperienze meravigliose nell’équipe formativa in un ospizio. In questo ambiente la trasmissione della fede della Chiesa, la dottrina sulla morte e su ciò che ci attende dopo la morte trovano subito un terreno adatto.

– Lei auspica nuove proposte di catechesi per gli adulti. Ma viene valorizzato pienamente il potenziale di annuncio offerto alla pastorale ordinaria della parrocchia e in circostanze privilegiate come battesimi e funerali?

I parroci a volte si lamentano dei numerosi funerali, dimenticando che queste sono occasioni missionarie per eccellenza. Sono momenti in cui raggiungiamo persone che altrimenti non si vedono mai. La concorrenza, del resto, non dorme. Oggi le pompe funebri offrono un forfait completo a tutto tondo, compreso un oratore funebre gratuito. Molte persone lo prenotano, quando il parroco è impedito.

– Le situazioni per l’annuncio delle fede quindi non mancano. Ma la gente è aperta ad accogliere il messaggio? Secondo Marx, Darwin e Freud il cammino verso la fede nasce spesso da una cultura elementare.

Prima di credere al messaggio, la domanda che si pone è: credo al messaggero? In un tempo di scandali finanziari e di abusi non diamo una buona immagine. Se uno abusa dei bambini, ogni annuncio della fede è finito.

– Certamente, ma la fede cristiana richiede molto dal punto di vista cognitivo. Incarnazione di Dio, morte espiatrice di Gesù, risurrezione ecc. L’uomo d’oggi è precluso a questo approccio?

Il grande problema dell’annuncio è – come ha giustamente riconosciuto il card. Kasper – la domanda su Dio: esiste Dio e ha un ruolo nella mia vita? Come afferma Bert Brecht: se la risposta alla domanda su Dio cambia qualcosa nella tua vita, allora puoi continuare a portela, ma se non cambia niente nella tua vita, allora è tutto finito. Io la considero prima di tutto una domanda rivolta a noi: la fede cambia qualcosa nella mia vita? Senza Dio manca qualcosa, oppure si può vivere senza di lui? Abbiamo perciò bisogno non solo di maestri, ma soprattutto di testimoni.

– Abbiamo parlato del cambiamento della catechesi dovuto alla fine della Chiesa di popolo. La mancanza di preti richiede l’impiego di laici alla guida della comunità? Nell’arcidiocesi di Monaco-Freising si segue questa strada. Intende proporla anche per Würzburg?

La guida di una parrocchia è compito del parroco. La domanda è se, sul luogo, ci sono interlocutori che facciano da moderatori di quanto il parroco con la sua équipe hanno deciso dopo aver ascoltato i gruppi. Noi ci affidiamo ai volontari, perché il numero del personale laico a tempo pieno continua a diminuire.

– In che senso?

Nei prossimi anni, in tutte le diocesi tedesche, un gran numero di referenti pastorali e di comunità andrà in pensione. E non abbiamo nuove leve che possano occupare i posti che rimarranno vacanti. Il numero degli studenti diminuisce, non solo tra i candidati al sacerdozio.

– Parola chiave: “vocazioni al sacerdozio”. Lei recentemente in un’intervista ha affermato che l’omosessualità non costituisce un ostacolo nel cammino verso il sacerdozio. Ma come si accorda un orientamento omosessuale con l’idea del celibato per il Regno dei cieli?

Diversi studi dicono che la percentuale degli uomini con orientamento omosessuale nel presbiterio cattolico è superiore alla media sociale. In quanto vescovo devo occuparmene. Per me è molto importante che i sacerdoti omosessuali vivano come hanno promesso nella loro ordinazione e, come mi aspetto da ogni altro, che siano fedeli al celibato.

– Lei ora pensa ai preti. Cosa dice agli omosessuali che vogliono diventare preti?

Il celibato è il dono della vita per il Regno dei cieli. “Egli andò, vendette tutto ciò che aveva e comperò la perla”. Questo è per me l’essenziale. Ciò vale per i candidati etero e omosessuali.

– L’aspetto della rinuncia consapevole a un matrimonio eterosessuale non ha nessun ruolo?

Anche l’omosessuale rinuncia all’unione con un altro.

– Ma ciò vorrebbe dire porre sul medesimo piano l’unione omosessuale e il matrimonio.

No, questo non è detto. Io considero la disponibilità a seguire Cristo e il dono di sé per il Regno dei cieli come elementi cruciali per la serietà di una vocazione.

– Lei è ancora all’inizio del suo mandato. Se prova ad andare col pensiero alla fine, che cosa intravede? Una nuova immagine di Chiesa o le rovine fumanti della Chiesa di popolo?

In ogni caso ha inizio una nuova forma di Chiesa. Noi ora dobbiamo preparare il terreno. In questo momento siamo come paralizzati, un po’ come il coniglio davanti al serpente, e preferiremmo lasciare che tutto continui così. Ma questo è sbagliato. È chiaro che gran parte delle cose su cui troppo confidavamo è destinata a scomparire. Anche per mancanza di denaro. Avremo meno collaboratori a tempo pieno. Non potremo più mantenere tutti gli edifici che ora possediamo. La domanda è perciò: cosa rimane? La mia speranza è che la preghiera, un annuncio rinnovato della fede e il servizio ai poveri costituiscano la ricchezza di una Chiesa istituzionalmente più povera.

– Ci attende quindi un cambiamento radicale?

Sì. Le nostre istituzioni ecclesiastiche hanno un valore. Ma in altri paesi la Chiesa non le possiede e tuttavia prosegue la sua missione. Ciò che conta è che quanto abbiamo e realizziamo nelle nostre istituzioni sia perfezionato da un contenuto di fede. Noi facciamo affidamento ancora su troppe strutture di appoggio che, alla fine, non servono. Prenda la legge della Chiesa sul lavoro. Essa viene svuotata passo dopo passo dai tribunali. Ma più che di privilegi sociali, abbiamo bisogno di persone che siano convinte della Chiesa e della loro fede e che prestino la loro opera in base ad essa. Solo questo ci aiuterà ad andare avanti.

Come motto per il 2019 ho scelto un versetto della seconda Lettera a Timoteo (2Tim 1,7): «Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza». Di fronte alle sfide esistenti è importante non perderci d’animo, ma lavorare con la forza dello Spirito Santo e cercare di plasmare la Chiesa del futuro in modo serio e farlo con amore.

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