Oltre la “religione civile” e il “cristianesimo borghese” /4

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lavanda dei piedi

Tutto inizia con le parole, ma le parole camminano nel tempo, attraversano le epoche e restano le stesse solo nel loro “segno linguistico” (talvolta cambia anche il segno) con un significato in continuo mutamento e sempre a venire (J. Derridà). Il rapporto parola-segno e parola-significato non è fisso per sempre. Esiste una evoluzione, ma anche una ricomprensione in relazione al “sistema di riferimento” e al “gioco linguistico”.

Trattandosi di fede cristiana, di religione cattolica o Chiesa gerarchica – come nel recente dibattito suscitato da alcune osservazioni di Ernesto Galli della Loggia- termini quali “democrazia”, “diritti delle persone”, monarchia del papa, hanno senz’altro il significato delle parole in uso corrente (cioè la “superficie dei fenomeni”), ma rivelano tuttavia un “interno di strana bellezza” (alla Heisemberg), con calcoli logici di straordinaria armonia che soltanto nel “paradosso” permettono equazioni che fanno tornare i conti.

Fuor di metafora, solo nella realtà paradossale della Chiesa (la sua natura teandrica, umano-divina) si può capire perché una “monarchia assoluta” può realizzare, nel suo autentico esercizio, la pienezza dei diritti personali di tutti, quasi fosse una democrazia adeguatamente realizzata. Certo abbiamo bisogno di teologi che- intervenendo di più nel dibattito pubblico e così magari interpretando il senso della “Chiesa in uscita” della “teologia in ginocchio” o “teologia di strada” di papa Francesco- ci parlino dell’urgenza di distinguere (e non per separare, ma poi per unire in armonia) tra il Sovrano dello Stato Pontificio e il vescovo di Roma, pastore della Chiesa universale, col suo “primato” di giurisdizione e la sua personale infallibilità in questioni di fede e di morale. Infatti, “l’essenziale della Monarchia del papa sta tutto nella sua “radice teologica” .

Il servizio dei teologi e “l’interno di strana bellezza”

I teologi, richiesti del loro servizio ecclesiale – proprio loro che sono scienziati del sapere della fede − potrebbero farci vedere «l’interno di strana bellezza» esistente nella monarchia assoluta del vescovo di Roma, perché essa rimanderebbe quanto al suo contenuto/significato, e dunque alla sua verità, non tanto al “Re Sole di Francia” (o anche a tutte le forme con cui la sovranità pontificia è stata realizzata lungo i secoli, specialmente nei cosiddetti “tempi bui”, nei quali il papato era asservito al potere delle casate romane), ma piuttosto alla “monarchia di Dio in Dio”, quella del Dio cristiano, Dio-agape, Dio solo e sempre amore, cioè il Padre del Figlio che dona lo Spirito: qui il “monarca” (cioè il solo principio) è il Padre, ingenerato, che genera il Figlio e (con il Figlio, per noi latini occidentali che amiamo il Filioque) manda lo Spirito Santo.

I teologi avrebbero il compito facilitato da Gesù di Nazareth, il Figlio che è venuto a parlarci del Padre e della “sostanza tutta agapica” di Dio e con le semplici parole (quelle appunto nelle quali dovremmo traslocare la verità di fede) ha dichiarato che il potere tra i cristiani si esercita come servizio di amore e “chi vuole essere il primo si farà il servo di tutti, cioè l’ultimo”. Senza comprendere questo paradosso (ossimorico) come si capirà e si potrà parlare della “monarchia” del Papa?

Gli occhi della fede

Gli “occhi della fede” per la ragione critica di un teologo hanno molto più potere (di visione) del telescopio dell’astrofisico, con cui si vedono le galassie e le stelle? La fede cristiana fa vedere l’Invisibile, mette in gioco l’Invisibile Dio, assumendo dalla Rivelazione di Gesù, il Figlio di Dio, Verbo nella carne umana il coinvolgimento reale di Dio nella storia, realizzando l’unica, davvero assolutamente unica, “singolarità spazio-temporale”, quella dell’Eterno che si fa istante di tempo. Così si annuncia la bella notizia di Cristo: “il tempo è compiuto, convertitevi e credete al Vangelo”. Si origina da qui il cristianesimo come vita bella e traboccante per il Vangelo, alla sequela del Maestro di Nazareth, che è follia e stoltezza per i religiosi e i sapienti, ma è luce della verità di Dio, vivibile personalmente dall’uomo: “Dio è solo e sempre amore”, perciò i cristiani si ameranno come Cristo li ha amati.

Ed ecco la domanda intrigante: questo cristianesimo – esistito duemila anni orsono a partire dall’evento fondatore del Figlio di Dio – è osservabile dalle indagini scientifiche della sociologia, tipo Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio, di Franco Garelli? Non ci interessa qui sottolineare l’incredulità registrata da tanti che “sospettano” edulcorazioni nell’interpretazione sociologica pagata dalla CEI, ritenuta ad usum delphini: il “cattolicesimo pur stanco” di Garelli sembra ancora reggere all’ondata di secolarizzazione imperante, nonostante i molti aspetti di criticità; pare perciò a molti un’interpretazione accomodata agli interessi di parte del committente che – se si accontenta – potrebbe restarne alla fin fine consolato.

È importante invece insistere sulla natura scientifica di questa indagine sociologica circa “lo stato della fede e della religione in Italia”, per affermarne la “grande utilità” e, ad un tempo, l’obiettiva insufficienza per il discernimento pastorale e l’azione responsabile dei vescovi. Il “principio di indeterminazione” vale per ogni sapere scientifico, anche per quello della sociologia, e mette conto di “dubitare” probabilisticamente dell’esattezza dei risultati ottenuti con quell’approccio.

Il discernimento necessita del lavorio critico di teologi, impegnati in studi empirici, sul campo del vissuto della fede nelle parrocchie, nelle famiglie e nelle città con quell’interferometro potente (il Vangelo) in grado di dare valutazioni vere sulla realtà della fede osservata. Lo sguardo del sociologo, al massimo, coglie la superficie del fenomeno religioso. Immagino però faccia fatica a cogliere – solo per fare un esempio – come ambienti religiosi (cattolici) riescano per moto spinto a perdere di vista il messaggio evangelico.

Una lettura teologica del cattolicesimo convenzionale

Una lettura teologica del “cattolicesimo convenzionale” potrebbe invece con facilità azzeccare la condizione di “miscredenza pratica” in cui versa questa forma religiosa di cattolicesimo. Preferisco parlare di “cattolicesimo convenzionale” e non di “cristianesimo convenzionale”, come invece ha fatto negli anni Settanta W.H. Van de Pol in La fine del cristianesimo convenzionale.

In verità, se il cristianesimo è esistito (e se esiste ancora) non può essere per sua natura mai “convenzionale”, perché riferisce (e vive) il Vangelo dell’evento dell’Incarnazione. La formula “cristianesimo convenzionale” è una contraddizione in terminis. Tutte le forme di Chiesa che – nel passare dei tempi e delle stagioni − hanno perpetuato il cristianesimo possono essere “giudicate” come convenzionali proprio per riferimento al cristianesimo, perché il “convenzionale” è adesione ad abitudini, a riti, a usanze, tempi e segni, svuotati ormai del contenuto cristiano, cioè insignificanti alla luce del Vangelo.

L’odierno cattolicesimo convenzionale resiste ancora nella Chiesa cattolica, ma sta subendo contraccolpi tremendi a causa dell’incalzante processo di secolarizzazione. Il suo crollo definitivo è auspicabile, ma non è un processo irreversibile, perché il “cattolicesimo convenzionale” (pur diffuso in larga misura nelle fasce popolari di cristiani “inconsapevoli” che si accontentano della patina religiosa della loro fede in una pratica che non stringe il legame tra culto e vita) sviluppa ampi spazi di “resilienza” nelle frange cosiddette “conservatoriste” o anche “integraliste” presenti nel mondo, col rischio evocato da un recente articolo del direttore di La Civiltà cattolica – padre Antonio Spadaro − di un “ecumenismo dell’odio” tra integralismo cattolico e fondamentalismo evangelicale in America. Lo snodo unificante è sempre lo stesso: «una problematica fusione tra religione e Stato, tra fede e politica, tra valori religiosi ed economia».

Come io ho amato voi

La rilevanza “culturale” e (se si vuole anche “politica”) del cristianesimo nelle società non è da contestare: in gioco c’è la missione della Chiesa fedele al suo Signore. La questione è “come” questo debba accadere per essere cristianamente feconda e vincete oggi. La fine della cosiddetta cristianità può dispiacere a chi ha in mente il “trionfo sul nemico e sul male” o qualche altra copia (brutta o bella che sia, fa niente) del “sacro impero romano” o del fascino (tremendo) delle cattedrali medievali. Se l’Europa non ha riconosciuto le sue “radici cristiane”, può anche offendere i cristiani di Europa e, tuttavia, le radici cristiani in Europa sono profonde e incancellabili. Resta il problema del “come” sostenerle e viverle e farle rigermogliare in funzione di un nuovo rinascimento umano (perché cristiano) in Europa.

Sul come, tuttavia, per una teologia diffusa nel popolo il discorso è chiaro: “Come io ho amato voi”. Non c’è altra via di rilevanza cristiana nella cultura sociale e politica (a fortiori nell’ethos ecclesiale). In un’intervista al quotidiano francese La Croix, papa Francesco l’ha ribadito con risoluta chiarezza: «L’apporto del cristianesimo a una cultura è quello di Cristo con la lavanda dei piedi, ossia il servizio e il dono della vita. Non deve essere un apporto colonialista». Pertanto: «L’Europa, sì, ha radici cristiane. Il cristianesimo ha il dovere di annaffiarle, ma in uno spirito di servizio come per la lavanda dei piedi. Il dovere del cristianesimo per l’Europa è il servizio».

+ Antonio Staglianó,
Vescovo di Noto

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4 Commenti

  1. Antonio Staglianò 16 gennaio 2021
  2. Bregolin don Adriano 16 gennaio 2021
  3. Adelmo li Cauzi 15 gennaio 2021
  4. Antonino Villani Conti 15 gennaio 2021

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