Ostpolitik-Chinapolitik: La “via dei piccoli passi”

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Alla televisione cattolica francofona (Kto), il Segretario di stato vaticano, card. Pietro Parolin, interrogato sui rapporti con la Cina, che suscitano aspre critiche da parte di alcuni settori della Chiesa, soppesando le parole e manifestando ancora una volta notevole abilità diplomatica e una forte sensibilità pastorale, ha risposto: «Io rispetto profondamente chi ha opinioni diverse e anche chi critica la politica della Santa Sede nei confronti della Cina: è lecito farlo. Noi abbiamo scelto, e ancor di più sotto impulso da parte di papa Francesco, la politica dei piccoli passi».

La Chiesa ungherese anni ’60

L’espressione ci riporta al 1976, quando László Lékai venne nominato arcivescovo di Esztergom-Budapest e primate di Ungheria. Segretario del card. Mindszenty, si disse pronto a percorrere la “via ungherese”, quella appunto dei “piccoli passi” per risolvere i problemi della Chiesa ungherese. La Chiesa cambiava strategia e veniva guardata con sospetto dalla vicina gerarchia polacca.

Negli anni ’60 vi era una situazione estremamente delicata in Ungheria. Profondi cambiamenti costringevano Chiesa e stato a guardarsi in faccia e a intraprendere un cammino faticoso e lento. Sul piano etico: pauroso aumento dei divorzi per una legge oltremodo benevola, crescita costante degli aborti, sempre più vistosa la disgregazione familiare. Sul piano sociale: fuga dai campi verso le industrie con forti scombussolamenti e squilibri. Sul piano culturale: massiccia e martellante presenza dei mass media a sostegno dell’ideologia.

La Chiesa era impreparata. Piangeva ancora quello che aveva perduto con l’avvento del regime comunista. Si affievoliva la pratica religiosa. Difficili i rapporti ad alto livello tra vescovi e Ufficio per gli affari religiosi; tormentati i rapporti vescovi-preti. Ridotta pressoché a zero la sicurezza finanziaria della Chiesa, i fedeli in balìa del regime, da cui si attendeva un’evoluzione per il meglio, che avvenne il 15 settembre 1964 con l’“accordo parziale” tra governo e Santa Sede con l’aggiunta di un importante “protocollo”. La situazione migliorò e i credenti respirarono.

Il caso Mindszenty

Il card. Mindszenty era ancora “esiliato” presso l’ambasciata americana e si andava alla ricerca di una soluzione. Il card. Franz König, arcivescovo di Vienna, per esplicita volontà di Paolo VI, si recò più volte a Budapest per convincere l’arcivescovo ad abbandonare il paese. La diplomazia vaticana era all’opera con i monsignori Casaroli e Bongianino. Mindszenty non mollava.

Nove vescovi ottennero il permesso di partecipare al Vaticano II. Ma continuava la campagna denigratoria nei confronti della Chiesa. In Occidente ci si chiedeva se l’“accordo parziale” tra stato e Santa Sede fosse un modus moriendi piuttosto che un modus vivendi. Sotto accusa Paolo VI e l’Ostpolitik.

Nel 1968 l’Europa fu sconvolta dai moti studenteschi. La Cecoslovacchia veniva invasa. L’Ungheria tremava. Il segretario del partito ungherese, János Kádár, venne chiamato a spiegare l’arresto di alcuni sacerdoti, accusati di attività sovversive. Si parlò di “giuseppinismo comunista”: la Chiesa ungherese veniva accusata di essere succube dello stato come al tempo della monarchia austro-ungarica. Tutto, infatti, era sotto controllo da parte dell’Ufficio per gli affari religiosi.

In agosto e settembre 1968, il diplomatico vaticano, mons. Cheli, andò a Budapest. Erano in corso trattative per risolvere il “caso Mindszenty”. L’intrepido cardinale, mai pentitosi del suo operato, andrà a morire in Austria accusato di avere ordito contro lo stato socialista. L’impressione nel mondo cattolico fu enorme. La diplomazia vaticana e lo stesso Paolo VI furono aspramente criticati e addirittura insultati pubblicamente.

Ferocemente attaccato soprattutto il primate László Lékai, accusato di andare a braccetto con il segretario del Partito Kadar. Un numero speciale dell’Eco dell’Amore, periodico diretto da padre Werendfried van Straaten (Padrelardo), edito in Belgio con l’approvazione ecclesiastica e diffuso in varie lingue, attaccò la gerarchia ungherese.

L’“accordo parziale”

Nell’agosto 1980 fui ricevuto dal card. Lékai nello storico palazzo dei vescovi a Esztergom sul Danubio. Mi parlò di alcune comunità, peraltro molto vive e influenti, che non volevano collaborare con la gerarchia con il pretesto che non era coraggiosa e che era filocomunista. Mi disse che volevano una Chiesa delle catacombe con il preciso intento di opporsi al comunismo, in netto contrasto con la gerarchia che invece cercava il dialogo. Gli feci una domanda precisa: è vero che papa Wojtyla non aveva molta simpatia per la “via dei piccoli passi”? Mi rispose seccamente: «Chiamando Casaroli ad essere suo segretario di stato, ha lasciato intendere che l’Ostpolitik di Paolo VI doveva andare avanti».

In quegli anni incontravo anche il segretario di stato e presidente dell’Ufficio del culto, Imre Miklós, che si mostrava contento dell’“accordo parziale”: «Siamo convinti che la sola alternativa logica per la Chiesa e lo stato – mi disse nel 1981 – per soddisfare i desideri di ambedue le parti, sia quella di creare una situazione “ordinata” in cui sia possibile scambiarci le idee, discutere i diversi punti di vista, prepararci ad affrontare ciò che finora non è stato ancora possibile realizzare».

A vent’anni di distanza della firma dello storico “accordo parziale”, Imre Miklós mi disse che fu una decisione giusta sia da parte della Santa Sede sia del governo: «Per la prima volta tra la Santa Sede e un governo socialista si firmò un accordo. Si trattava di un “accordo parziale”, non totale, perché non era realistico porsi uno scopo più grande. E giustamente. Si partì da questa constatazione: quello che si può fare, va fatto. Dopo vent’anni, vedo che questo “accordo parziale” ha avuto una duplice importanza. La prima: che si è realizzato; la seconda: che ha aperto la via alla reciproca collaborazione».

Il 6 dicembre 1985 mi incontrai ancora con il card. Lékai perché la “via dei piccoli passi” continuava ad essere criticata da alcune gerarchie ecclesiastiche sia dell’Ovest sia dell’Est. Gli dissi in modo schietto: «Eminenza, non è che lei lodi troppo il socialismo?». Ancora una risposta secca, come era il suo stile: «Lodo quello che di buono il socialismo ha fatto e continua a fare. Ho vissuto la prima fase del comunismo. Tempi duri! Persino il nostro presidente e segretario del Partito, János Kádár, fu incarcerato perché si batteva per un comunismo dal volto umano. Quando andò al potere, si mise su questa strada. Abbiamo un comunismo umano. Potrei portarle molti esempi. Lo constato di continuo quando vado per i paesi. Ogni nazione ha la sua strada, i suoi modelli, che io non critico. Ma non voglio neppure che gli altri critichino la nostra strada e il nostro modello. Noi andiamo avanti lentamente e con pazienza».

Lunedì, 30 giugno 1986, il cardinale László Lékai moriva a Budapest. Era un profeta illuminato.

In quegli anni si alzava anche la voce dell’abate di Pannonhalma, Andras Szennay, che chiedeva “passi più lunghi”, non soltanto per migliorare i rapporti con lo stato, ma per dare una spinta alla Chiesa: «Abbiamo camminato con prudenza per anni a piccoli passi su strade non ancora battute, ma ogni tanto si devono fare passi più decisi, più lunghi. Se teniamo presenti i compiti dello stato e della Chiesa da risolvere insieme, come quelli della società e dell’etica, allora occorre fare insieme un passo più lungo. Non sono tanto i piccoli passi a determinare se andiamo avanti o no quanto piuttosto la giusta direzione stabilita con certezza e chiaroveggenza. Si deve arrivarci nel reciproco confronto con tenace pazienza».

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