Se una pandemia converte la Chiesa

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Per difenderci dalla difficile esperienza della pandemia pensiamo di rimuovere facilmente tutto ciò che come famiglia umana abbiamo vissuto durante il 2020.

L’esercizio di rimozione però conduce inevitabilmente a nascondere il dolore e i sacrifici di questi duri mesi investendo su un ipotetico futuro non diverso dalla normalità ammalata lasciata nel febbraio scorso.

Memoria: il dramma di rimuovere il non accettabile

La rimozione permette di difendersi dall’inaccettabile e dall’imprevedibile che in questo anno ha avuto il nome di Covid-19.  Ma di fronte all’inaccettabile – al futuro – l’unica soluzione è la rimozione?

Rimuovere in effetti impedisce di esercitare una delle facoltà più preziose della nostra umanità: la memoria. Coltivare la memoria non consiste semplicemente nel ricordare fatti passati bensì nell’avviare processi di intenso realismo facendoci carico delle ferite e dei fallimenti di questo tempo che ha disintegrato tanto certezze e aperto numerosi interrogativi.

L’imprevedibile infatti attraverso la memoria permette alle nostre sicurezze e ai nostri schemi di diventare modificabili, per una maggiore crescita umana e spirituale. Ri-attivare la memoria vuol dire lasciarsi interrogare e inquietare dalle ferite che il 2020 ha prodotto all’interno del tessuto sociale e relazionale perché cresca il desiderio di vita e di impegno ( la radice etimologica della parola “memoria” affonda nel sanscrito con il significato di “desidero”).

Fu la stessa pedagogia che il popolo d’Israele ha sperimentato nel deserto (Deut 8,2): così la storia – per quanto drammatica – non diventa punizione di Dio bensì luogo privilegiato di apprendimento.

Discernimento: valutare per accogliere il nuovo

Dio quindi comunica con l’umanità anche attraverso la storia e in particolare per mezzo dei segni dei tempi che richiedono cristiani attenti e maturi in grado di recepirli. Un percorso di ascolto e interpretazione dei segni dei tempi comporta una prassi ecclesiale autenticamente predisposta e formata al discernimento, dai ministri ordinati all’ultimo battezzato.

Discernere vuol dire saper valutare il tempo che abbiamo vissuto e scoprire con grande libertà in quale direzione ci conduce. La Chiesa si trova a poter cogliere l’occasione che il nuovo anno le offre per dedicarlo interamente al discernimento in ascolto di Dio e del grido dell’umanità. Il Vaticano II ci ha ricordato in maniera evidente che «è dovere permanente della Chiesa scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo» ( GS 4).

Se è vero quello che dice papa Francesco – “peggio di questa pandemia c’è solo il dramma di sprecarla” – la Chiesa corre il rischio di sottovalutare questo evento epocale e non rispondere agli «impulsi dello Spirito» (GS 11) che da esso stanno emergendo.

La tentazione già assecondata alla fine della prima ondata di ritornare alla normalità pastorale senza prima aver avviato radicali e sistematici processi di discernimento, ci consente di ipotizzare un futuro fotocopiato per la Chiesa rimandando ulteriormente il discernimento a più livelli: parrocchiale, associativo, diocesano e non solo.

Discernimento come ascolto della storia e delle ferite degli uomini e delle donne ma anche come ascesi spirituale: abbandonare la rigidità dell’agenda e affidarsi alla libertà dello Spirito.

Cambiamento: altrimenti uno spreco

La radicalità del fenomeno pandemico segnerà una svolta epocale in diversi ambiti: economico, sociale, culturale e anche ecclesiale. In tal senso può aprire il varco a percorsi inclusivi di fraternità e accoglienza dal momento che «ci siamo ricordati che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme» (Fratelli tutti, 32).

Soltanto la riscoperta urgente del “noi” ci aiuterà a ri-attivare la socialità congelata e limitata dal distanziamento sociale e dell’isolamento. Alla comunità ecclesiale è affidata la possibilità di pensare e realizzare le riforme necessarie dal momento che la pandemia ha smascherato i limiti di una presenza ancora troppo legata alla pastorale tradizionale e alla dimensione cultuale. Se non ora, quando cogliere l’opportunità per dare creativamente spazio ai cambiamenti richiesti?

Il discernimento personale e comunitario aiuterà ogni chiesa locale ad attuare le trasformazioni pastorali affinché il Vangelo sia comunicato in maniera più adatta ai tempi odierni (a tal proposito rimando al sondaggio a cura di “Nipoti di Maritain”). Alcune linee fondamentali sono condivisibili in maniera generica:

Il ministero presbiterale in rapporto alla comunità

L’isolamento nelle case e l’impossibilità di frequentare le attività liturgiche e pastorali hanno messo in discussione la centralità del presbitero all’interno della vita ecclesiale.

È finalmente emersa la ricchezza della spiritualità familiare, la centralità della Parola di Dio pregata e meditata e la preziosità del sacerdozio battesimale.

È un tempo che nella sua drammaticità ci ha affidato l’occasione di realizzare quello che la teologia conciliare sul ministero ordinato ci ha trasmesso: affinché il presbitero non sia più al centro della vita liturgica, pastorale e decisionale della comunità ma si relazioni con i fedeli da fratello (LG 32).

Valorizzazione delle fragilità all’interno della morale e della pastorale ecclesiale

L’esperienza inquietante della pandemia ha accentuato le paure e le debolezze personali e sociali costringendoci a fare i conti con le realtà rimosse della morte e della sofferenza. Ciascuno ha avvertito il peso della solitudine unito al rischio di contagiarsi trovandosi esposto alla precarietà della propria esistenza.

La vulnerabilità che in questi mesi difficili ci ha unito può diventare il miglior antidoto all’autoreferenzialità e rigidità ecclesiali. Tra le urgenze pastorali rientra infatti l’integrazione della fragilità esistenziale come luogo teologico attraverso il quale rileggere la morale cattolica e le richieste (a volte rigide) dell’insegnamento ecclesiale (vedi a mo di esempio il cap. VIII di Amoris laetitia porta il titolo “Accompagnare, discernere e integrare le fragilità”).

Il rapporto tra fede e scienza

La pandemia ha svelato nello stesso tempo i limiti della medicina che credevamo infallibile, ricollocando in una giusta dimensione il rapporto tra fede in Dio e fiducia nella scienza. Da questo punto di vista la Chiesa ha dimostrato una sincera fiducia nelle indicazioni degli esperti a parte qualche sporadico episodio di oscurantismo giustificato dalla necessità di partecipare alla celebrazione eucaristica in presenza.

Il credente che si fida della scienza, senza privarsi della luce della fede, permette un progresso integrale e rispettoso delle sue convinzioni soprattutto in merito alla dignità e al riconoscimento delle ricerche in ambito psicologico, sessuale e sociale (basti pensare alle ricerche in merito al fenomeno dell’amore omosessuale).

Alcune riforme necessarie

Il Sinodo dei Vescovi del 2022 sulla sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa – guardato dalla prospettiva generata dalla pandemia – può diventare un possibile banco di prova del desiderio di conversione missionaria che finora è rimasto sui documenti, senza il coinvolgimento integrale dei vari livelli ecclesiali.

La riscoperta di una comunità diventata improvvisamente tutta “non praticante” a causa del lockdown, può dischiudere un panorama inedito in merito alle altre e nuove forme di appartenenza alla Chiesa che riscoprano come centrali e non periferici quei cristiani che possono arricchire la polifonia della comunità cristiana attraverso le loro diversità: culturali, umane e comunicative.

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Un commento

  1. paola mariani 15 gennaio 2021

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