Il papa e il “caso Cile”

di: Jorge Costadoat

Il papa ha detto: «Ho commesso gravi errori nella valutazione e nella percezione della situazione, soprattutto a causa della mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate». La lettera inviata da Francesco ai vescovi cileni continua: «D’ora in poi chiedo perdono a tutti quelli che ho offeso…». Il papa ha ragione nel tono e nel merito. Ma, soprattutto, apre la speranza di una soluzione alla crisi dell’episcopato cileno e di un recupero di fiducia in esso da parte dei cattolici e dei cileni in generale.

Anche così, però, tutto ciò che è successo – e che certamente non finisce – lascia problemi irrisolti che riguardano la Chiesa in tutte le parti del mondo e che, nel caso specifico, sono costati alla Chiesa cilena un prezzo altissimo.

Le informazioni

Andiamo per ordine. Chi ha informato male il papa per aver nominato e mantenuto in carica il vescovo Juan Barros? Chi non gli ha fatto sapere, con fermezza e con chiarezza, che la situazione degli abusi sessuali del clero in Cile, specialmente quelli avvenuti nella cerchia di p. Fernando Karadima, hanno scosso il paese?

Secondo le nostre informazioni, non sono stati né mons. Ezzati né mons. Silva, presidenti della Conferenza episcopale, né la Conferenza stessa, né altri vescovi. Chi può essere stato allora? Forse era mons. Francisco Javier Errázuriz. Non lo sappiamo. Ma costui avrebbe dovuto informare correttamente il papa e Francesco avrebbe dovuto ascoltarlo con maggiore attenzione che non gli altri, perché lo conosce bene e perché è uno dei nove consiglieri più vicini che ha.

Il nunzio, mons. Scapolo, ha riferito male? Dobbiamo supporre che il papa debba essersi fidato anche di lui. La nomina di Barros è dipesa in gran parte dal nunzio. Ecco dove sta il problema. Se il nunzio è stato determinante nella nomina di Barros, perché ha promosso quella nomina?

Il papa spera di incontrarsi di nuovo con i vescovi cileni a Roma e pensiamo che, in quell’occasione, i problemi da risolvere verranno risolti. È quasi ovvio che il vescovo Barros dovrà lasciare l’incarico. Ma solo lui? Quali informazioni sono giunte a papa Francesco nel rapporto Scicluna che potrebbe servire all’episcopato per abbandonare la situazione incresciosa in cui si trova? La partenza di Barros, a questo punto, è una soluzione minore. Il problema dell’episcopato cileno è antico e molto più grande. Se non fosse così, Barros non sarebbe vescovo di Osorno.

Problemi aperti

Secondo me, la mancanza di comunicazione nella Chiesa è il problema numero uno. Questa mancanza di comunicazione ha diversi piani. Al livello più profondo, c’è una gigantesca distanza di mentalità tra la gerarchia e la stragrande maggioranza dei cattolici. I cattolici, inclusi molti sacerdoti, non si sentono culturalmente rappresentati dai vescovi. La ricezione del Vangelo avviene in registri culturali molto diversi.

La situazione delle donne nella Chiesa è emblematica. Una ragionevole comprensione del Vangelo oggi darebbe loro quella dignità negata dall’attuale dottrina e dall’organizzazione clericale.

Molti sono i problemi in sospeso, ma non posso dilungarmi.

Per l’immediato futuro, la mancanza di comunicazione tra il papa e i cattolici la verificheremo in relazione alla nomina di un vescovo, ma riguarda la nomina di tutti i vescovi. Perché queste decisioni dipendono principalmente dal nunzio? E perché il papa alla fine si adegua?

Deve venire il momento in cui le Chiese locali avranno una parola decisiva nell’elezione delle loro guide. I laici dovrebbero anche avere un ruolo decisionale più ampio. E dovrebbero poter esercitare anche il diritto di veto, come lo hanno esercitato i fedeli della diocesi di Osorno.

Non può essere che gli episcopati mettano sotto accusa il Vaticano dopo anni di escalation, di favori e di cocktailes consumati nelle ambasciate. Quanto hanno influenzato le nomine dei vescovi le famose lettere del temibile card. Medina?

Il problema è vastissimo. È tempo che le Chiese regionali non dipendano in maniera così rilevante dalla Chiesa di Roma. La missione del papa è di tenere unite le Chiese e di rappresentare l’unità della Chiesa di Cristo. Ma costituisce un eccesso intollerabile – oltre che dannoso – cercare di tenerle tutte sotto controllo. Il modello della monarchia assoluta adottato dalla Chiesa cattolica negli anni di Carlo III e Luigi XIV non lo consente più. I cattolici lamentano la carenza di democrazia e, per alcuni aspetti, la mancanza di rispetto dei diritti umani all’interno della stessa Chiesa. C’è un deficit di responsabilità. Chi risponde al popolo di Dio? I cattolici vivono disinformati. Tutto è deciso alle loro spalle e in segreto.

I cattolici dell’Osorno ci sono di esempio. C’è ancora molto da camminare.

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4 Commenti

  1. Angela 15 aprile 2018
  2. Angela 15 aprile 2018
    • Marcello Matté 15 aprile 2018
      • Angela 16 aprile 2018

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