Il papa “sociale” e la “sua” America Latina

di: Fabrizio Mastrofini

Forse più ancora che in Cile, papa Francesco in Perù si è presentato accentuando il messaggio sociale del magistero. Spiccano gli appelli contro la corruzione, contro la violenza, affinché si pensi davvero allo sviluppo dei popoli in generale e delle popolazioni autoctone in particolare. E anche forte è arrivato l’invito a non dimenticare le giovani generazioni con politiche per il lavoro.

All’arrivo, davanti al corpo diplomatico, come già in Cile, papa Francesco è stato netto e, allo stesso tempo, preciso. Segno che conosce molto bene le realtà e le dinamiche di questi paesi dell’America Latina, come lui stesso aveva detto.

Un messaggio “sociale”

Così venerdì ha sottolineato l’importanza di «promuovere e sviluppare un’ecologia integrale» come alternativa a «un modello di sviluppo ormai superato ma che continua a produrre degrado umano, sociale e ambientale».

E questo richiede di ascoltare, riconoscere e rispettare le persone e i popoli locali come validi interlocutori. Essi mantengono un legame diretto con il territorio, conoscono i suoi tempi e i suoi processi e sanno, pertanto, gli effetti catastrofici che, in nome dello sviluppo, provocano molte iniziative, alterando tutta la trama vitale che costituisce la nazione.

Il degrado dell’ambiente, purtroppo, è strettamente legato al degrado morale delle nostre comunità. Non possiamo pensarle come due questioni separate. A titolo di esempio, le estrazioni minerarie irregolari sono diventate un pericolo che distrugge la vita delle persone; le foreste e i fiumi vengono devastati con tutta la loro ricchezza.

«Questo processo di degrado – ha dichiarato il pontefice – implica e alimenta organizzazioni al di fuori delle strutture legali che degradano tanti nostri fratelli sottomettendoli alla tratta – nuova forma di schiavitù –, al lavoro irregolare, alla delinquenza… e ad altri mali che colpiscono gravemente la loro dignità e, insieme, la dignità di questa nazione. Lavorare uniti per difendere la speranza esige di essere molto attenti a un’altra forma – spesso sottile – di degrado ambientale che inquina progressivamente tutto il tessuto vitale: la corruzione. Quanto male procura ai nostri popoli latinoamericani e alle democrazie di questo benedetto continente tale “virus” sociale, un fenomeno che infetta tutto, e i poveri e la madre terra sono i più danneggiati. Quello che si può fare per lottare contro questo flagello sociale merita il massimo della considerazione e del sostegno; e questa lotta ci impegna tutti. “Uniti per difendere la speranza”, implica maggior cultura della trasparenza tra enti pubblici, settore privato e società civile, e non escludo le organizzazioni ecclesiastiche. Nessuno può dirsi estraneo a questo processo; la corruzione è evitabile ed esige l’impegno di tutti. Coloro che occupano incarichi di responsabilità, in qualunque settore, li incoraggio e li esorto a impegnarsi in tal senso per offrire, al vostro popolo e alla vostra terra, la sicurezza che nasce dalla convinzione che il Perù è uno spazio di speranza e di opportunità… ma per tutti, non per pochi!».

Temi ripetuti di nuovo nelle omelie delle celebrazioni. Un messaggio sociale preciso, che ha raccolto consensi tra le popolazioni e le zone visitate.

Alle componenti ecclesiali

A livello ecclesiale ha ripreso tematiche già presenti in altri viaggi e che oramai formano una costante del suo messaggio: non perdere la memoria, sapere sempre quale è la nostra provenienza. Elementi sintetizzati nel passaggio finale del discorso alle religiose e ai religiosi del nord del Perù.

«Vorrei dire, prima di concludere: essere ricchi di memoria e avere radici. Ritengo importante che nelle nostre comunità, nei nostri presbitèri si mantenga viva la memoria e ci sia il dialogo tra i più giovani e i più anziani. I più anziani sono ricchi di memoria e ci danno la memoria. Dobbiamo andare a riceverla, non lasciamoli soli. Loro [gli anziani], a volte, non vogliono parlare, qualcuno si sente un po’ abbandonato… Facciamolo parlare, soprattutto voi giovani. Quelli chi hanno l’incarico della formazione dei giovani, dicano loro di parlare coi sacerdoti anziani, con le suore anziane, con i vescovi anziani… – Dicono che le suore non invecchiano perché sono eterne! – dite loro di parlare. Gli anziani hanno bisogno che facciate loro brillare gli occhi e che vedano che nella Chiesa, nel presbiterio, nella Conferenza episcopale, nel convento ci sono giovani che portano avanti il corpo della Chiesa. Che li sentano parlare, che i giovani facciano domande a loro, e così a loro incominceranno a brillare gli occhi, e incominceranno a sognare. Fate sognare gli anziani. È la profezia di Gioele 3,1. Fate sognare gli anziani. E se i giovani fanno sognare gli anziani, vi assicuro che gli anziani faranno profetizzare i giovani».

Sul piano della cronaca occorre sottolineare due aspetti.

Il primo riguarda gli incontri con i vescovi del Cile e del Perù: per esigenze interne e senza dubbio comprensibili, non è stata data informazione sui contenuti trattati nei due appuntamenti. È una mancanza notevole, perché si sarebbe potuto comprendere di più il rapporto tra papa Francesco e gli episcopati locali.

Il secondo aspetto riguarda il tema della pedofilia: alla forte condanna in Cile è seguita una polemica notevole in Perù dove il papa, a quanto pare, non avrebbe avuto parole altrettanto nette. È passata l’idea che il papa abbia difeso qualche esponente del clero locale e il cardinale O’Malley da Boston ha sentito il bisogno di intervenire quasi (quasi) in polemica con il papa.

Il che dimostra quanto il cammino sia lungo e accidentato sia sul tema della pedofilia sia, soprattutto e più in generale, sulla nascita di una differente mentalità all’interno della Chiesa.

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