Card. Parolin: la diplomazia come dialogo

di:

diplomazia vaticana

English Version

Recentemente il card. Segretario di stato Pietro Parolin è stato in visita a Bamenda (Camerun) per imporre il pallio all’arcivescovo Andrew Fuanya Nkea, in una zona di conflitto per le aspirazioni separatiste della popolazione anglofona. Gli abbiamo posto alcune domande sulla sua visita e sul significato delle missioni diplomatiche della Santa Sede.

Card. Parolin, dal 2016 nelle zone anglofone del Camerun è in corso un conflitto armato fratricida. Ne ha sofferto la popolazione, in particolare bambini e giovani con la chiusura delle scuole. La Chiesa e i vescovi si sono impegnati per un’opera di mediazione e di pacificazione, pagando anche un alto prezzo che, dopo anni di resistenze, ha portato all’apertura di un “Grande Dialogo Nazionale”. Quale è la sua impressione sulla situazione e quali le prospettive per un fecondo processo di riconciliazione nazionale?

La visita a Bamenda mi ha permesso di toccare con mano il desiderio di pace della gente e l’anelito al ritorno alla normalità della vita quotidiana. Arrivati in una città deserta a motivo di uno sciopero proclamato dai secessionisti, è stata una piacevolissima sorpresa vedere, il mattino seguente, la grande folla di fedeli che, superando la paura, si era radunata per la S. Messa di imposizione del pallio all’arcivescovo Andrew Fuanya Nkea. In molte zone è stata recuperata una certa sicurezza e, dopo quattro anni, le scuole si sono riaperte.

La situazione, in ogni caso, rimane abbastanza critica: strade dissestate, gente sfollata, case e scuole bruciate, difficoltà di spostarsi a causa delle bande armate degli amba boys, ormai dedite al banditismo e all’estorsione. È importante che essi accettino di deporre le armi e reintegrarsi alla vita normale. Il governo ha già aperto dei centri destinati a questo scopo e dovrà impegnarsi soprattutto ad offrire prospettive di lavoro.

Mi auguro che, attraverso un dialogo fra tutte le parti coinvolte e l’applicazione di una effettiva decentralizzazione, si possa arrivare ad una pacificazione definitiva. Va sottolineato ovviamente il prezioso contributo della Chiesa locale, che pure ha pagato un prezzo in termini di personale e di strutture, ma che continua nel suo impegno di riconciliazione.

– La sua visita in Camerun è stata volutamente diplomatica e simbolica. Forse un tratto nuovo dell’attività diplomatica della Santa Sede, che raccoglie e realizza la sensibilità di papa Francesco in merito. Come si declinano queste due dimensioni nell’attività della Segreteria di stato a servizio delle Chiese locali e di interlocuzione con gli stati?

Nelle visite all’estero dei superiori della Segreteria di stato si cerca sempre di coniugare la dimensione pastorale con quella diplomatica. Quest’ultima, d’altronde, non è aliena alla prima, perché, in fin dei conti, è un mezzo di cui la Santa Sede dispone, grazie alla sua sovranità, per proporre i valori del Vangelo nell’ambito internazionale.

Vorrei sottolineare che, nei nostri rapporti bilaterali e multilaterali, disponiamo di un valore aggiunto, che è quello del contributo delle Chiese locali. Con la capillarità della loro presenza, sono in grado di fornirci una molteplicità di informazioni e di suggerimenti di grande importanza e utilità, che rappresentano soprattutto ciò che la gente sente e desidera. Così possiamo farci voce di chi normalmente di voce ne ha poca o nessuna.

Per restare al Camerun: il dialogo con le autorità dello stato sulla situazione delle regioni anglofone è stato arricchito dall’incontro avuto con la Conferenza episcopale e dalle conversazioni con l’arcivescovo di Bamenda, che conosce, perché le condivide, le difficoltà del popolo a lui affidato. Papa Francesco ci ha aiutati molto in questo ascolto delle Chiese locali.

– In Africa attualmente sono aperte molte “crisi”, potrebbe dirci quali sono le regioni del continente africano verso le quali c’è una particolare attenzione della Santa Sede e della Segreteria di stato in questo momento (e per quali ragioni)?

La Santa Sede segue con attenzione le vicende di tutti i Paesi del continente africano, specialmente di quelli che si trovano in grave difficoltà a motivo del terrorismo e della criminalità organizzata, oppure delle violenze etniche o politiche.

Penso al Sahel (nord-est della Nigeria, Burkina Faso, Mali e Niger), alla Somalia, alla regione di Cabo Delgado in Mozambico, al Tigray in Etiopia, al Sud Sudan e alla Repubblica Centroafricana. Inoltre, destano apprensione le recenti crisi umanitarie nell’Africa sub-sahariana dovute ai cambiamenti climatici, alla carenza alimentare e alla diffusione del Covid-19. Occorre tener presente che dietro a questi drammatici eventi si celano anche grandi interessi economici che danneggiano l’ambiente e ritardano lo sviluppo integrale delle popolazioni interessate.

La Santa Sede ha a cuore il rispetto della dignità umana, la difesa della giustizia, la promozione della fraternità universale e il progresso materiale e spirituale dei popoli.

– La pandemia ha portato tutta la realtà della Chiesa, e della vita quotidiana umana, a ripensarsi e ad immaginarsi in modo diverso in vista di una presenza reale ed efficace in questo tornante della storia. Potrebbe condividere con noi i suoi pensieri in merito per ciò che concerne il suo ministero di Segretario di stato e per l’attività diplomatica della Santa Sede?

La pandemia ha ovviamente ridotto l’esercizio dell’attività diplomatica. Si sono molto diradati gli incontri, che ne sono un aspetto fondamentale. In parte sono stati sostituiti dalle video-conferenze. È continuato invece lo studio dei vari dossier, in genere con più tempo a disposizione.

Questo viaggio in Camerun, tuttavia, dopo un anno di interruzione, mi ha fatto riscoprire la bellezza e la necessità del rapporto personale e diretto, anche a livello diplomatico, oltre che ecclesiale, pur se sottoposto alle restrizioni del caso. Io spero che questa emergenza sanitaria, per tanti versi drammatica, possa farci sperimentare il gusto e la gioia dell’incontro e quella fraternità che papa Francesco ci propone nell’enciclica Fratelli tutti.

Non è la prima delle sue missioni nel mondo. Può ricordarne alcune, indicarne le ragioni e caratterizzarne il clima?

Mi ricollego alla seconda domanda. Le missioni che ho compiuto erano in gran parte diplomatiche e menziono con gratitudine l’accoglienza delle autorità politiche e la disponibilità a trattare le questioni bilaterali e globali, anche difficili. Ma l’aspetto forse più “gratificante” è sempre stato il contatto con le comunità cristiane.

Ricordo in questo senso la visita in Iraq – dove speriamo il Santo Padre possa recarsi prossimamente – e il recente viaggio in Libano, dopo l’esplosione nel porto di Beirut. Si è trattato di manifestare la vicinanza e la sollecitudine del papa a fedeli particolarmente provati e sofferenti.

Mi sono sentito un “privilegiato” nel compiere tali missioni, nel dire, più con la presenza che con le parole, che non erano soli, abbandonati, ma ben presenti nel cuore della Chiesa universale e del suo pastore. Alla fine è più quello che si riceve che quello che si dà ed è un’esperienza di Chiesa entusiasmante.


Recently, the Secretary of State, Card. Pietro Parolin, visited Bamenda (Cameroon) to impose the pallium on Archbishop Andrew Fuanya Nkea, in an area of conflict due to the separatist aspirations of the English-speaking population. We asked him a few questions about his visit and the significance of the Holy See’s diplomatic missions.

Card. Parolin, a fratricidal armed conflict has been ongoing in the Anglophone areas of Cameroon since 2016. The population has suffered, particularly children and young people with the closure of schools. The Church and the bishops have been committed to a work of mediation and pacification that, after years of resistance, has led to the opening of a “Great National Dialogue”. What is your impression of the situation and what are the prospects for a fruitful process of national reconciliation?

My visit to Bamenda allowed me to see first-hand the people’s desire for peace and their yearning for a return to normal daily life. After arriving in a city that was deserted due to a strike called by the secessionists, it was a pleasant surprise to see, the following morning, the large crowd of faithful who, overcoming fear, had gathered for the Holy Mass celebrated for the imposition of the pallium on Archbishop Andrew Fuanya Nkea. In many areas of the country a certain amount of security has been restored and, after four years, schools have reopened.

The situation, however, remains quite critical: bad roads, displaced people, burned houses and schools, difficulty in moving because of the armed gangs of the so called amba-boys, now dedicated to banditry and extortion. It is crucial that these groups agree to lay down their arms and reintegrate into normal life. The government has already opened centers for this purpose and will have to commit itself above all to offering concrete job prospects.

I hope that, through dialogue between all the parties involved and the application of effective decentralization, a definitive peace can be achieved. Obviously, the valuable contribution of the local Church, which has paid a price in terms of personnel and structures, but which continues in its commitment to reconciliation, must be emphasized.

– Your visit to Cameroon was diplomatic and symbolic. Perhaps a new feature of the Holy See’s diplomatic activity, which gathers and realizes Pope Francis’ sensitivity on the matter. How are these two dimensions declined in the activity of the Holy See’s Secretariat of State at the service of local Churches and in the interlocution with states?

In the visits abroad done by superior officials of the Secretariat of State, an attempt is always made to combine the pastoral dimension with the diplomatic one. The latter, on the other hand, is not alien to the former because, after all, it is a means that the Holy See has at its disposal, thanks to its sovereignty, to propose the values of the Gospel in the international arena.

I would like to emphasize that in our bilateral and multilateral relations, we have an added value which is the contribution of the local Churches. With the capillarity of their presence, they are able to provide us with a variety of information and suggestions of great importance and benefit, which represent above all what people feel and desire. In this way, we can become the voice of those who normally have little or no voice at all.

With regard to Cameroon: the dialogue with state authorities on the situation in the English-speaking regions was enriched by the meeting we had with the Bishops Conference and the conversations with the Archbishop of Bamenda – who knows very well, because he shares them, the difficulties of the people entrusted to him. Pope Francis has helped us greatly in this listening to the local Churches.

– Many “crises” are currently open in Africa; could you tell us which regions of the African continent are receiving special attention from the Holy See and the Secretariat of State at this time (and for what reasons)?

The Holy See follows with attention the events of all the countries of the African continent, especially those that are in serious difficulty due to terrorism and organized crime, or ethnic or political violence.

I am thinking of the Sahel (northeast Nigeria, Burkina Faso, Mali and Niger), Somalia, the Cabo Delgado region in Mozambique, Tigray in Ethiopia, South Sudan and the Central African Republic. In addition, recent humanitarian crises in Sub-Saharan Africa due to climate change, food shortages and the spread of Covid-19 are cause for concern. It must be kept in mind that behind these dramatic events there are also major economic interests that cause damages to the environment and delay the integral development of the concerned populations.

The Holy See has at heart respect for human dignity, the defense of justice, the promotion of universal fraternity and the material and spiritual progress of peoples.

– The pandemic has led the entire reality of the Church, and of everyday human life, to rethink and imagine itself differently in view of a real and effective presence at this turning point in history. Could you share with us your thoughts on this as it relates to your ministry as Secretary of State and to the Holy See’s diplomatic activity?

The pandemic has obviously reduced the exercise of diplomatic activity. Face to face meetings, which are a key aspect of it, have been greatly thinned out. In part, they have been replaced by video-conferences. Instead, the study of the various dossiers continued, generally with more time available.

This trip to Cameroon, however, after a year interruption, made me rediscover the beauty and necessity of personal and direct relations, even at the diplomatic level, as well as at the ecclesial level – even if they are subject to the necessary restrictions to keep the pandemic under control (as far as it is possible now). I hope that this health emergency, in many ways dramatic, can let us experience the taste and the joy of the encounter and of the fraternity that Pope Francis proposes to us in the encyclical Fratelli tutti.

This is not the first of your diplomatic missions around the world. Can you recall some of them, indicate the reasons and characterize the atmosphere?

I’ll go back to your second question. The missions I have carried out were mostly diplomatic – and I’d like to mention here, with gratitude, the reception I received by political authorities and the willingness to deal with bilateral and global issues, even difficult ones. But perhaps the most “gratifying” aspect has always been the contact with the Christian communities.

In this sense, I remember the visit to Iraq – where we hope the Holy Father will be able to go in the near future – and the recent trip to Lebanon, after the explosion in the port of Beirut. It was a matter of manifesting the Pope’s closeness and solicitude to the faithful who were particularly scarred and suffering.

I felt “privileged” in carrying out such missions, through which I have been able to say to the people, more with the plain presence than with words, that they were not alone, abandoned, but well present in the heart of the universal Church and its pastor pope Francis. In the end, with every diplomatic mission, it is more what you receive than what you give and it is an exciting experience of the Church.

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