Partecipare

di: Massimo Nardello

Una delle idee più importanti che sono servite per indicare in modo sintetico il contributo innovati­vo del concilio Vaticano II per la vita della Chiesa è quella di “partecipazione”. Con questo termine si intende il fatto che tutti i credenti sono chiamati ad avere un ruolo attivo all’interno delle comunità cristiane. In realtà, studiando accuratamente i documenti conciliari, si può vedere facilmente come vi siano questioni ben più spinose sulle quali il Concilio si è posto in una certa discontinuità con il passato, come, ad esempio, il rapporto tra il primato del papa e la collegialità dei vescovi, la visione relazionale della rivelazione, il rapporto dialogico con la società, la libertà religiosa, l’ecclesialità delle Chiese non cattoliche, e così via.

In ogni caso, anche l’idea di partecipazione è ben radicata nei testi conciliari. Essa trova le sue radici nel capitolo secondo della Lumen gentium, laddove si affer­ma che tutti i cristiani sono membri del popolo di Dio, e dunque condividono una fondamentale dignità. Su questa comune dignità si innestano poi le differenze dovute agli eventuali ministeri o alle diverse condizioni di vita cristiana.

La grande recezione di questa visione conciliare della Chiesa è una delle ragioni per le quali dal post-concilio ad oggi l’invito alla partecipazione è stata una delle vie più utilizzate per coinvolgere nuove persone nelle comunità cristiane. Non di rado, ancora oggi si cerca di avvicinare chi è lontano dal mondo ecclesiale invitandolo semplicemente a fare qualcosa in parrocchia, cioè a rendersi utile per mandare avanti i suoi vari servizi.

In effetti, potrebbe essere poco opportuno premettere a questo invito l’annuncio del Vangelo al fine di valutare se la persona che si vorrebbe coinvolgere nella vita ecclesiale abbia realmente fatto una scelta di fede, almeno iniziale. È molto più semplice accoglierla così com’è, senza indagini particolari, nella speranza che, una volta entrato nel circuito delle rela­zioni comunitarie, inizierà in qualche modo un suo cammino di fede.

Questo approccio, di fatto, ha funzionato in diversi casi, consentendo a tante persone un po’ distanti dall’esperienza cristiana di sentirsi oggetto di fiducia, di interesse, e di sperimentare la propria capacità di fare qualcosa di vali­do. Costoro hanno poi potuto trovare nella comunità cristiana una rete di relazioni importanti, e al loro interno hanno scoperto anche quella con il Signore. Non sempre, però, le cose sono andate così.

In effetti, il rischio di questo approccio è che le comunità cristiane si popolino di persone che, essen­do state coinvolte semplicemente per fare un servizio concreto, non sono poi realmente interessate e disponibili a fare un cammino di fede. Non ci si deve stupire, dunque, se persone in questa situa­zione partecipano di rado o malvolentieri ai momenti di preghiera e di formazione, o se lo fanno semplicemente per pagare la “tassa” che consente loro di restare in un ambiente in cui si sentono benvoluti, o – peggio – per restare attaccati ad un ruolo di potere che hanno conquistato.

Questa problematica diventa ancora più complessa nel caso delle attività più strutturate di una par­rocchia, come una società sportiva, un coro, i corsi musicali o di altro tipo, e così via.

Il rischio è che queste realtà, che dovrebbero collocarsi all’interno della vita comunitaria e che quindi dovrebbero avere primariamente una valenza educativa, finiscano per perseguire obiettivi propri, e quindi per entrare in conflitto proprio con le attività ecclesiali più importanti, in particolare con i momenti liturgici e quelli di formazione.

Evidentemente, non esistono soluzioni preconfezionate che consentano di superare queste situazio­ni di grave stallo della vita di una comunità. Una via imprescindibile è però sicuramente quella di tenere alta la comunicazione della fede. È molto importante che i ministri ordinati e gli altri opera­tori pastorali non diano mai per scontato la genuinità delle motivazioni che spingono le persone a lavorare nella comunità, e non si stanchino mai di rifondarle nella fede in Gesù.

Certo, questo orien­tamento non determina alcun giudizio sulle intenzioni delle persone, che possono quindi entrare nel cammino comunitario con i loro dubbi e le loro fragilità. Tuttavia, tale forte e continuo richiamo all’identità evangelica della comunità e alle motivazioni di natura spirituale che dovrebbero animar­la può però rendere consapevoli le persone che non hanno alcun interesse nei confronti della fede in Gesù di non essere del tutto “a casa loro”, e di assumere quindi uno stile di rispetto tale da non penalizzare in alcun modo il cammino di fede dei credenti.

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