Penisola Arabica: tensioni “cattoliche”

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Mentre, finora, il Vicario Apostolico era l’unico titolare di giurisdizione per tutti i cattolici presenti nella Penisola Arabica, a qualsiasi tradizione appartenessero, il recente Rescriptum della Santa Sede, entrato in vigore il 6 agosto, modifica tale disposizione su espressa richiesta dei Patriarchi Cattolici Orientali. In questo articolo si illustrano i motivi e si registrano le reazioni degli interessati.

Il Rescriptum, entrato in vigore il 6 agosto, firmato dal card. Pietro Parolin, segretario di stato, il 22 luglio, fu approvato da papa Francesco il 18 maggio.

Importante il preambolo: «Tenuto conto delle prerogative storiche della giurisdizione dei Patriarchi Cattolici Orientali nella Penisola Arabica, su loro espressa richiesta in vista di un maggior bene spirituale per i loro fedeli, dopo aver sottoposto ad approfondita e prolungata riflessione la materia, regolata finora dal Rescriptum ex Audientia SS.mi del 6 marzo, confermato dal Rescriptum ex Audientia SS.mi dell’8 aprile 2006, il Sommo Pontefice Francesco ha così disposto…». Seguono 5 punti, che riassumiamo:

  • Derogato il Rescriptum dell’8 aprile 2006, si estende la giurisdizione di tutti e soli i Patriarchi Cattolici Orientali sull’intera Penisola Arabica, che comprende i Vicariati Apostolici dell’Arabia del Nord e dell’Arabia del Sud. Il Rescriptum 2003-2006 diceva invece che «in questo territorio (la Penisola Arabica) il Vicario Apostolico è l’unico titolare di giurisdizione per tutti i cattolici, a qualsiasi tradizione appartengono». Ora viene derogato. Se mons. Camillo Ballin fosse vivo, avrebbe completamente perso la battaglia. Questa sconfitta l’avrebbe sofferta più del cancro che minava il suo corpo;
  • la cura pastorale dei fedeli orientali sui quali essi esercitano la giurisdizione si svolgerà in coordinamento con i Vicari Apostolici;
  • i Vicari Apostolici sono i rappresentanti della Chiesa cattolica presso le Autorità politiche dei rispettivi Paesi, salvo le prerogative dei Rappresentanti pontifici;
  • l’eventuale erezione di nuove circoscrizioni ecclesiastiche da parte dei Sinodi delle Chiese Patriarcali sui iuris sarà sottoposta alla previa autorizzazione della Sede Apostolica. Viene derogato il can. 85, paragrafo 1. del CCEO per cinque anni;
  • il Rescriptum del 2003, confermato dal successivo del 2006, rimane in vigore per tutti i fedeli orientali che non appartengono alle Chiese patriarcali sui iuris presenti nella Penisola Arabica.
Finite le tensioni?

Uno sguardo alla storia recente. A partire dal 2010, ci furono tensioni con il sinodo siro-malabarese, che ha sede in India e che inviò tre preti in Arabia Saudita per seguire i cattolici di questo rito senza informare il Vicario Apostolico di Arabia, mons. Paul Hinder.

Dal 2011, passata la giurisdizione sull’Arabia Saudita a mons. Camillo Ballin, consacrato vescovo il 2 settembre 2005 per il Vicariato dell’Arabia del Nord (scomparso il 12 aprile 2020), dopo intensi contatti anche con la Santa Sede, si cercò con i siro-malabaresi una soluzione rispettosa di tutte le necessità.

Ma la situazione non migliorò, anzi i contrasti, se non addirittura i conflitti, aumentarono. Il nunzio di allora, mons. Petar Rajic, uno spilungone di due metri, molto abile, scrisse una lettera a tutti i fedeli in Arabia Saudita, mettendo l’accento sull’unità attorno al vescovo locale, il Vicario Apostolico. In quel tempo era mons. Paul Hinder, l’attuale Vicario Apostolico dell’Arabia del Sud.

I preti spiegarono ai fedeli, all’incirca 20 mila, che la lettera riguardava solo i fedeli latini, perché il nunzio è solo per i latini, mentre il loro capo è l’arcivescovo maggiore, che risiede a Cochin (India). A questo si aggiunga che l’arcivescovo di Changanacherry, che aveva in Arabia Saudita due preti “illegali”, in Kuwait dichiarava che il papa è per i latini, mentre per i fedeli siro-malabaresi è l’arcivescovo maggiore il capo. In quel clima di conflitti si sviluppò un’ondata di anti-latinismo, che investì i seminari oltre che le parrocchie.

Il card. George Alencherry, arcivescovo maggiore dei siro-malabaresi, era al corrente della decisione di Benedetto XVI di procedere con urgenza a ritirare dall’Arabia Saudita i tre preti. Ma né la curia romana né la curia siro-malabarese eseguirono la direttiva del papa.

Il Vicario Apostolico, mons. Camillo Ballin, nel frattempo, incontrava a Ryadh i preti illegali e tutto si svolse in un’atmosfera di cordialità. Ma, dopo la sua partenza, i preti spiegarono ai fedeli di avere avuto dal vescovo il permesso di continuare la loro attività. Non si dissero per nulla disposti a lasciare il Paese, anche se da parte dei vescovi siro-malabaresi si mostrava una certa volontà di eseguire l’ordine venuto da Roma. La curia siro-malabarese sosteneva che spettava al sinodo siro-malabarese legittimato decidere se i preti andassero ritirati o no.

Era evidente che lo stesso arcivescovo maggiore non era in grado di far rispettare la decisione romana. Si faceva strada la proposta che i fedeli siro-malabaresi potessero avere un sacerdote per loro, potessero costituirsi come comunità rituale, pur non essendo parrocchia. Serpeggiavano gli interrogativi. Un sinodo può mettere in discussione un ordine del papa? La Chiesa siro-malabarese è sottomessa al papa o intende staccarsene?

Preti siro-malabaresi continuavano a far visita ai fedeli, parte dei quali stava con il vescovo Ballin e parte con l’arcivescovo maggiore. La divisione era palpabile.

I preti illegali, rientrati, lasciavano un terreno avvelenato. Dicevano alla gente di non andare a messa finché loro non fossero ritornati. I fedeli avevano paura di partecipare alle messe celebrate dai cappuccini autorizzati dal vescovo per timore di ritorsioni in India, una volta rientrati in patria.

Critiche al Rescriptum

Si osserva in ambienti ecclesiastici della Penisola Arabica che la pubblicazione del rescritto avviene quando il Vicariato Apostolico del Nord non ha ancora il successore di mons. Camillo Ballin; il Vicario Apostolico del Sud, mons. Paul Hinder, ha passato i 78 anni; il nunzio apostolico in Kuwait, mons. Francisco Padilla, è stato trasferito in Guatemala e il nuovo nunzio non è stato ancora nominato.

Si rimprovera alla Santa Sede di avere pubblicato il Rescriptum in italiano, mentre le lingue usate sono l’arabo e l’inglese. Non usa mezzi termini un ecclesiastico: «I cinque punti del Rescriptum sono pieni di discrepanze. Roma locuta, causa finita». Non pare proprio.

Si attendono spiegazioni da parte del Vaticano, in inglese o in arabo.

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