Polonia: abusi e aborto

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Per la Chiesa polacca gli abusi degli ecclesiastici costituiscono il fronte interno più delicato come il dibattito sulla nuova legge relativa all’aborto lo è su quello pubblico. Ambedue con un costo molto alto per la sua credibilità e consenso nel dibattito pubblico. Il primo problema ha a che fare con la riforma interna, mentre il secondo affronta un tema classico relativo all’ethos e alla legislazione nelle società democratiche contemporanee.

L’ampio dissenso, soprattutto delle donne, sulla questione abortiva e sull’esposizione politica della Chiesa si sovrappone allo scandalo degli abusi intaccando in maniera significativa la sua immagine positiva ed egemone di trent’anni fa.

Hanno fatto molto rumore i provvedimenti vaticani contro due vescovi colpevoli di aver coperto abusanti (29 marzo). Si tratta del vescovo emerito di Danzica, Slawoj Leszek Glódź, e del vescovo di Kalisz, già allontanato dall’incarico, Edward Janiak. Attraverso la nunziatura sono invitati a risiedere fuori diocesi, a non partecipare a qualsiasi celebrazione religiosa, a pagare un’adeguata somma alla Fondazione S. Giuseppe che si occupa delle vittime degli abusi. Le censure si rifanno al motu proprio di papa Francesco, Vos estis lux mundi.

«È un ottimo segno. La responsabilità (penale) dei vescovi non è uno slogan vuoto», ha commentato il vescovo primate Wojciech Polak, delegato della conferenza episcopale per il problema. «Quando i casi di abuso non vengono adeguatamente indagati, (si sappia che) questo porta delle conseguenze». E ha aggiunto: «Prendersi cura delle vittime del clero, ascoltare la segnalazione degli abusi e applicare il diritto canonico è parte della missione di ciascun vescovo».

Sullo stesso registro il commento di p. Hans Zöllner, il gesuita che guida la commissione anti-abusi vaticana: la misura canonica mostra l’efficacia delle disposizioni vaticane. «I fedeli e i pastori vi ricorrono, denunciando alla Santa Sede i casi di inadempienza da parte dei vescovi. Nel caso in questione non si tratta di delitti di abuso sessuale, sono casi di negligenza e di copertura». Per gran parte dei media sono registrati come parte dello scandalo piuttosto che della soluzione dello stesso. Diverso il malcontento di alcune vittime. Avrebbero preteso maggior severità.

Risposta sistemica agli abusi

Nel rapporto della Fondazione S. Giuseppe ai vescovi nel 2019 si parlava di 382 denunciati con 624 vittime fra il 1950 e il 2018. Per l’anno successivo le denunce riguardavano 13 preti in nove diocesi. Nel primo anno di attività piena (2020) la fondazione ha sviluppato progetti in 11 diocesi. A 10 persone di 5 diocesi è stato sovvenzionato un periodo di studi specialistici.

È nato un centro di consultazione regionale a Poznan. Due gruppi di sostegno per le vittime operano a Varsavia e a Cracovia. Sono stati creati due siti web per le vittime e il sostegno alla cura pastorale. Infine, è stato sottoscritta una dichiarazione che coinvolge tutte le congregazioni religiose maschili per una piena collaborazione con la Fondazione.

I religiosi si impegnano – come fanno i vescovi – a pagare una quota in ragione dei loro associati, per alimentare le attività della Fondazione, sono cooptati nella direzione e ciascuna famiglia religiosa ha scelto un referente. L’intento e di sviluppare e mettere in atto soluzioni in ordine agli abusi, alimentando una rete di interventi a livello territoriale e pastorale per una risposta “sistemica” al problema e per far crescere una consapevolezza ecclesiale condivisa. Una volta all’anno l’intera Chiesa è invitata a pregare per le vittime nella preghiera e nella penitenza.

Un ampio studio è stato dedicato all’analisi dei profili dei predatori e delle vittime (cf. Settimananews: “Trasparenza e disinganno”). Nell’ultima assemblea della conferenza episcopale (11 marzo 2021) si conferma lo sviluppo e il rafforzamento del controllo e ci si impegna a collaborare con le autorità civili.

Nonostante lo sforzo profuso e condiviso, le resistenze sono ancora tante. Un segnale indicativo sono le dimissioni di R. Fidura dal consiglio di direzione della Fondazione. Vittima di abusi a 14 anni, Fidura, pur sostenendo l’indirizzo e le figure apicali del centro nazionale, ha accusato l’ipocrisia di molti vescovi che, da un lato, finanziano la fondazione e, dall’altro, non aprono gli archivi e non affrontano i problemi.

Le censure a due vescovi

I due casi denunciati sono indicativi. Slawoj Leszek Glódź, vescovo emerito di Danzica, è stato accusato di abusi di potere, di eccessivo consumo di alcolici, di gestione autoritaria e di collaborazionismo con i servizi segreti del precedente regime comunista. Mentre, da un lato, organizzava un sontuoso funerale per un noto molestatore (p. F. Cybula) e non procedeva a chiarire i comportamenti abusanti di alcuni preti fra cui H. Jankowski, ex cappellano di Solidarnosc, dall’altro, ignorava le denunce delle vittime.

Il caso più eclatante è quello di p. Andrzej Dymer. Denunciato dagli insegnanti di un collegio nel 1995 e nonostante l’insistente intervento di ecclesiastici e politici, viene condannato dalla sua diocesi solo nel 2008. L’interessato fa ricorso alla Santa Sede che chiede al vescovo di Danzica, di avviare una nuova indagine, ma mons. Glódź non si muove. La Santa Sede sollecita una risposta nel 2013 e nel 2017. Solo allora il vescovo nomina i giudici.

Nel 2019 Dymer porta uno dei suoi denuncianti (un francescano) in tribunale per calunnia, sulla base di documenti fatti uscire dal tribunale ecclesiastico della diocesi. Viene finalmente condannato il 12 febbraio 2021, quattro giorni prima della morte. Nel frattempo (agosto 2020), il Vaticano aveva immediatamente accettato le dimissioni di Glódź al compimento dei suoi 75 anni.

Mons. Edward Janiak di Kalisz è colpito dalle medesime censure per aver coperto il predatore p. Arkadiusz Hajdasz, spostato ripetutamente per più di vent’anni, senza mai chiamarlo a processo.

Indagini sono in corso su altri vescovi, come l’ausiliare di Cracovia, J. Szkodon e Andrzej Dziega di Stettino.

Si parla di un paio di altre denunce arrivate in nunziatura e trasmesse a Roma.

Corte Costituzionale e legge abortiva

Il 27 gennaio è stata resa nota la decisione della Corte Costituzionale che approvava la nuova legge abortiva, votata dal parlamento il 22 ottobre 2020. Essa prevede l’aborto solo nel caso del pericolo di vita della madre e quando la gravidanza è frutto di stupro o di incesto. Scompare il caso di gravi malformazioni del nascituro, quello più frequente fra il (ristretto) numero di interventi: circa 2.000 all’anno.

L’approvazione parlamentare fece scoppiare un’ampia ondata di dimostrazioni delle donne. Per la prima volta alla Chiesa fu imputata le responsabilità della decisione. La maggioranza e la Corte avrebbero agito in base alla spinta ecclesiastica (Settimananews; “Le donne si ribellano alla Chiesa?”. Le donne sono di nuovo scese in piazza violando i limiti del confinamento pandemico.

Le responsabili del movimento (“Sciopero delle donne”) hanno detto: «Pretendiamo il libero accesso all’aborto. Magari arriverà fra cinque anni, non importa. La sconfitta dal PiS (il partito di maggioranza) è una condizione necessaria».

La prima legge in merito, frutto del governo comunista, fu nel 1956, e affermava la legalità e gratuità dell’aborto. La seconda, nel 1993, era più restrittiva e legittimava soli i tre casi già ricordati. Con la nuova legge si presume di restringere ulteriormente: dai 130.000 casi degli anni ’80 si era scesi a 2.000 e si attende di ridurli a poche centinaia. Ma le organizzazioni femminili denunciano oltre 200.000 aborti, in parte all’estero e in parte clandestini. I sondaggi danno una maggioranza ai contrari alla legge.

Una ricerca del marzo 2020 segnalava già un calo significativo dell’apprezzamento alla Chiesa: dal 57% al 41%. Fra le generazioni più giovani è un vero crollo. Fra i 18 e i 29 anni solo il 9% valuta positivamente il suo ruolo pubblico. Incrinature si registrano nella maggioranza. Anche fra i giudici costituzionali. Pur essendo designati dall’attuale governo a partire dal 2016, due di essi hanno depositato un parere difforme e altri tre hanno espresso perplessità.

Una difesa efficace?

La proposta per una restrizione legislativa è partita da una petizione popolare che ha raccolto 100.000 firme. In un’omelia del 25 marzo 2021, S. Gadecki, vescovo di Poznan e presidente della conferenza episcopale, ha riaffermato con forza la dottrina ecclesiale sulla difesa della vita nascente, attribuendo le proteste a un «falso concetto di libertà».

Quando la politica o lo stato pretendono di giustificare l’aborto, «la legge cessa di essere legge perché non è più fondata sul solido fondamento della dignità inviolabile della persona umana, ma si piega alla volontà del più forte». Si tratta di una tirannia di stato. «Quando una persona privilegia il piacere alla vita del figlio è colpevole di degenerazione… non ha ancora varcato la soglia dell’umanizzazione». L’aborto come l’eutanasia sono crimini che nessuna legge può dichiarare leciti e bene ha fatto la Corte Costituzionale ha confermare l’inaccettabilità delle «pratiche eugenetiche che fanno dipendere la tutela del diritto alla vita del nascituro dalle sue condizioni di salute, fatto che costituisce una discriminazione diretta che viola le garanzie costituzionali per la vita umana».

Coerentemente, il movimento polacco per la vita ha subito iniziato una campagna per richiamare l’amministrazione e l’opinione pubblica ad un accompagnamento e sostegno per le gestanti che attendono figli handicappati.

Gadecki denuncia l’aggressività del movimento dei sostenitori dell’aborto e sottolinea come inaccettabili le critiche espresse dal parlamento europeo del novembre 2020. Il suo riferimento è anche alla discussione svoltasi all’inizio di febbraio 2021 al parlamento dell’Unione.

Il commissario per la parità, Helena Dalli, ha giudicato la nuova legge polacca come un deterioramento dei diritti delle donne. L’irlandese F. Fitzgerald l’ha bollata come «squallida e disumana», mentre la danese K. Melchior considera l’obbligo legislativo di portare a termine una gravidanza con un nascituro handicappato come «dare alla luce un cadavere». Di ennesima volontà maschile di controllo del corpo femminile ha parlato un verde tedesco, T. Reintke.

Parole di apprezzamento invece da parte dei parlamentari polacchi di maggioranza e della destra estrema tedesca. In merito, mons. Gadecki fa riferimento alla lettera (22 febbraio 2021) inviata al parlamento europeo dalla Commissione episcopale della comunità europea (Comece) in cui si denuncia l’improprio slittamento dell’aborto fra i diritti positivi, ben oltre la depenalizzazione.

L’orientamento dell’episcopato polacco fa forza sulla tradizione magisteriale, in particolare di Giovanni Paolo II, in ordine alla natura come fondamento universalmente riconosciuto e rettamente interpretato dalla Chiesa.

Non valorizzando la dimensione evangelica rispetto alla morale e alla morale rispetto alla legge, senza peraltro rinunciare alla tradizione dottrinale – come emerge dal magistero di Francesco –, l’episcopato polacco si espone al confronto civile con l’unico conforto pubblico della destra politica.

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